Un condomino su quattro non conosce il proprio vicino

Nell’era dei social network abbiamo centinaia di “amici” che vivono dall’altra parte del mondo, ma non conosciamo i nostri dirimpettai. Il 56% delle persone che vivono in condominio sostiene infatti di avere un rapporto scarso o inesistente con i vicini, e una persona su quattro addirittura non conosce chi vive sullo stesso piano. La conferma arriva dalla survey E tu che condomino sei?, realizzata dall’app Domi Social, il social network di condominio. E il quadro che ne emerge non è molto confortante per la socialità di prossimità: il 46% degli intervistati rivela infatti di non utilizzare nessun mezzo di comunicazione con i propri vicini di casa e il 39% ammette di non comunicare mai. 

I vicini di casa, il lockdown e la solidarietà

Dall’indagine emerge poi che anche se i rapporti ci sono, sono freddi. Il 20% sostiene infatti che in caso di bisogno urgente non potrebbe contare su vicini, e il dato peggiora se nel condominio è presente la figura del portinaio.
Una panoramica che non sembra essere cambiata molto negli ultimi mesi di pandemia. Il 68% delle persone intervistate afferma che il lockdown non ha influito sulle interazioni con i vicini, e che è cambiato poco o nulla rispetto a prima. Ma questa situazione non soddisfa la maggior parte dei condomini. Il 69% di loro, infatti, vorrebbe essere più coinvolto nella vita del condominio, il 51% dei condomini dichiara importante la solidarietà tra vicini, e per il 24% è importantissima.

Il rapporto con l’amministratore

Altra nota dolente che emerge dal sondaggio è rappresentata dal rapporto con l’amministratore. Se il 35% dei condomini intervistati sono insoddisfatti del professionista (contro un 22% di soddisfatti e un 43% di indifferenti), è la comunicazione a pesare di più sul piatto della bilancia. Il 61% delle persone dichiara infatti che non sia per niente o poco facile interfacciarsi con l’amministratore in caso di problemi, e il 58% lamenta aggiornamenti sporadici e latenti da parte del professionista.

L’app abbraccia tutti

Ma l’app Domi Social potrebbe rappresentare un ponte efficace, poiché è un vero e proprio social network di condominio che permette di condividere passioni, idee e necessità con i vicini di casa e attivare e monitorare il processo di intervento e risoluzione tempestiva dei malfunzionamenti. L’amministratore può infatti segnalare direttamente sull’app ai condomini lo stato di avanzamento dei lavori: nel pieno rispetto della privacy e della riservatezza, è un sistema ibrido dove parallelamente alla comunicazione interna, riservata alla socialità condominiale, esiste un sistema di notifica in tempo reale e distribuito a tutti dello stato di avanzamento delle problematiche segnalate dai condomini all’amministrazione.

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Cresce la fiducia degli italiani nel settore alimentare

Tre punti in più rispetto al 2020: è quanto guadagnato quest’anno dalla fiducia degli italiani nel settore alimentare. In controtendenza rispetto alla media globale, in calo di 2 punti, la fiducia dei nostri connazionali nel settore alimentare conquista addirittura il primato assoluto tra i Paesi europei. L’Italia è infatti davanti a Paesi di solida tradizione in campo alimentare, come Francia e Spagna, e a potenze industriali come Stati Uniti e Germania. A confermarlo è l’Edelman Trust Barometer, l’indagine globale sul tema della fiducia realizzata in 28 Paesi su un campione di 33.000 persone. Con il 65% di campione fiducioso, il settore alimentare si piazza dopo tech e salute, al terzo posto tra i 15 settori merceologici analizzati, e riscuote più fiducia rispetto al business in generale (59%).

I più fiduciosi sono gli over 55

In Italia la fascia d’età che ripone più fiducia nel settore alimentare è quella over 55, con il 68%, in crescita di 6 punti rispetto allo scorso anno. Anche in questo caso, in controtendenza rispetto alla media globale, che cala di un punto, nella fascia d’età 35-54 la crescita in termini di fiducia verso i produttori di cibi e bevande è di 11 punti. L’Edelman Trust Barometer analizza anche la fiducia in alcuni sottosettori del food and beverage, dove in Italia, a guadagnare terreno sono i produttori di cibi e bevande (63%) e la rete di distribuzione alimentare (70%), che guadagnano rispettivamente 4 e 3 punti.

Birra, superalcolici, fast food e additivi perdono punti

Perdono due punti i produttori di birra e superalcolici, che arrivano al 59% di fiducia, dato comunque migliore rispetto a quello globale, che arriva al 54%, in calo di 6 punti. In calo anche i fast food, che con il 46% perdono un punto, così come i produttori di additivi alimentari, che con il 36% perdono 4 punti. Entrambi non raggiungono la soglia della fiducia. Il Trust Barometer ha messo anche in evidenza l’elevato grado di fiducia riposto nel proprio datore di lavoro. Questo dato, riporta Italpress, è ancora più evidente per coloro che operano nel settore food & beverage, con il 76%, sette punti in più rispetto allo scorso anno, record assoluto in termini di crescita tra tutti i 15 settori analizzati dalla ricerca.

Trasparenza e chiarezza assumono valore strategico nelle scelte dei consumatori

“I dati hanno evidenziato il buon livello di fiducia degli italiani verso il settore alimentare e sottolineato cinque aree di miglioramento: innovazione, inclusione, informazione, incentivi e investimenti – afferma Rossella Camaggio, senior vice president e responsabile settore food&beverage di Edelman Italia -. Inoltre, la trasparenza e la chiarezza nelle informazioni assumono valore sempre più strategico nelle scelte dei consumatori. Ma è anche necessario favorire, attraverso incentivi, l’adozione di sistemi tecnologici in grado di limitare l’impatto ambientale”.

Agroalimentare, nell’anno del Covid export da record

Nell’anno del Covid-19, il settore agroalimentare italiano si è dimostrato un pilastro dell’economia del Paese. Complessivamente ha generato un valore aggiunto di 64,1 miliardi di euro, di cui 31,2 provenienti dal settore cibo e bevande (-1,8%), e 32,9 dal comparto agricolo. L’export nel 2020 poi è stato da record, con 46,1 miliardi di euro fatturati e una crescita del +1,8% sul 2019. Si tratta di alcune evidenze emerse durante la presentazione del quinto Forum Food & Beverage, che si terrà il 4 e 5 giugno a Bormio (Sondrio), e che avrà come parole chiave alimentazione, salute e sport.

Un settore che in Italia incide sul Pil per il 3,8%

Le analisi di The European House – Ambrosetti in vista del Forum mostrano come la performance dell’industria agroalimentare italiana sia stata migliore rispetto al Pil nazionale (-8,9%).

“L’Italia è il secondo Paese in Europa per incidenza dell’agroalimentare sul Pil (3,8%), preceduto solo dalla Spagna (4%), e sopra Francia (3%) e Germania (2,1%) – afferma Valerio De Molli, managing partner & ceo di The European House – Ambrosetti -. Col valore aggiunto generato nel 2020 – aggiunge il ceo – l’agroalimentare si conferma al primo posto tra le ‘4A’ del Made in Italy, 1,9 volte l’automazione, 2,8 volte l’arredamento e 3,2 volte l’abbigliamento”.

Sono le bevande la categoria più venduta all’estero

Nell’export le bevande sono la categoria più venduta, e generano oltre un quinto del fatturato (20,6%), con Germania, Francia e Usa i mercati di maggiore approdo. Rimane però aperto il nodo Brexit, su cui al Forum è atteso un approfondimento.

“Parliamo di un settore lasciato a sé stesso – rileva Francesco Mutti, amministratore delegato di Mutti – e partiamo in ritardo rispetto alle potenzialità che avrebbe”. Ed evidenziando quelli che ritiene elementi mancanti all’Italia per scalare il settore food, Mutti cita, ad esempio, “la ridotta dimensione aziendale”.

Stefano Marini, amministratore delegato di Sanpellegrino (gruppo Nestlè), in riferimento al 2020 sottolinea “le difficoltà dell’Italia, in particolare dove l’Horeca pesa molto”.

L’etichetta “a semaforo” mette a rischio il Made in Italy

Stefano Berni, direttore generale del consorzio di tutela del Grana Padano, puntualizza come “l’etichetta a semaforo sponsorizzata dalle grandi multinazionali metta a rischio il Made in Italy agroalimentare”.

Dal presidente della Lombardia, Attilio Fontana, arriva l’auspicio che il governo possa contribuire al lavoro in corso per la salvaguardia dei prodotti alimentari italiani e la tutela della loro unicità. I buoni risultati dell’agroalimentare italiano, riporta Ansa, lasciano infatti ancora un margine di miglioramento sulla tutela dell’unicità dei prodotti.

Brand Reputation, cosa è e perché è importante

Mai come ora, visto che la pandemia ha “traghettato” online ulteriori fasce di consumatori e potenziali tali, la brand reputation è un aspetto essenziale a cui le aziende – specie quelle che hanno un rapporto diretto con il cliente –  non possono e non devono sottrarsi. Ma, in parole semplici, cosa è la brand reputation? Come si evince dalla definizione, si tratta della reputazione del marchio. In realtà, è una questione molto più complessa, che riguarda tutti gli aspetti di un’impresa: la comunicazione, le sue politiche sociali, il trattamento riservato ai dipendenti, i commenti sui social e sui siti, la capacità di rispondere ai bisogni degli utenti, ma anche il posizionamento sui motori di ricerca e le recensioni sui servizi e i prodotti. Insomma, un insieme di fattori non sempre facile da gestire e controllare. Eppure, in mercati ogni giorno più dinamici, costruirsi una solida brand reputation dovrebbe essere un imperativo per le aziende che vogliono restare competitive.

Cosa si dice sul web?

La gestione della band reputation è oggi una priorità per marchi e imprese. Il comportamento dei consumatori sta cambiando, questi sono sempre più attivi sulla rete – scrivono e parlano dei brand più diversi – e prima che succeda l’irreparabile è opportuno che sia l’azienda stessa ad assumere il controllo. Una reputazione positiva del marchio online ispirerà fiducia da parte dei clienti, guiderà la crescita dei profitti e aumenterà la fidelizzazione. Una reputazione negativa, invece, farà allontanare i potenziali clienti e disamorare quelli esistenti. Secondo un recente studio inglese, infatti, il 93% degli intervistati ha dichiarato che le recensioni online influiscono sulle decisioni di acquisto. Al giorno d’oggi, le persone si fidano delle recensioni online scritte da altri clienti, presumendo che siano reali e attendibili.

Come fare per gestire la propria brand reputation?

Come dicevamo, è un lavoro complesso, e infatti esistono diverse realtà professionali che si occupano proprio della “costruzione” di una solida reputazione on line. Innanzitutto, è importante che il dominio sia in cima alle ricerche di Google, un’operazione che si concretizza attraverso una strategia SEO mirata e a lungo termine. Le imprese che dominano le classifiche di ricerca gestiscono la propria reputazione sul web utilizzando social media, PR, blog per promuovere la propria azienda come leader nei rispettivi settori. I social media, inoltre, hanno attualmente un ruolo vitale nella gestione della brand reputation: tracciare, monitorare e rispondere a recensioni e commenti sia positivi sia negativi dovrebbe essere un imperativo. Allo stesso modo, occorre tenere sotto controllo e rispondere, se è il caso, alle recensioni on line effettuando ricerche regolari in base al proprio marchio o alla propria attività su tutte le piattaforme, così da vedere cosa scrivono gli utenti. Altri aspetti importantissimi sono il content marketing, ovvero il fornire agli utenti contenuti di valore, che siano post, articoli, video, immagini, e naturalmente il servizio clienti. Quest’ultimo, che è realmente il contatto diretto fra l’azienda e il cliente, dovrebbe essere impeccabile e comunque sempre orientato al problem solving.

Ripresa post-Covid frenata dal paradosso del mercato del lavoro

L’alto tasso di disoccupazione unito alla difficoltà di reperire i posti di lavoro vacanti rischia di frenare la ripresa post-pandemia. Si tratta di un paradosso del mercato del lavoro italiano, che dal 2004 al 2019 ha subito un progressivo peggioramento. Il ‘mismatch’ tra domanda e offerta di lavoro, cioè la mancata corrispondenza tra i requisiti richiesti dalle aziende e le competenze dei lavoratori, in 15 anni ha visto il tasso di disoccupazione passare dal 6% a oltre il 10%, e le difficoltà di reperimento salire a livelli record. Un divario tra domanda e offerta sempre più profondo e complesso, confermato dal rapporto del Randstad Research dal titolo Posti vacanti e disoccupazione tra passato e futuro.

A fine 2019 la curva di Beveridge mostra il punto minimo di efficienza

Nel periodo considerato il report evidenzia 140.000 contabili e 145.000 muratori occupati in meno, 144.000 magazzinieri e 77.000 camerieri in più. Sono aumentate, ma solo in una certa misura, alcune professioni chiave, come specialisti in marketing (+92.000), analisti software (+86.000) e medici (+30.000), ma non si è risolta la ragione principale della mancata corrispondenza, ovvero, la carenza nella preparazione tecnico-scientifica e nell’istruzione di base, al primo posto tra gli ostacoli al reperimento di figure professionali da parte delle imprese. E a fine 2019, la cosiddetta ‘curva di Beveridge’ (il rapporto tra posti vacanti e disoccupazione) ha mostrato il punto minimo dell’efficienza del mercato del lavoro italiano, riporta Labitalia.

Nel 2020 blocco dei licenziamenti e aumento degli inattivi riducono il mismatch

Nel 2020 il mismatch sembrerebbe essersi ridotto, ma non per una rinnovata efficienza, quanto per l’effetto combinato del blocco dei licenziamenti e dell’aumento degli inattivi, con minori posti vacanti per il ridimensionamento delle attività dei datori di lavoro. Uno scenario che evidenzia il rischio di frenare la ripresa post-Covid, se un rialzo della disoccupazione a seguito dello sblocco dei licenziamenti dovesse essere accompagnato da un aumento dei posti di lavoro vacanti. Con la crisi Covid-19 la curva di Beveridge ha evidenziato infatti una contrazione di posti vacanti a parità di occupazione. Il tasso di disoccupazione da gennaio 2020 a novembre 2020 è diminuito dello 0,72%, passando dal 9,59% all’8,87%, mentre il tasso di inattività nello stesso periodo è aumentato dell’1,1% passando dal 34,74% al 35,85%.

La sfida del matching tra domanda e offerta si vince con la formazione

“Crediamo che la persistenza della difficoltà di reperimento per alcune figure professionali abbia rappresentato un ostacolo alla crescita italiana in passato – afferma Daniele Fano, coordinatore del comitato scientifico del Randstad Research -. In questo senso, i piani di rilancio europei 2021-27 possono rappresentare un ‘Piano Marshall’ per il lavoro: la sfida italiana per il matching tra domanda e offerta si vince con un radicale miglioramento dell’istruzione e della formazione, con l’aumento del tasso di partecipazione al lavoro delle donne, dei giovani e di tutti i cittadini in età adulta”.

Il biologico resiste alla crisi: nel 2020 +4% il fatturato della Gdo

Nemmeno il divieto di cenoni e assembramenti durante le feste natalizie quest’anno hanno disincentivato gli acquisti di prodotti alimentari nel reparto bio. Dai dati rilasciati dall’Ismea, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, nel 2020 la spesa di prodotti alimentari biologici nella Grande distribuzione organizzata ha segnato infatti un più 4% rispetto all’anno precedente. Il biologico sembra quindi resistere alla crisi economica causata dal Covid-19, anche se in un contesto di crescita generalizzata delle vendite alimentari nei canali retail, l’incidenza della spesa bio sul carrello degli italiani resta immutata rispetto all’anno precedente intorno al 3%.

Nelle tre settimane intorno al Natale +6% rispetto al 2019

Più in particolare, secondo le ultime rilevazioni dell’Ismea la spesa per le referenze biologiche nei punti vendita della Gdo ha registrato un aumento del 6% nelle tre settimane intorno al Natale rispetto allo stesso periodo del 2019. Una conferma che le riconosciute valenze espresse dal bio incontrano sempre di più il favore dei consumatori, oggi resi maggiormente consapevoli dello stretto rapporto esistente tra benessere, alimentazione e salute, non solo di se stessi, ma anche dell’intero pianeta.

Il consumo di biologico si concentra soprattutto al Nord

A crescere durante le festività, sottolinea l’Ismea, sono stati soprattutto i vini e gli spumanti bio, che con il 27% in più sullo scorso Natale hanno guadagnato ulteriori quote di rappresentatività nel settore. Molto bene anche per gli ortaggi (+11%) e le carni bio (+15%), mentre il fatturato della frutta certificata nei supermercati registra una lieve flessione del -2%. Secondo l’Ismea poi anche sotto Natale il consumo di biologico si è concentrato soprattutto al Nord Italia (64%), riporta Adnkronos, benché l’Italia centrale abbia mostrato il progresso maggiore (+8%).

Il digitale è un’opportunità anche per il bio

Quanto a poter acquistare online, il digitale è una grande opportunità anche per il bio, perché consente a ogni azienda di superare i confini fisici territoriali per entrare nel mercato globale, e la pandemia lo ha dimostrato. Ciò che forse non abbiamo saputo cogliere, almeno fino a qualche mese fa, è che “I mercati sono conversazioni… Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana”. Le tesi del Clutrain Manifesto, scritto nel “lontano” 1999 da Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger, oggi suonano più attuali che mai, e in un mercato realmente interconesso, è arrivato davvero il momento di metterle in pratica.

Lavoratori in smart working a rischio workaholism

Se i lavoratori autonomi sono stati i più penalizzati dall’epidemia, in particolare quelli di settori come spettacolo, cultura, sport e turismo, altri sono riusciti a riadattare il proprio lavoro alle nuove disposizioni, soprattutto attraverso forme di smart working. Ci sono però stati molti licenziamenti e mancati rinnovi dei contratti a termine, e molti lavoratori hanno dovuto utilizzare ferie e congedi per ammortizzare il periodo di pausa lavorativa forzata.

Sebbene il lavoro da casa abbia portato numerosi vantaggi, dalla riduzione di tempi e costi del pendolarismo all’aumento dell’autonomia lavorativa e la maggiore flessibilità di orari e di spazi, non mancano gli aspetti negativi, legati alla salute, alla privacy e alla gestione dei propri ritmi quotidiani.

Diminuisce lo spazio fisico e psicologico tra vita privata e lavorativa

Ed è proprio la maggiore flessibilità di orari che ha portato a conseguenze negative sulla vita delle persone: stare a casa anche per lavoro ha favorito una condizione di connessione perenne. In molti casi è risultato difficile riuscire a fare una netta distinzione fra le ore dedicate al lavoro e quelle per il tempo libero. I confini fra la vita personale e quella lavorativa si sono assottigliati. Alcune analisi statistiche hanno rilevato come questo nuovo assetto lavorativo tenda perciò a diminuire lo spazio fisico e psicologico tra vita privata e vita lavorativa.

La dipendenza da lavoro

Tra gli effetti negativi di questa situazione rientra poi l’aumento dello stress da eccesso di lavoro. Molti lavoratori hanno lavorato almeno un’ora in più al giorno, iniziando le giornate in anticipo per terminarle più tardi, spinti a essere disponibili online più a lungo del normale.

I sensi di colpa e altri sentimenti di ansia e stress, insieme alla difficoltà di staccare la spina a fine giornata, possono essere segnali di rischio di sviluppo della sindrome da workaholism.

Il termine deriva dall’unione di work (lavoro) e alcoholism (alcolismo), e nonostante la sindrome venga definita anche come una forma di dipendenza, in questo caso da lavoro, non si riferisce al ricorso a un elemento esterno per l’ottenimento di una gratificazione, come lo è l’uso di sostanze.

Necessario favorire il benessere psicologico

Recentemente si è osservato che la tecnologia ha reso il fenomeno del workaholism sempre più diffuso, anche perché culturalmente essere “occupati” è una sorta di distintivo d’onore.

In una prospettiva simile diventa importante promuovere e monitorare il benessere psicologico del lavoratore, facendo attenzione alle sue esigenze primarie. Esistono strategie utili a favorire il benessere psicologico di chi lavora attraverso un’adeguata distribuzione del carico lavorativo e monitorando le reazioni correlate al disagio, cercando di identificare i segni di malessere fin dalla loro insorgenza. È quindi importante favorire una buona comunicazione tra colleghi e tra superiori, per far comprendere al singolo individuo che può contare sul sostegno e l’aiuto di cui ha bisogno.

I prodotti bio Made in Italy sul mercato USA

Nel 2020 le vendite di prodotti agroalimentari italiani bio sui mercati internazionali hanno raggiunto 2,6 miliardi di euro, mettendo a segno una crescita dell’8% rispetto all’anno precedente, molto più accelerata rispetto all’export agroalimentare (+4%). Secondo partner commerciale per l’Italia nel Food & Beverage, e primo al mondo per import agroalimentare e per il consumo di prodotti bio, gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati più promettenti per il nostro Made in Italy. Lo pensa anche il 26% delle imprese bio intervistate da Nomisma per ICE e Federbio nella survey sul consumatore statunitense, presentata in occasione del lancio del progetto ITA.BIO, la prima piattaforma online di dati e informazioni per l’internazionalizzazione del biologico Made in Italy.

I numeri chiave del bio statunitense

Con 4,6 miliardi di euro di esportazioni F&B italiane nel 2019 (+11% rispetto al 2018) gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di destinazione del nostro agroalimentare. Con un valore di quasi 45 miliardi di euro nel 2019, e una quota di vendite bio sul totale della spesa alimentare che sfiora il 6%, gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato al consumo per prodotti alimentari bio, grazie a oltre il 40% delle vendite mondiali nel 2018.  Alla base della crescita il maggior assortimento di prodotti a marchio bio nella grande distribuzione (5,8% l’incidenza del bio sul totale del carrello nel 2019), ma anche l’ampia consumer base, un diffuso interesse per il cibo salutare (scelto dal 65% dei consumatori) e per la salvaguardia dell’ambiente.

Il Made in Italy per il consumatore a stelle strisce

I consumatori statunitensi mettono l’Italia al primo posto nella classifica “origine di qualità”, sia relativamente ai prodotti alimentari in generale (28% indica “Italia” quando pensa alle eccellenze del F&B) che per quelli a marchio bio (26%). Il 71% degli statunitensi percepisce una qualità superiore del prodotto bio tricolore rispetto a quello di altri Paesi, tanto che più di 8 su 10 sono disposti a pagare un prezzo più alto per avere la garanzia del Made in Italy nel bio.

Un quarto di consumatori dichiara poi  di aver acquistato almeno una volta cibo o bevande italiane a marchio bio, anche se solo poco più della metà (57%) controlla effettivamente in etichetta le informazioni relative alla provenienza degli ingredienti e al luogo di produzione.

I prodotti più promettenti 

Vino, olio extra-vergine e pasta sono le categorie di prodotto per cui i consumatori statunitensi cercano le garanzie di qualità offerte dal marchio bio e quelle su cui l’italianità è un fattore distintivo. Nessun ostacolo per il binomio bio e Made in Italy neanche per il futuro: il 65% si dice interessato all’acquisto di un prodotto italiano a marchio bio se disponibile presso i canali abituali. Due su tre degli attuali non users, infatti, non ha ancora mai provato il nostro bio perché non lo trova in assortimento e il 21% non ne conosce ancora le caratteristiche distintive. 

Covid, che stress: un italiano su tre in ansia per la propria salute

I mesi trascorsi e quelli che stiamo vivendo, a causa della pandemia, hanno aumentato il livello di stress in tantissimi italiani. A causa di stili di vita mutati repentinamente, di bombardamenti mediatici e di un clima generale non esattamente ottimista, sono cresciuti in modo significativo gli stati di ansia dei nostri connazionali. A dichiararlo è una ricerca di Assosalute, Associazione nazionale farmaci di automedicazione, condotta in collaborazione con Human Highway. Per un italiano su tre, indipendentemente dall’età, la fonte di stress principale in questo ultimo anno è stata la salute, dato che arriva al 40% tra le donne. In particolare, è proprio la paura del Covid-19 a creare ansia: si teme di ammalarsi o che il virus colpisca i propri cari.

Le preoccupazioni legate la lavoro e all’isolamento

Tra i motivi i stress, spicca anche la preoccupazione legata al proprio lavoro, che colpisce un italiano su quattro, soprattutto tra gli uomini (28%), con particolare riferimento ai timori per le prospettive future. Infine, il 15% degli intervistati vede nella limitazione alle relazioni sociali la principale causa di stress, problema sentito soprattutto dai più giovani e dagli over 65. Come spiega il prof. Piero Barbanti, Professore di Neurologia all’Università San Raffaele di Roma, “lo stress è una reazione normale dell’organismo che si verifica quando le condizioni esterne a noi cambiano e si determina una situazione inattesa. Esistono due tipi di stress: uno buono o fisiologico, che permette di compiere azioni che ci fanno superare i problemi, e uno cattivo che si ha quando la reazione che determina lo stress non è strettamente legata al fattore scatenante, ma si attiva per un nonnulla e rimane attiva, abbassando la soglia di scatenamento dello stress, con danni di tipo ossidativo e infiammatorio all’organismo nel tempo. I campanelli di allarme sono rappresentati da quei sintomi che non hanno una base organica consistente e sono persistenti: difficoltà a concentrarsi, sensazione di tensione, sonno non riposante e mal di testa, ma anche tensione muscolare, respiro corto e affannato, variazione (o percezione di variazione) del battito cardiaco, alterazione dei quantitativi salivari, bruciore allo stomaco e disturbi legati alla sfera sessuale”.

I sintomi e cosa fare

Otto italiani su 10 hanno sofferto di almeno un disturbo riconducibile allo stress negli ultimi 12 mesi, con una maggiore incidenza tra le donne e un aumento, per entrambi i sessi, di tutti i disturbi legati allo stress rispetto allo scorso anno. Risultano più comuni rispetto al periodo pre-Covid sintomi come nervosismo, irritabilità, disturbi del sonno (più diffusi tra i 25 e i 44 anni), tensioni e dolori muscolari (in particolare negli over 55). Per far fronte alla situazione, i comportamenti più diffusi nel casi di stati lievi sono chiedere consiglio al medico e assumere farmaci di automedicazione, scelte adottate rispettivamente dal 42,7% e dal 41,7% degli intervistati. Seguono la richiesta di consiglio al farmacista (21,6%), ad amici e parenti (16,4%) e il ricorso al web (12,6%). Ricorrere ai farmaci di automedicazione è un’abitudine più femminile, mentre gli uomini tendono a rivolgersi al medico, ad amici e parenti, e al web. Fra i rimedi naturali, sonno, alimentazione sana e attività fisica sono le scelte più praticate.

La pandemia cambia il lavoro, e richiede più flessibilità e diversa gestione Hr

La pandemia porta nuove priorità per le aziende, a cui richiede maggiore flessibilità, nuovi modelli di gestione delle risorse umane e una rinnovata attenzione al benessere dei dipendenti da un punto di vista psico-fisico. Da un’indagine condotta da Littler, lo studio di diritto del lavoro, una delle conseguenze della pandemia è la maggiore fiducia nel remote working, con il 41% dei 750 responsabili Hr europei intervistati che dichiara di adeguare le proprie politiche con una forza lavoro operante quasi completamente da remoto. Il 57%, poi, dichiara di avere offerto orari di lavoro più flessibili, mentre il 51% di avere sollecitato un feedback frequente sulla risposta della propria organizzazione alla pandemia.

Lo smart working rimarrà, ma non per tutti

“La situazione normativa è ancora confusa, e necessita di regole e politiche più chiare, necessarie per cogliere i benefici dello smart working osservando la legge e tutelando al contempo il benessere psico-fisico dei propri dipendenti”, commentano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, alla guida di Littler in Italia. Prima della pandemia, lo smart working faticava a imporsi per la paura dell’impatto sulla produttività e sulla cultura aziendale. Ora che si è diffuso rimarrà, ma non per tutti o per ogni giorno lavorativo.

“Oltre il 60% delle attività lavorative nelle economie sviluppate non può essere remotizzata – commenta Alessandro Magrini, Hr Director in Finix Technology Solutions – poiché richiede almeno una presenza fisica, come stare su una linea di assemblaggio, gestire il magazzino, aiutare i clienti in un negozio o fornire servizi sanitari”.

Modificare i flussi lavorativi e migliorare i processi con la trasformazione digitale

Adottare lo smart working richiede anche una trasformazione digitale all’interno delle aziende per modificare i flussi lavorativi e migliorare i processi, nell’ottica di renderli più rapidi e sicuri.

“Il contesto attuale può offrire una grande leva per operare una progressiva digitalizzazione all’interno delle aziende – afferma Mario Messuri, General Manager di Jaggaer in Italia e vp South Europe -. Il Covid-19 ha evidenziato la fragilità dei sistemi e dei processi attuali nel garantire continuità del servizio e rispetto dei tempi”, considerando la forte dipendenza da mercati come quello asiatico per gli approvvigionamenti necessari alle produzioni.

Adattarsi mantenendo invariati gli standard produttivi

“L’adozione di strumenti tecnologici innovativi negli ambienti lavorativi – sottolinea Messuri – può consentire di raggiungere quel grado di flessibilità necessario ad adattarsi a situazioni diverse mantenendo invariati gli standard produttivi”. Non va sottovalutato il tema della rendicontazione amministrativa e del passaggio di carta, come scontrini, ricevute e soldi. “È ormai troppo rischioso continuare a maneggiare ricevute cartacee, gestendo passaggi di banconote per anticipi cassa e resti – commenta Giuseppe Di Marco, Country Manager di Soldo in Italia – uno studio condotto dal Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization afferma che su queste superfici il virus dura fino a 24 giorni”.