Mobilità internazionale: oltre il 14% degli italiani vanta esperienze professionali oltreconfine

Secondo un’analisi di Indeed, il 14,8% degli italiani alla ricerca di un impiego vanta esperienze professionali oltre confine. La media del Mercato Unico Europeo si attesta al 16,7%, con picchi che superano il 40% in Irlanda e il 50% in Svizzera.
La libertà di circolazione dei lavoratori europei all’interno del Mercato Unico è uno degli elementi centrali degli accordi economici vigenti tra i Paesi, fattore che consente ai cittadini di vivere e lavorare in qualsiasi Stato aderente senza la necessità di permessi speciali o visti di lavoro.

I lavoratori con mobilità internazionale, ovvero, con esperienze maturate in Paesi diversi da quello di residenza, rappresentano una componente significativa all’interno dell’area. Negli USA, dove non esistono intese di mercato unico con altri Paesi, solo il 5,1% dei candidati ha accumulato esperienze internazionali, una quota tre volte inferiore rispetto all’area europea.

Transfrontalieri: nel Lussemburgo sono il 47% della forza lavoro

La mobilità internazionale include profili eterogenei: espatriati o migranti che hanno iniziato la carriera nel Paese d’origine e poi si sono trasferiti, lavoratori locali con esperienze temporanee all’estero, lavoratori transfrontalieri che mantengono la residenza in un Paese, ma sono impiegati in un altro.

Quest’ultima categoria, che comprende anche professionisti stagionali o che lavorano da remoto per aziende con sede oltreconfine, ha raggiunto nel 2023 quota 1,8 milioni (+3% vs 2022).
Guidano la classifica di provenienza Francia, Germania e Polonia.. Tra le destinazioni prevale il Lussemburgo, dove i transfrontalieri rappresentano il 47% della forza lavoro.

Il 15% degli italiani è impiegato nella ristorazione

Le professioni di management e della ristorazione restano le principali occupazioni dei lavoratori transfrontalieri, indipendentemente dal Paese di impiego.
Tra i residenti in Italia che lavorano oltreconfine, oltre il 15% è impiegato nella ristorazione, il dato più alto tra i Paesi dell’area, seguito dal management e dai professionisti delle vendite.

Ai tradizionali lavoratori residenti in un Paese e impiegati in un altro si aggiunge il fenomeno in rapida espansione del telelavoro transfrontaliero.
Nel 2020 quasi 400.000 persone (0,37%) svolgevano attività da un altro Paese, con concentrazioni più elevate in Lussemburgo, Belgio e Francia.

Rischio “dipendenza” dalla manodopera straniera

Nel 2023, un Accordo Quadro ha innalzato dal 25% al 49,9% la soglia di lavoro da remoto dal Paese di residenza mantenendo la copertura sociale del datore di lavoro.
A oggi vi hanno aderito 18 Paesi, riferisce Adnkronos, ampliando la flessibilità ma lasciando irrisolte alcune questioni di fiscalità transfrontaliera.

“In un’area vasta come il Mercato Unico Europeo il lavoro transfrontaliero contribuisce a colmare carenze, sostenere le economie locali e consentire ai lavoratori di vivere in Paesi con un costo della vita più basso – commenta Lisa Feist, economista di Indeed -. Allo stesso tempo, mette in evidenza la dipendenza che alcune economie hanno sviluppato dagli afflussi di manodopera straniera. Inoltre, le differenze in termini di salari, regolamentazioni e protezioni sociali indicano che il ‘lavoro senza frontiere’ non è privo di sfide”. 

Passate le feste, il regalo… si ricicla online

C’è un momento, subito dopo Natale, in cui le case si riempiono di pacchetti aperti e di qualche sorriso di circostanza. Poi, passata l’euforia, arriva la resa dei conti: non tutto quello che troviamo sotto l’albero è proprio ciò che avremmo scelto.

E così, senza drammi e senza sensi di colpa, molti italiani decidono di dare una seconda chance ai regali meno azzeccati. Sempre più spesso, quella seconda vita passa dal web.

Il post Natale diventa mini business

I giorni immediatamente successivi alle feste si confermano tra i più vivaci per il mercato dell’usato online. A dirlo sono i dati di eBay, che fotografano un aumento deciso degli annunci caricati dagli utenti privati tra il 22 e il 29 dicembre.

Un periodo che ormai ha le sue regole non scritte: si fa spazio, si mette ordine e si prova a trasformare un dono poco gradito in un’occasione utile.

Prodotti beauty e gioielli tornano sul mercato

A crescere di più sono soprattutto alcune categorie. Gli articoli di bellezza registrano un vero e proprio balzo, con un aumento dell’89% rispetto ai giorni precedenti.

Subito dopo arrivano i gioielli, che segnano un +78%, seguiti dai fumetti (+70%) e dagli articoli per la casa (+66%). Non mancano i libri, in crescita del 43%, e gli accessori moda, che salgono del 25%. Numeri che raccontano un fenomeno trasversale, che riguarda gusti, età e stili di vita diversi.

Dal regifting al riuso consapevole

Dietro questa abitudine, riferisce Askanews, non c’è solo il desiderio di recuperare qualche euro. Secondo una recente ricerca Ipsos Doxa commissionata da eBay, il regifting è ormai una pratica diffusa e socialmente accettata.

Vendere un regalo ricevuto non è più visto come un tabù, ma come una scelta pratica e, in molti casi, anche sostenibile. Le piattaforme online rendono tutto più semplice e immediato, abbassando ogni barriera.

La seconda vita degli oggetti

eBay diventa così una sorta di piazza digitale dove gli oggetti trovano nuovi proprietari. Ciò che per qualcuno è stato un regalo sbagliato, per altri può trasformarsi in un affare o in un desiderio finalmente realizzato.
Un meccanismo che riduce gli sprechi e intercetta una domanda sempre più attenta al riuso.

Un trend che racconta di un cambiamento profondo  

L’andamento di questi giorni conferma una tendenza ormai consolidata. Gli italiani non solo accettano l’idea di rivendere un regalo non apprezzato, ma la vivono con naturalezza.
È il segno di un modo diverso di consumare, più leggero e meno legato al possesso. Dopo le feste, insomma, i regali poco graditi non si buttano: semplicemente cambiano casa.

Shopping di Natale: vincono i regali beauty. Ma chi compra last minute spende di più

Secondo un’indagine di Klarna, quest’anno  emerge maggiore attenzione al risparmio e al valore dei regali di Natale  acquistati, anche se l’abitudine allo shopping last minute resta un ostacolo per molti, che finiscono per spendere più del previsto.

Ma se c’è un settore che si impone come protagonista del Natale 2025, è il beauty, un universo che continua a crescere perché racconta identità, cura di sé e piccoli rituali quotidiani.
Il 43% delle italiane lo considera infatti il regalo più desiderato, anche più di contanti e gift card (41%), profumi (32%) e moda/accessori (32%).
La skincare è la categoria più ricercata (49%), seguita da make-up (38%), profumi (34%) e prodotti per il corpo (30%):.  

I “più acquistati” riflettono i trend del momento

Il 39% delle intervistate dichiara di trovare difficile scegliere un prodotto adatto alla pelle o ai capelli del destinatario, mentre il 31% teme di sbagliare fragranza.
Ne consegue un approccio sempre più consapevole, in cui oltre un terzo delle intervistate sfrutta promozioni e sconti, confronta i prezzi tra diversi negozi o si affida al cashback per rendere gli acquisti più vantaggiosi.  

Su Klarna i prodotti più acquistati riflettono i trend del momento: la Collagen Flash Bomb di Freshly Cosmetics per la skincare glowy, il lipgloss 3D Hydra di Kiko Milano per il make-up, mentre Burberry for Women e Hugo Boss BOSS Bottled risultano le fragranze più regalate, rispettivamente, a lei e a lui.  

Non solo skincare, anche guanti senza dita e AirPods 4

Accanto al beauty, la moda continua a essere un tassello centrale dei regali natalizi. Tra gli acquisti più popolari emergono gli accessori invernali, come i guanti senza dita in maglia e pelliccia sintetica, le sneakers must-have della stagione (dalle Adidas Campus 00s alle versioni rétro che dominano i trend), e le minigonne, protagoniste dei look festivi. 

AirPods 4, PlayStation 5, Apple Watch SE e iPhone 16 figurano invece tra i prodotti tech più amati dagli italiani, perché combinano utilità quotidiana ed elevato desiderio, due elementi chiave nello shopping natalizio.  

Viva le esperienze sotto l’albero!

In un Natale sempre più orientato verso ciò che si vive aumentano i regali esperienziali, con i biglietti per concerti ed eventi live sono tra le sorprese più acquistate su Klarna. Tra gli artisti più ‘regalati’ emergono Sfera Ebbasta, Shiva e Gigi D’Alessio, a conferma di un trend trasversale che unisce generazioni diverse, con un forte peso della GenZ e dei Millennials.
Ma c’è anche un lato nascosto del Natale: chi compra all’ultimo minuto non risparmia, anzi.

Nonostante la crescente attenzione alla convenienza, molti italiani rimangono ritardatari seriali dello shopping. Le conseguenze, sono tutt’altro che marginali.
Tra chi ha rinviato gli acquisti per mancanza di liquidità, 1 italiano su 5 dichiara di aver finito per pagare di più, con il 30% che ha speso almeno 50 euro in più per prenotazioni di viaggio effettuate last-minute.

Loner Consumer: la solitudine è una scelta di vita?

Oggi in Italia le famiglie ‘monocomponenti’ costituiscono il 35,4% del totale, con una crescita che risulta del +20% rispetto al 2015.
Tra queste famiglie il 40,9% è composto da persone over 65, un target che si conferma il più alto spendente, e che da solo sviluppa il 42,2% del valore del largo consumo.

Più in generale, i consumatori single generano il 27,6% del valore complessivo del mercato dei prodotti di largo consumo, il che se confrontato con le famiglie composte da 2, 3 o più persone, indica una spesa pro capite considerevolmente più elevata.
Il consumatore single, il Loner Consumer, sta cambiando le regole del consumo, e lo sta facendo in modi più profondi di quanto sembri.
Emerge dai dati di YouGov Shopper relativi al nuovo Trend Reality Report 2025 – From Signals to Strategy. 

Non è un “solitario” nel senso tradizionale

Coniato dall’Economist, il termine Loner Consumer descrive una tendenza diffusa durante la pandemia, ed esprime il crescente desiderio di indipendenza, ricerca di spazio personale e tempo di qualità con e per sé stessi.
Una scelta che sempre più spesso influenza il modo in cui le persone comprano, viaggiano e vivono la quotidianità.

Stando ai dati di YouGov tra le principali motivazioni che spingono gli italiani a ritagliarsi un momento di solitudine emergono la volontà di riposarsi mentalmente (49%), godersi un momento di introspezione (45%) e connettersi con sé stessi (41%).

Tra vulnerabilità ed emancipazione

Il Trend Reality Report evidenzia la doppia faccia del fenomeno. Da un lato emerge la cosiddetta Loneliness epidemic, la crisi di solitudine che colpisce molte società occidentali. Un recente sondaggio YouGov mostra, infatti, che circa un quarto degli italiani (23%) si sente solo, e per quasi due terzi (62%) questa sensazione è aumentata rispetto al 2024. La solitudine, inoltre, è un fattore che influisce fortemente sul 21% degli italiani.

Dall’altro lato, però, la solitudine è anche una scelta. Molti consumatori vivono l’isolamento e il distacco dall’iper-connettività come un modo per compiere scelte più autonome e consapevoli.
Solo un consumatore su 7 dichiara di non apprezzare le attività svolte in solitudine.

Più nuclei singoli, più shopping frammentato

Sul mercato italiano il trend del Loner Cosumer è amplificato dal fatto che aumenta il numero dei nuclei familiari e diminuisce la popolazione complessiva. Questo significa che le famiglie diventano sempre più piccole mentre crescono numero e peso dei consumatori single.

Di fatto, nel settore dei beni di largo consumo i cambiamenti sono significativi. In pratica, dal 2022 la frequenza di acquisto è aumentata di quasi il 19%, mentre il numero di unità per carrello è diminuito del 13%.
I consumatori single poi ricorrono alla spesa online il 10% in più, rappresentando il 3,4% del valore totale del mercato.
Anche il contenuto del carrello del Loner Consumer si caratterizza per una maggiore incidenza di alimenti per gatti (139%), primi piatti pronti (133%) e integratori (123%).

I sogni della Generazione Alpha, tra paure e ostacoli

Crescono con lo smartphone in mano, ma anche con gli occhi ben aperti sul mondo. Sono i ragazzi e le ragazze della Generazione Alpha, i nati dopo il 2010, protagonisti della nuova edizione dell’Osservatorio Genere e Stereotipi 2025, promosso da Henkel Italia insieme a Eumetra.

La ricerca, intitolata “I sogni ad ostacoli della Generazione Alpha”, fotografa un panorama fatto di entusiasmo, paure e tanta voglia di cambiare.

Tra sogni grandi e incertezze

I numeri raccontano una generazione ambiziosa: il 44% delle ragazze e il 39% dei ragazzi tra i 13 e i 15 anni dice di avere progetti importanti per il futuro. La famiglia, in questo cammino, gioca ancora un ruolo decisivo: oltre sette su dieci si sentono sostenuti nel coltivare le proprie passioni.

Ma dietro la fiducia si nasconde anche un’ombra. I maschi sembrano credere un po’ di più nelle proprie possibilità — il 78% pensa di poter lasciare il segno — mentre tra le ragazze la percentuale scende al 70%. E quando si parla di emergere davvero, la forbice si allarga: 21% dei ragazzi contro 16% delle ragazze.

Le preoccupazioni dei giovanissimi

Le paure? Quelle legate alla discriminazione. Più di una ragazza su quattro teme di essere penalizzata sul lavoro per il proprio genere, e quasi una su tre teme che la maternità possa diventare un ostacolo alla carriera.

Preoccupazioni che, spesso, nascono guardando in casa: nonostante padri sempre più presenti, molte vedono ancora le madri faticare nel trovare un equilibrio tra lavoro e vita familiare.

I veri punti di riferimento

Curiosamente, gli adulti sembrano avere un’idea un po’ distorta di chi ispiri davvero i più giovani. Il 70% degli adulti pensa che gli influencer siano i modelli principali, ma solo il 2% dei ragazzi li cita spontaneamente.

I veri esempi restano mamma e papà, figure di soddisfazione, dedizione e, in fondo, di autenticità.

Uno sguardo critico sui media e sul linguaggio

I giovani di oggi non si lasciano ingannare facilmente. L’84% delle ragazze e l’81% dei ragazzi notano come nei film, nelle serie e nella pubblicità le donne vengano spesso scelte per la bellezza, e gli uomini descritti come forti e vincenti a ogni costo.

Sul linguaggio, la loro richiesta è semplice: meno simboli e più sostanza. Non serve cambiare le parole, dicono, se non cambia il modo in cui le usiamo.

Ascoltarli per costruire il futuro

Per Eumetra, che da anni accompagna Henkel in questo percorso di ricerca, ascoltare le nuove generazioni è molto più di un esercizio statistico: è un modo per capire dove stiamo andando.

Un impegno che si riflette anche nella recente Certificazione per la Parità di Genere, confermata dall’istituto, segno concreto di un percorso che punta a un futuro più giusto, dove ogni ragazza e ogni ragazzo possano sognare — e realizzare — senza ostacoli.

Podcast: come valorizzarne la popolarità cavalcando l’onda del successo

Il podcast si distingue come un mezzo in piena sintonia con le aspettative e i bisogni del pubblico, capace di offrire ai brand un modo efficiente ed efficace per costruire narrazioni stabilendo connessioni profonde con gli utenti.
Secondo i dati emersi dall’ultima edizione della Digital Audio Survey di Ipsos, il 41% degli italiani tra 16 e 60 anni ha ascoltato almeno un podcast nell’ultimo mese. Nel 2024 la quota si fermava al 39%.

In un ecosistema mediatico in continua evoluzione, influenzato da cambiamenti tecnologici, nuove tendenze di consumo, strategie di offerta, creatori di contenuti e piattaforme, i podcast non solo incrementano l’audience, ma preservano anche la capacità di attrarre target ‘sfuggenti’: giovani (42% under35), laureati (29%), professionisti (14%).
Di fatto, l’onda di popolarità continua ad avanzare.

Chi sono gli ascoltatori

Chi ascolta podcast si connota come consumatore più attento e responsabile, proiettato sulle nuove tecnologie, attratto da prodotti premium e ricettivo a consigli d’acquisto. Pur essendo ancora esposto alla tv lineare tende a guardarla in modo più saltuario, mentre mostra un’affinità superiore con il cinema.

Una visione non monolitica dell’audience dei podcast identifica quattro segmenti di pubblico, i cui tratti distintivi richiedono altrettante definizioni di strategie di marketing.
Il primo è il segmento Social First (35% dell’audience): include ascoltatori più giovani che vivono i podcast come intrattenimento ed evasione. Agganciati via social sono attratti da contenuti internazionali, sensibili agli speaker, ricettivi all’advertising e più propensi a pagare per i podcast.

Addicted, Pull, Casual

Il segmento Addicted (19%), trasversale per età, usa molteplici canali di accesso ai podcast (siti, passaparola, search), è molto assiduo, coinvolto e soddisfatto. È il più ricettivo alla comunicazione di marca e ha una buona propensione a pagare per l’ascolto dei podcast, nei quali cerca informazione/apprendimento/intrattenimento.

Il segmento Pull (25%, in crescita) di giovani-adulti è più utilitarista, molto coinvolto, accede ai podcast quasi esclusivamente tramite search.
Il segmento Casual (21%, in calo) include individui più maturi, agganciati tramite siti di news, suggerimenti da app, passaparola. Ha una fruizione più saltuaria e meno investita. Dei podcast coglie soprattutto il valore informativo/educativo e di storytelling. 

Engagement e fedeltà

La relazione con i podcast rientra nel ‘tempo di qualità’ e di piena soddisfazione per chi ascolta (l 44% ascolta podcast più frequentemente rispetto a 1-2 anni fa). La popolarità aumenta senza che ne risulti penalizzata la capacità di mantenere l’attenzione del pubblico, infatti, il 62% ascolta podcast per la loro intera durata.

Un’altra prova del livello di engagement è la consolidata ‘serializzazione’ della fruizione. Otto ascoltatori su dieci ascoltano serie di podcast, nella maggioranza dei casi nella loro interezza.
L’efficacia dei podcast come veicolo pubblicitario, poi, perdura nel tempo. Il 79% degli ascoltatori ricorda pubblicità associate ai podcast e il 50% ha compiuto un’azione dopo l’esposizione a comunicazioni pubblicitarie. In particolare, ricerca di informazioni (33%), passaparola (23%), acquisto (16%). 

Auto elettriche: cinque falsi miti da sfatare

In Italia le vetture elettriche, anche se da moltissimi esperti vengono indicate come il futuro della mobilità, restano tutto sommato un mercato di nicchia. Ma perchè? Tra l’altro, a breve entreranno in vigore i nuovi incentivi statali per l’acquisto di di questa tipologia di auto.

Oltre al prezzo, a frenare molti automobilisti sono dubbi e convinzioni sbagliati, dovuti a disinformazione e luoghi comuni.
Per fare chiarezza, Facile.it ha commissionato a mUp Research un’indagine su un campione rappresentativo di automobilisti italiani. I risultati mostrano quanto siano ancora diffuse alcune fake news.

“Inquinano più delle auto a benzina”

Secondo l’indagine, oltre 8 milioni di italiani sono convinti che le elettriche inquinino più delle vetture a benzina. In realtà, nonostante la produzione delle batterie abbia un forte impatto iniziale, nel ciclo di vita complessivo le emissioni di CO2 sono inferiori, soprattutto se la ricarica avviene da fonti rinnovabili.

“Le batterie durano poco”

Un altro pregiudizio riguarda la durata delle batterie. Due automobilisti su tre pensano che si esauriscano rapidamente.

La verità è diversa: la maggior parte delle batterie moderne ha una vita media compresa tra i 10 e i 20 anni. Non a caso, molti costruttori offrono garanzie che arrivano fino a 8 anni o più.

“In Italia ci sono pochissime colonnine”

La carenza di infrastrutture è spesso citata come ostacolo alla diffusione delle auto elettriche. Molti intervistati hanno dichiarato di credere che nel nostro Paese ci siano meno di 2.500 colonnine pubbliche.

I dati ufficiali, però, raccontano altro: secondo Motus-E, a marzo 2025 i punti di ricarica superavano le 66.000 unità e il numero è in costante crescita. Oggi, inoltre, esistono applicazioni che rendono semplice localizzarle e utilizzarle.

“Prendono fuoco facilmente”

Più di 13 milioni di italiani ritengono che le auto elettriche siano particolarmente soggette a incendi. È un falso mito: gli studi dimostrano che gli episodi sono rari e statisticamente meno frequenti rispetto ai veicoli a combustione interna.

“L’elettricità proviene solo da fonti fossili”

Un’ultima convinzione riguarda l’origine dell’energia. Sebbene ancora una parte rilevante dell’elettricità derivi da fonti fossili, il mix energetico italiano e europeo è sempre più orientato verso rinnovabili come eolico e fotovoltaico.

Inoltre, chi ricarica a casa può scegliere contratti che garantiscono energia verde certificata.

Un futuro da guidare

L’indagine di Facile.it e mUp Research dimostra come molti italiani continuino a credere a miti infondati sulle auto elettriche.
Informazione corretta e incentivi mirati potrebbero contribuire a superare questi pregiudizi, aprendo la strada a una mobilità più sostenibile e consapevole.

Vaccinazioni: la nuova cultura è la percezione del rischio 

È quanto emerge dall’indagine del Censis ‘I nuovi tratti della vaccinazione in Italia’ realizzata con la sponsorizzazione di Pfizer: oggi il tema della percezione del rischio appare centrale. Anche se il 90% degli italiani si è vaccinato contro il Covid, solo un terzo pensa di farlo nel futuro. Contro l’influenza, poco più della metà.
Dopo la pandemia è presente una sorta di stanchezza rispetto a quanto vissuto, che si estende anche alle vaccinazioni, sebbene riconosciute come un’arma strategica per superarla.

La vaccinazione infatti viene vista come uno strumento per proteggere anzitutto chi è professionalmente, socialmente o fisicamente più esposto (personale sanitario, malati cronici, chi vive o lavora in ambienti dove è più facile contagiarsi), e meno come semplice strategia per evitare di ammalarsi.

Si riconosce il ruolo per la prevenzione ma prevale un atteggiamento negativo

Il 59,5% pensa che sia più rischioso non vaccinarsi, rischiando di ammalarsi di una malattia prevenibile con la vaccinazione.

Tuttavia, nonostante il riconoscimento quasi unanime del ruolo delle vaccinazioni nel debellare malattie come la poliomielite (95,3%) e nella difesa della collettività dalla diffusione delle malattie (84,4%), insieme a quello del suo valore individuale come strumento per evitare la diffusione di malattie e complicanze (85,2%), queste considerazioni non sono sufficienti a superare un atteggiamento culturale che la maggioranza percepisce ancora come più negativo rispetto al passato (85,9%).
E non appaiono del tutto risolti i dubbi sull’efficacia e la sicurezza delle vaccinazioni.

Aumenta però la quota di chi esprime piena fiducia

Il 36,9% afferma di ricorrere alla vaccinazione per prevenire le malattie, una quota in crescita rispetto al 16,9% del 2014. È evidente l’influsso dell’esperienza di adesione di massa alla vaccinazione per il superamento del Covid.
Aumenta anche la quota di chi esprime piena fiducia nei confronti della vaccinazione (43,0% vs 22,0%), soprattutto cresce nel tempo la quota di chi dichiara di fidarsi delle vaccinazioni garantite dal Ssn (30,7% vs 50,6%).

Il fatto che il 54,6% delle persone si sono dichiarate disponibili a “fare” una dose in più se in questo modo aumenta la copertura e l’efficacia è una dimostrazione della fiducia nei confronti della vaccinazione. I non favorevoli sono in media il 22,3%.

Una conoscenza collegata all’esperienza diretta

La conoscenza delle vaccinazioni appare collegata all’esperienza diretta e all’adesione a esse. Si tratta di una conoscenza diffusa (71,5% si ritiene informato), che raggiunge il picco con la vaccinazione anti-Covid, conosciuta dal 98,7% della popolazione.

Più basse le percentuali di chi ha effettuato vaccinazioni negli ultimi 3 anni. Esclusa la vaccinazione anti Covid (84,8%) e antinfluenzale (50,0%), il ricorso non è ampio, anche nel caso di categorie più a rischio come i malati cronici. Diversa è la situazione con riferimento alle scelte effettuate dai genitori rispetto alle vaccinazioni dei figli (97,0%), più ridotto il ricorso alla vaccinazione in gravidanza. Tra le donne intervistate solo il 36,7% ha effettuato almeno una vaccinazione e la quota diventa maggioritaria solo per le donne che hanno figli da 0 a 5 anni.

Benessere: solo il 46,3% degli italiani si dichiara molto soddisfatto della propria vita

Gli italiani sono contenti? Un po’ meno di 12 mesi fa. Nel 2024, infatti, si arresta la ripresa del benessere percepito che aveva caratterizzato gli anni precedenti.

Secondo l’ultima rilevazione Istat sugli Aspetti della vita quotidiana, la quota di persone che assegna un punteggio elevato alla propria soddisfazione esistenziale (tra 8 e 10 su una scala da 0 a 10) si ferma al 46,3%, in leggero calo rispetto al 46,6% registrato nel 2023.

Peggiorano le valutazioni su tempo libero, salute e relazioni sociali

La stabilità del dato generale nasconde però un trend negativo su più fronti. Scende la soddisfazione per i principali ambiti della vita quotidiana: le relazioni familiari registrano un calo, attestandosi all’87,9%, e quelle amicali si fermano al 79,7%. Più marcato il peggioramento sul fronte del tempo libero, con un livello di soddisfazione che scivola al 66,3%, perdendo 1,8 punti rispetto all’anno precedente.

Anche la salute personale viene percepita in modo più critico: il 78,5% degli italiani si ritiene soddisfatto, rispetto al 79,7% del 2023.

Lavoro e finanze personali i tasti dolenti

Sul piano economico e professionale, il quadro è altrettanto sfumato. La soddisfazione per la situazione economica personale scende al 57,6%, mentre quella per il lavoro cala al 77,6%, perdendo 2,4 punti.

Migliora leggermente, però, la percezione sull’andamento economico generale: cala del 4,4% la quota di famiglie che ritiene peggiorata la propria situazione rispetto all’anno precedente. Resta comunque un problema rilevante: circa il 30% delle famiglie si sente in difficoltà.

Cala la fiducia anche nei rapporti sociali

Altro dato allarmante è la sfiducia crescente verso gli altri: solo il 22,5% degli intervistati dichiara di avere fiducia nel prossimo, un dato in netto calo rispetto al 2023.

Differenze di genere ed età: i giovani sono i più ottimisti

Gli uomini risultano leggermente più soddisfatti delle donne (47,7% contro 45%), mentre la soddisfazione tende a diminuire con l’età. I più positivi restano i giovanissimi tra i 14 e i 17 anni, dove oltre il 60% esprime una valutazione alta.

Di contro, tra gli over 75 la soddisfazione si riduce al 40,1%. Da segnalare anche l’aumento degli insoddisfatti tra i 25-34enni, passati dal 9,8% al 12,2%.

Longevità: innovazione nel risparmio e demografia ridisegnano la società

Oggi la qualità della vita viene percepita dagli italiani come più importante della sua durata, ma manca ancora una consapevolezza diffusa su come affrontare le sfide economiche della longevità. La focalizzazione sulla qualità di vita come obiettivo di lungo periodo resta ancora limitata e superficiale.

Longevità e innovazione tecnologica stanno trasformando le abitudini finanziarie e le priorità economiche delle persone. Il 60% degli italiani considera prioritario il benessere inteso da un punto di vista ‘qualitativo’, ma pochi adottano comportamenti finanziari adeguati per potersi assicurare a lungo uno stile di vita in linea con i propri bisogni e le proprie attese.
Lo ha scoperto lo studio ‘InnovAge, tra longevità e innovazione: quale direzione?’, promosso da Invesco in collaborazione con Eumetra.

Il ruolo chiave dell’educazione finanziaria

Più di un intervistato su due riconosce l’importanza della pianificazione finanziaria, ma il 54% non ha ancora sviluppato una strategia di investimento per il proprio futuro.
Emerge anche una crescente richiesta di personalizzazione nei servizi finanziari, con l’educazione finanziaria, che gioca un ruolo chiave per colmare il divario tra chi è attivamente impegnato nella pianificazione e chi rimane impreparato.

Rispetto al ruolo della famiglia e delle istituzioni, quasi tre intervistati su cinque ritengono che gli anziani svolgano un ruolo di supporto economico/finanziario (56%) e di mentoring (54%).

Tecnologia, una risorsa fondamentale per la qualità della vita

Il 73% sostiene, inoltre, che lo Stato dovrebbe assumere un ruolo più attivo nella gestione della longevità, sottolineando la necessità di un impegno condiviso con le istituzioni per incrementare la consapevolezza e il supporto a livello nazionale, coinvolgendo tutti i livelli della società civile, nessuno escluso: banche, Stato, istituzioni finanziarie.

Quanto alla tecnologia, viene percepita come una risorsa essenziale per migliorare la qualità della vita, soprattutto in ambito sanitario, con una sensibilità particolare rivolta alla telemedicina (46%) e all’AI applicata alla diagnosi (43%), anche se il suo impatto genera sentimenti contrastanti.

La necessità di servizi più accessibili e flessibili

In ambito prettamente finanziario, la tecnologia può giocare un ruolo positivo nel rapporto consulente finanziario-investitore tra i clienti più maturi. Tra i più giovani rappresenta un asset per gli investitori più anziani, inclini a soluzioni orientate a generare income nella fase post-retirement. Per i più giovani, meno esperti e con meno risorse, costituisce un facilitatore, avvicinandoli alla consulenza finanziaria.

Le istituzioni finanziarie, le aziende e il settore pubblico hanno la responsabilità di sviluppare strumenti e politiche per favorire una maggiore consapevolezza sui temi del risparmio e della pianificazione personalizzata.
La ricerca sottolinea la necessità di servizi finanziari più accessibili e flessibili, capaci di adattarsi ai diversi stili di vita e alle esigenze individuali.