Auto elettriche: cinque falsi miti da sfatare

In Italia le vetture elettriche, anche se da moltissimi esperti vengono indicate come il futuro della mobilità, restano tutto sommato un mercato di nicchia. Ma perchè? Tra l’altro, a breve entreranno in vigore i nuovi incentivi statali per l’acquisto di di questa tipologia di auto.

Oltre al prezzo, a frenare molti automobilisti sono dubbi e convinzioni sbagliati, dovuti a disinformazione e luoghi comuni.
Per fare chiarezza, Facile.it ha commissionato a mUp Research un’indagine su un campione rappresentativo di automobilisti italiani. I risultati mostrano quanto siano ancora diffuse alcune fake news.

“Inquinano più delle auto a benzina”

Secondo l’indagine, oltre 8 milioni di italiani sono convinti che le elettriche inquinino più delle vetture a benzina. In realtà, nonostante la produzione delle batterie abbia un forte impatto iniziale, nel ciclo di vita complessivo le emissioni di CO2 sono inferiori, soprattutto se la ricarica avviene da fonti rinnovabili.

“Le batterie durano poco”

Un altro pregiudizio riguarda la durata delle batterie. Due automobilisti su tre pensano che si esauriscano rapidamente.

La verità è diversa: la maggior parte delle batterie moderne ha una vita media compresa tra i 10 e i 20 anni. Non a caso, molti costruttori offrono garanzie che arrivano fino a 8 anni o più.

“In Italia ci sono pochissime colonnine”

La carenza di infrastrutture è spesso citata come ostacolo alla diffusione delle auto elettriche. Molti intervistati hanno dichiarato di credere che nel nostro Paese ci siano meno di 2.500 colonnine pubbliche.

I dati ufficiali, però, raccontano altro: secondo Motus-E, a marzo 2025 i punti di ricarica superavano le 66.000 unità e il numero è in costante crescita. Oggi, inoltre, esistono applicazioni che rendono semplice localizzarle e utilizzarle.

“Prendono fuoco facilmente”

Più di 13 milioni di italiani ritengono che le auto elettriche siano particolarmente soggette a incendi. È un falso mito: gli studi dimostrano che gli episodi sono rari e statisticamente meno frequenti rispetto ai veicoli a combustione interna.

“L’elettricità proviene solo da fonti fossili”

Un’ultima convinzione riguarda l’origine dell’energia. Sebbene ancora una parte rilevante dell’elettricità derivi da fonti fossili, il mix energetico italiano e europeo è sempre più orientato verso rinnovabili come eolico e fotovoltaico.

Inoltre, chi ricarica a casa può scegliere contratti che garantiscono energia verde certificata.

Un futuro da guidare

L’indagine di Facile.it e mUp Research dimostra come molti italiani continuino a credere a miti infondati sulle auto elettriche.
Informazione corretta e incentivi mirati potrebbero contribuire a superare questi pregiudizi, aprendo la strada a una mobilità più sostenibile e consapevole.

Vino e dazi: export verso gli USA resta positivo grazie “all’effetto scorte”

In attesa della pronuncia sulla legittimità dei dazi USA disposti dall’amministrazione Trump, non mancano gli elementi di preoccupazione per gli esportatori di vino.
Gli Stati Uniti infatti si confermano il principale mercato di riferimento, ma la fine dell’accumulazione di scorte da parte degli importatori in previsione dell’entrata in vigore dei dazi vede un secondo trimestre 2025 in calo. Se infatti fino a marzo la crescita delle importazioni segnava +22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il cumulato aprile-giugno registra una riduzione del 7%.

A quanto emerge dal report Wine Monitor di Nomisma nonostante i dodici principali mercati internazionali registrino complessivamente una crescita del +1,5% a valore e del +2,1% a volume, nella prima metà dell’anno i singoli Paesi mostrano andamenti disomogenei.

Un primo semestre col segno più ma non in tutti i mercati

Questa tendenza ha coinvolto anche gli acquisti di vini italiani: la variazione per il primo semestre appare positiva (+2,5%) solo grazie all’ accumulazione avvenuta nei primi tre mesi dell’anno.
Anche in Canada i vini italiani hanno “scontato” l’effetto dazi USA, ma al contrario, nel primo semestre le importazioni dall’Italia sono cresciute di quasi l’11% beneficiando della sostituzione “a scaffale” dei vini statunitensi come ritorsione ai provvedimenti tariffari di Trump, crollati di oltre il 65%.

Performance positiva per i nostri vini anche in Germania (+10,3% a valore), mentre il Regno Unito segna una flessione del -7% a valore, così come Svizzera, Corea del Sud, Norvegia e Cina, che contraggono le importazioni come risposta al rallentamento della domanda interna. In positivo, invece, Giappone e Brasile.

Spumanti in calo, fermi e frizzanti in recupero

Rispetto alle singole categorie di vini, da gennaio a giugno 2025 rallenta l’ascesa degli spumanti italiani, con una crescita cumulata nei 12 mercati pari a +1% a valore e +6% a volume. Giappone, Stati Uniti e Cina sono i tre mercati che registrano le crescite più dinamiche.
Una fotografia di segno opposto è quella di Regno Unito (-6,6% a valore), Francia (-2,4%) e Australia (-4,4%).

Sul fronte degli acquisti di vini fermi e frizzanti italiani la Germania, dopo un 2024 in negativo, mette a segno un recupero (+14,2% a valore), unitamente a Canada, Australia e Brasile, evidenziando performance positive rispetto a Regno Unito (-8,1%) e Cina (-10,5%).

Rallentano anche i consumi interni

“Il rischio di una contrazione del mercato statunitense potrebbe avere un impatto significativo per l’export vitivinicolo italiano, anche alla luce di un trend nei consumi interni che già da qualche anno mostra segnali di rallentamento – commenta Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine Monitor -. Proprio per questo che diventa fondamentale per le nostre imprese iniziare a guardare con più attenzione a nuove aree geografiche di espansione, diversificando il più possibile i mercati di sbocco. È però necessario essere consapevoli del fatto che il processo di radicamento commerciale al di fuori dei mercati consolidati, come appunto quello statunitense, richiede tempi medio lunghi, oltre a investimenti mirati e strategie di lungo respiro” .

Lavoro: ad agosto previste 335mila assunzioni

A delineare le previsioni occupazionali per il mese di agosto è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Secondo i dati emersi, sono 335mila le opportunità lavorative offerte dalle imprese nel mese e salgono a oltre 1,4 milioni nel trimestre agosto-ottobre. Permane però elevata la difficoltà di reperimento dei profili ricercati dalle imprese (46,0%), soprattutto a causa della mancanza di candidati per ricoprire le posizioni lavorative aperte. 

Le previsioni evidenziano inoltre una flessione rispetto ad agosto 2024, con 12mila ingressi programmati in meno (-3,6%), mentre si segnala un andamento pressoché stabile rispetto al trimestre agosto-ottobre 2024.

Il settore primario cerca oltre 36mila lavoratori

Il settore primario programma nel mese più di 36mila assunzioni e nel trimestre oltre 126mila. A ricercare maggiormente manodopera sono le imprese del comparto coltivazioni ad albero (quasi 17mila nel mese e circa 55mila nel trimestre), seguite da quelle che si dedicano alle coltivazioni di campo (circa 10mila e 38mila).

L’industria nel suo complesso ricerca oltre 76mila lavoratori ad agosto e circa 365mila nel trimestre. Per il manifatturiero (oltre 49mila e circa 228mila) le maggiori opportunità sono offerte dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (circa 17mila e quasi 52mila), seguite dalle industrie della meccatronica (quasi 10mila contratti e più di 50mila) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (circa 8mila nel mese, 40mila nel trimestre).

Maggiori opportunità dal turismo

La domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni si attesta su 27mila assunzioni nel mese che nel trimestre salgono a quasi 137mila. Sono invece poco meno di 223mila i contratti di lavoro previsti dal settore dei servizi ad agosto e quasi 935mila nel trimestre. Ma è il turismo a offrire le maggiori opportunità (oltre 78mila lavoratori nel mese, circa 260mila nel trimestre) seguito dal commercio (circa 45mila nel mese, oltre 190mila nel trimestre) e dal comparto dei servizi alle persone (37mila e 196mila).

Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta, con circa 225mila unità (67,0% del totale), seguiti dai contratti a tempo indeterminato (42mila, 12,7%) e da quelli di somministrazione (30mila, 9,1%).

Circa 154mila unità difficili da reperire 

Ad agosto, le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per circa 154mila assunzioni programmate (46% del totale), confermando come causa prevalente la mancanza di candidati (33%), mentre la preparazione inadeguata si attesta (11,6%). A risentire maggiormente del mismatch sono le industrie metallurgiche e metallifere (62,5%), le imprese del legno-mobile (55,8%), le imprese del comparto costruzioni (55,7%), le industrie della meccatronica (55,0%) e quelle tessili, abbigliamento e calzature (54,8%). 

Per il settore primario la difficoltà di reperimento supera il 50% delle ricerche di personale negli ambiti di attività miste di coltivazione e allevamento, di quelli delle aziende di allevamento e delle coltivazioni ad albero. 

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Perchè il ricondizionato piace sempre di più? Non è solo una questione di prezzo

Lo vediamo tutti i giorni: con offerte, pubblicità e promozioni mirate, i consumatori sono costantemente spinti ad acquistare un nuovo modello di dice tecnologico, sia esso uno smartphone, un tablet ma pure un elettrodomestico. In questa corsa alla tecnologia, però, c’è un numero crescente di persone che dice no. E che, al contrario, decide di rallentare.

Invece di inseguire costantemente l’ultima novità, molti consumatori preferiscono utilizzare più a lungo i dispositivi già in loro possesso, evitando aggiornamenti non indispensabili e dando spazio a una nuova forma di consapevolezza. Questo modo di pensare si sta diffondendo sempre di più e prende ispirazione da un concetto emergente, la cosiddetta “Joy of Missing the Upgrade”, ovvero la soddisfazione di non dover sempre rincorrere il nuovo per forza.

Il ricondizionato è una risorsa, non un ripiego

In questo contesto, il mercato dei prodotti ricondizionati è in costante crescita. Secondo i dati forniti da eBay, più del 40% delle vendite sulla piattaforma riguarda articoli usati o rimessi a nuovo, e nei primi tre mesi del 2025 un prodotto ricondizionato è stato visualizzato ogni undici secondi su eBay.it.

Si tratta di un vero e proprio cambiamento nelle abitudini di acquisto, spinto sia da motivazioni economiche sia ambientali.

Il risparmio resta la prima leva

Chi sceglie un prodotto ricondizionato lo fa innanzitutto per risparmiare. Le differenze di prezzo rispetto al nuovo possono arrivare fino al 40% in meno, soprattutto in categorie come l’informatica, il gaming, gli smartphone e gli elettrodomestici. Ma l’aspetto economico non è l’unico fattore in gioco. Sempre più persone dichiarano di voler ridurre l’impatto ambientale delle proprie scelte di consumo.

Nel solo 2024, la vendita di articoli usati e ricondizionati sulla piattaforma ha permesso di evitare l’emissione di circa un milione e seicentomila tonnellate di CO₂ e ha contribuito a ridurre i rifiuti per oltre settantamila tonnellate, generando nel complesso un impatto economico positivo stimato in 5 miliardi di dollari.

Falsi miti da sfatare

Tutto liscio quindi? Non proprio: intorno al ricondizionato esistono ancora falsi miti difficili da  sradicare. C’è chi pensa che riguardi solo telefoni o tablet, quando invece riguarda oggi un’ampia gamma di prodotti, dai robot da cucina agli smartwatch, passando per lavatrici, attrezzi per il fai da te, macchine da caffè e persino dispositivi per la cura personale.

C’è chi teme che la qualità non sia all’altezza del nuovo, ma i prodotti ricondizionati venduti su eBay vengono sottoposti a controlli tecnici rigorosi, classificati per condizioni e garantiti. Tutti gli articoli del Programma Ricondizionato offrono una garanzia di almeno 12 mesi, spesso estendibile a 24, con spedizione e reso gratuiti inclusi. Altri dubbi riguardano l’affidabilità dei venditori, ma ogni venditore selezionato è identificabile tramite badge specifici e la sua reputazione è verificabile attraverso recensioni pubbliche e standard di servizio. Infine, c’è chi ritiene che un prodotto ricondizionato non sia adatto a essere regalato. Ma anche su questo punto il mercato sta cambiando: più della metà dei consumatori globali si dichiara favorevole all’idea di riceverne uno in regalo.

Un’alternativa consapevole

Oggi il ricondizionato non è più una scelta di ripiego, ma una vera e propria alternativa consapevole. eBay investe in programmi e tecnologie che favoriscono l’economia circolare e aiutano a estendere la vita dei prodotti, promuovendo un modello di consumo più sostenibile, trasparente e responsabile.

Vaccinazioni: la nuova cultura è la percezione del rischio 

È quanto emerge dall’indagine del Censis ‘I nuovi tratti della vaccinazione in Italia’ realizzata con la sponsorizzazione di Pfizer: oggi il tema della percezione del rischio appare centrale. Anche se il 90% degli italiani si è vaccinato contro il Covid, solo un terzo pensa di farlo nel futuro. Contro l’influenza, poco più della metà.
Dopo la pandemia è presente una sorta di stanchezza rispetto a quanto vissuto, che si estende anche alle vaccinazioni, sebbene riconosciute come un’arma strategica per superarla.

La vaccinazione infatti viene vista come uno strumento per proteggere anzitutto chi è professionalmente, socialmente o fisicamente più esposto (personale sanitario, malati cronici, chi vive o lavora in ambienti dove è più facile contagiarsi), e meno come semplice strategia per evitare di ammalarsi.

Si riconosce il ruolo per la prevenzione ma prevale un atteggiamento negativo

Il 59,5% pensa che sia più rischioso non vaccinarsi, rischiando di ammalarsi di una malattia prevenibile con la vaccinazione.

Tuttavia, nonostante il riconoscimento quasi unanime del ruolo delle vaccinazioni nel debellare malattie come la poliomielite (95,3%) e nella difesa della collettività dalla diffusione delle malattie (84,4%), insieme a quello del suo valore individuale come strumento per evitare la diffusione di malattie e complicanze (85,2%), queste considerazioni non sono sufficienti a superare un atteggiamento culturale che la maggioranza percepisce ancora come più negativo rispetto al passato (85,9%).
E non appaiono del tutto risolti i dubbi sull’efficacia e la sicurezza delle vaccinazioni.

Aumenta però la quota di chi esprime piena fiducia

Il 36,9% afferma di ricorrere alla vaccinazione per prevenire le malattie, una quota in crescita rispetto al 16,9% del 2014. È evidente l’influsso dell’esperienza di adesione di massa alla vaccinazione per il superamento del Covid.
Aumenta anche la quota di chi esprime piena fiducia nei confronti della vaccinazione (43,0% vs 22,0%), soprattutto cresce nel tempo la quota di chi dichiara di fidarsi delle vaccinazioni garantite dal Ssn (30,7% vs 50,6%).

Il fatto che il 54,6% delle persone si sono dichiarate disponibili a “fare” una dose in più se in questo modo aumenta la copertura e l’efficacia è una dimostrazione della fiducia nei confronti della vaccinazione. I non favorevoli sono in media il 22,3%.

Una conoscenza collegata all’esperienza diretta

La conoscenza delle vaccinazioni appare collegata all’esperienza diretta e all’adesione a esse. Si tratta di una conoscenza diffusa (71,5% si ritiene informato), che raggiunge il picco con la vaccinazione anti-Covid, conosciuta dal 98,7% della popolazione.

Più basse le percentuali di chi ha effettuato vaccinazioni negli ultimi 3 anni. Esclusa la vaccinazione anti Covid (84,8%) e antinfluenzale (50,0%), il ricorso non è ampio, anche nel caso di categorie più a rischio come i malati cronici. Diversa è la situazione con riferimento alle scelte effettuate dai genitori rispetto alle vaccinazioni dei figli (97,0%), più ridotto il ricorso alla vaccinazione in gravidanza. Tra le donne intervistate solo il 36,7% ha effettuato almeno una vaccinazione e la quota diventa maggioritaria solo per le donne che hanno figli da 0 a 5 anni.

Medie imprese industriali: l’Italia fa meglio di Francia e Germania

Anche se il clima di incertezza globale si fa sentire, le medie imprese industriali italiane si confermano tra le più dinamiche d’Europa. Secondo il XXIV Rapporto sulle Medie Imprese e lo studio “Scenario competitivo, ESG e innovazione strategica”, curati da Mediobanca, Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, il nostro Paese eccelle in produttività, superando le omologhe di Germania, Francia e Spagna.

Nel periodo 2014-2023, queste aziende — circa 3.650 realtà attive principalmente nel Made in Italy — hanno registrato una crescita del 31,3% della produttività del lavoro. Ancora più significativa la performance in termini di vendite (+54,9%) e occupazione (+24,2%). A livello europeo, solo le imprese spagnole mostrano un passo più sostenuto sul fronte del fatturato e dell’occupazione, ma nessuno riesce a tenere il ritmo dell’Italia in quanto a efficienza produttiva.

Previsioni 2025: previsto un +2,2% nel giro d’affari

Lo slancio positivo dovrebbe proseguire anche nel 2025: le previsioni parlano di un aumento del fatturato del 2,2% e di un incremento dell’export del 2,8%.

Non mancano però alcune ombre. Circa il 70% delle medie imprese teme la concorrenza low-cost, in particolare quella proveniente da Paesi extra-UE, che mette sotto pressione i margini e mina la competitività.

Le criticità attuali: dazi, energia e instabilità geopolitica

A complicare il quadro, ci sono anche i dazi minacciati o introdotti dagli Stati Uniti: per il 30% delle aziende italiane avranno un impatto significativo, mentre un ulteriore 21,3% si aspetta effetti più limitati ma comunque rilevanti.

In parallelo, cresce la richiesta di un’azione unitaria da parte dell’Unione Europea: oltre la metà delle imprese (52,6%) chiede politiche contro la concorrenza sleale e il protezionismo.

Ostacoli strutturali: pressione fiscale e poche competenze

Tra i nodi ancora irrisolti, due temi pesano in modo particolare: una pressione fiscale ritenuta penalizzante e il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.
Questo squilibrio, unito al costo dell’energia e all’incertezza dei mercati globali, rischia di rallentare la corsa delle Mid-Cap italiane.

Il peso delle medie imprese nell’economia italiana

Le medie imprese rappresentano una colonna portante dell’industria nazionale: generano il 17% del fatturato manifatturiero, il 16% del valore aggiunto, e coprono il 14% dell’occupazione e delle esportazioni. 

Sicurezza informatica: un programma di seminari internazionali per le comunità locali

Obiettivo, costruire una cultura diffusa della sicurezza digitale e trasformare studenti e studentesse di ogni facoltà universitaria in nuove risorse professionali per la resilienza cibernetica del Paese. Si tratta del programma internazionale Cybersecurity Seminars di Google.org in collaborazione con Virtual Routes, promosso in Italia dall’Università degli Studi di Milano e dalla Fondazione Mondo Digitale ETS. 

Anche in Italia, infatti, il cybercrime corre veloce e gli attacchi informatici si moltiplicano. Solo nel 2024, il Computer Security Incident Response Team (Csirt) ha gestito 1.979 eventi cyber, 165 al mese, che hanno colpito 2.734 vittime, il doppio dell’anno precedente.
In cima alla lista delle minacce c’è il ransomware, un’emergenza quotidiana per le Pmi, spesso prive di adeguate difese.

Un percorso esperienziale e interdisciplinare

In questo scenario, il programma internazionale  Cybersecurity Seminars offre un percorso esperienziale e interdisciplinare che include seminari pratici, hackathon tematici, tirocini presso realtà locali, attività di service learning per l’impatto sociale.

Il programma coinvolge 140 laureandi e neolaureati, 175 organizzazioni territoriali, tra Pubbliche amministrazioni, enti del terzo settore e Pmi. Particolare attenzione è riservata all’inclusione. L’EDI Champion del progetto, Silvia Salini, professoressa ordinaria di Statistica dell’Università Statale di Milano, garantisce pari opportunità e partecipazione anche a studenti con background non convenzionali.

“Per affrontare la criminalità informatica è necessaria una resilienza condivisa”

“La criminalità informatica è ormai strutturata e transnazionale, difficile da contrastare e altamente redditizia – spiega Nunzia Ciardi, vicedirettrice generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale -. Per affrontarla, è necessaria una resilienza condivisa da parte di tutti i Paesi avanzati, poiché si tratta di una minaccia pervasiva che coinvolge tutti i servizi essenziali, dalla sanità ai trasporti. Come Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale – aggiunge Ciardi -, interveniamo su più fronti, ad esempio, per ripristinare le funzionalità dei servizi pubblici colpiti, come il sistema sanitario”.

“Il nostro impegno include anche la promozione della formazione di professionisti specializzati in cybersecurity, in un contesto in cui spesso manca la piena consapevolezza dei rischi e delle dinamiche del mondo digitale”.

“Ogni percorso formativo dovrebbe integrare la cybersicurezza”

“Oggi, un Paese che è al tempo stesso digitalizzato e sicuro acquisisce un vantaggio competitivo e una maggiore stabilità – continua Ciardi -. Per questo ogni percorso formativo, indipendentemente dalla disciplina dovrebbe integrare un’adeguata preparazione nell’ambito della cybersicurezza”.

La cybersecurity è diventata un pilastro della regolamentazione europea. Si pone quindi l’esigenza di formare professionisti in grado di gestire gli aspetti regolamentari e di fare da trait d’union tra le professionalità più tecniche e quelle manageriali.
Per questo, tra gli obiettivi del progetto, c’è anche quello di affrontare la mancanza in Europa di 880mila professionisti in cybersecurity.

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Mercato immobiliare Milano, Monza Brianza Lodi: “vince” il fuori città 

Non è certo un segreto che la piazza di Milano e delle aree limitrofe sia una delle più “ricche” per quanto riguarda il comparto immobiliare. Ma come stanno andando realmente le cose? Quali sono i trend? Nel primo trimestre del 2025, il mercato immobiliare lombardo mostra segnali interessanti.

Secondo i dati raccolti da FIMAA Milano, Lodi, Monza e Brianza – con il supporto del Centro Studi Confcommercio MiLoMB – la domanda d’acquisto per le abitazioni è in crescita, soprattutto fuori Milano: il 75% degli agenti a Monza e il 55% nell’area metropolitana meneghina segnalano un interesse crescente.

Compravendite: i trilocali sono sempre i preferiti

La tipologia abitativa più ricercata è il trilocale, segnalato dal 66% degli operatori. Seguono i bilocali, in particolare richiesti nei comuni della cintura milanese. A Milano città, invece, la domanda è più equilibrata. Quanto alle finalità d’acquisto, l’uso personale prevale nettamente (81%), ma a Milano l’acquisto per investimento tocca il 24%.

Il mercato appare stabile anche sul fronte dell’offerta: case, uffici, negozi e capannoni restano in gran parte invenduti. I prezzi di vendita si mantengono stabili per il 43% degli operatori, ma il 41% segnala un lieve rialzo. Gli sconti medi applicati oscillano tra il 5 e il 10%, e aumentano i tempi di vendita, che ora richiedono anche più appuntamenti.

Locazioni: cresce la domanda e i canoni si alzano

Il segmento degli affitti è in fermento: il 59% degli operatori segnala un aumento della domanda per abitazioni in locazione. I canoni sono in salita, soprattutto per i trilocali e quadrilocali destinati all’uso diretto. Stabili invece i valori per uffici, negozi e capannoni. L’offerta di immobili da affittare resta bilanciata: in calo per il 36%, ma in aumento per il 35%.

Il contratto più diffuso per gli immobili a reddito è quello a canone libero (65%). I canoni continueranno a salire? Per ora, secondo il 41% degli operatori, resteranno stabili nel breve periodo.

“I negozi di vicinato soffrono particolarmente”

Marco Zanardi, consigliere FIMAA con delega all’Ufficio Studi, sottolinea che la stabilità domina il settore: “I tempi medi di vendita si aggirano sui 4-6 mesi e restano invenduti molti immobili. Il trilocale è il più desiderato, mentre i negozi di vicinato soffrono in modo particolare, penalizzati da canoni troppo alti e domanda debole”.

Le prospettive per il secondo trimestre 2025? Tra gli addetti ai lavori regna ancora la cautela, ma non sono esclusi possibili adeguamenti nei prezzi, più vicini alle reali disponibilità dei compratori.

Benessere: solo il 46,3% degli italiani si dichiara molto soddisfatto della propria vita

Gli italiani sono contenti? Un po’ meno di 12 mesi fa. Nel 2024, infatti, si arresta la ripresa del benessere percepito che aveva caratterizzato gli anni precedenti.

Secondo l’ultima rilevazione Istat sugli Aspetti della vita quotidiana, la quota di persone che assegna un punteggio elevato alla propria soddisfazione esistenziale (tra 8 e 10 su una scala da 0 a 10) si ferma al 46,3%, in leggero calo rispetto al 46,6% registrato nel 2023.

Peggiorano le valutazioni su tempo libero, salute e relazioni sociali

La stabilità del dato generale nasconde però un trend negativo su più fronti. Scende la soddisfazione per i principali ambiti della vita quotidiana: le relazioni familiari registrano un calo, attestandosi all’87,9%, e quelle amicali si fermano al 79,7%. Più marcato il peggioramento sul fronte del tempo libero, con un livello di soddisfazione che scivola al 66,3%, perdendo 1,8 punti rispetto all’anno precedente.

Anche la salute personale viene percepita in modo più critico: il 78,5% degli italiani si ritiene soddisfatto, rispetto al 79,7% del 2023.

Lavoro e finanze personali i tasti dolenti

Sul piano economico e professionale, il quadro è altrettanto sfumato. La soddisfazione per la situazione economica personale scende al 57,6%, mentre quella per il lavoro cala al 77,6%, perdendo 2,4 punti.

Migliora leggermente, però, la percezione sull’andamento economico generale: cala del 4,4% la quota di famiglie che ritiene peggiorata la propria situazione rispetto all’anno precedente. Resta comunque un problema rilevante: circa il 30% delle famiglie si sente in difficoltà.

Cala la fiducia anche nei rapporti sociali

Altro dato allarmante è la sfiducia crescente verso gli altri: solo il 22,5% degli intervistati dichiara di avere fiducia nel prossimo, un dato in netto calo rispetto al 2023.

Differenze di genere ed età: i giovani sono i più ottimisti

Gli uomini risultano leggermente più soddisfatti delle donne (47,7% contro 45%), mentre la soddisfazione tende a diminuire con l’età. I più positivi restano i giovanissimi tra i 14 e i 17 anni, dove oltre il 60% esprime una valutazione alta.

Di contro, tra gli over 75 la soddisfazione si riduce al 40,1%. Da segnalare anche l’aumento degli insoddisfatti tra i 25-34enni, passati dal 9,8% al 12,2%.

Il carovita modifica le abitudini quotidiane: 7 persone su 10 riducono i consumi

I prezzi si alzano facendo “scricchiolare” il potere d’acquisto. E le famiglie corrono ai ripari, cercando di preservare i propri budget. L’inflazione crescente e l’instabilità economica globale, infatti, stanno costringendo milioni di persone a cambiare stile di vita.

Secondo la ricerca internazionale Worldviews Survey promossa da WIN (con dati italiani a cura di BVA Doxa), circa il 70% dei cittadini a livello mondiale ha già cominciato a contenere le spese o intende farlo a breve. Una reazione che non nasce solo da necessità economiche, ma anche dalla volontà di proteggere il benessere familiare in un contesto di incertezza diffusa.

Italia tra i Paesi più attenti al portafoglio

Il fenomeno coinvolge tutti i 40 Paesi analizzati dall’indagine, ma con intensità diverse. In cima alla lista ci sono Grecia (86%), Malaysia (83%), Filippine (82%) e Irlanda (79%), dove oltre 4 persone su 5 stanno adottando comportamenti più prudenti.

Anche l’Italia mostra un’alta sensibilità: il 77% degli intervistati ha già ridotto le spese o è pronto a farlo, posizionandosi tra i Paesi europei più reattivi, accanto a Croazia (78%). Meno marcato il fenomeno in Paesi Bassi, Slovenia, Cina e Svezia, dove meno del 60% dei cittadini prevede tagli.

Al Sud c’è più timore, nel Nord resiste l’ottimismo 

Il quadro italiano mostra differenze territoriali significative. Le regioni del Sud e delle Isole registrano la quota più alta di famiglie che hanno già ridotto i consumi (44,5%), seguite da quelle del Centro (43,7%).

Al contrario, le aree settentrionali, pur meno colpite, si distinguono per una maggiore fiducia: nel Nord Ovest, il 15,8% degli intervistati dichiara di non avere intenzione di tagliare le spese, contro il 10,9% del Sud.

Donne e adulti: i più scrupolosi nel fare le “formiche” 

Il peso dell’inflazione si riflette con maggiore intensità sulle donne, che in Italia rappresentano il gruppo più attento: 43,2% ha già limitato i consumi, rispetto al 37% degli uomini.

La fascia d’età più coinvolta è quella tra i 45 e i 54 anni (47,9%), seguita dai 55-64enni. I giovani dai 18 ai 24 anni mostrano invece maggiore attesa: solo un terzo ha agito, ma quasi 4 su 10 sono pronti a farlo a breve.

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