Vino: cala il mercato interno, ma vendite all’estero in ripresa 

Lo evidenzia l’ultimo Report Wine Monitor realizzato da Nomisma con NIQ-NielsenIQ: il mercato del vino in Italia nel 2024 registra una riduzione nelle quantità vendute in tutti i format distributivi. Nel canale Horeca, ad esempio, dopo la crescita dei consumi (+7%) nel primo trimestre 2024, nel secondo la variazione scende al +4,5%, mentre nel canale retail nei primi sei mesi dell’anno le vendite calano a volume di quasi il 3% rispetto al 2023, a fronte di una crescita di poco meno dell’1% a valore.

Sui mercati esteri, invece, si scorge qualche segnale di ripresa.
Quanto alle diverse categorie, emergono alcune differenze. Ad esempio, per i vini fermi e frizzanti il calo nei volumi risulta maggiore nell’e-commerce, mentre è meno accentuato nel discount. Al contrario, per gli spumanti la variazione è positiva in tutti i comparti tranne il Cash&Carry.

Export: USA +5,7%, UK +4,7%, Canada +1,3%

Se è vero che al giro di boa del primo semestre 2024 le importazioni cumulate di vino nei principali 12 mercati globali si mantengono ancora in territorio negativo (-4%), il Report segnala un miglioramento rispetto al cumulato del primo trimestre, quando il calo risultava pari al -9%.

Peraltro, le importazioni di vino dall’Italia registrano performance migliori rispetto al trend generale.
In particolare, rispetto allo stesso semestre del 2023 gli acquisti di vini italiani a valore risultano positivi negli Stati Uniti (+5,7%), nel Regno Unito (+4,7%), in Canada (+1,3%) e in Brasile, mentre soffrono in Germania (-9%) e nei paesi asiatici (Giappone, Cina e Corea del Sud).

Crescono Prosecco (+12%) e rossi DOP toscani (+6%)

In merito alle singole categorie, per i vini fermi e frizzanti italiani si evidenzia un ‘miglioramento’ rispetto al primo trimestre di quest’anno.
E se il calo degli acquisti nei top mercati mondiali si riduce di intensità, arrivando a un -2% a valore, con performance in controtendenza (e quindi positive) negli Stati Uniti, UK, Canada e Brasile, rispetto al primo semestre 2023, le importazioni di spumanti italiani mostrano un +4,5% a valore, con performance in crescita negli Stati Uniti, UK, Francia, Canada, Australia e Brasile.

Al contrario, continuano le riduzioni degli acquisti di spumanti italiani in Germania, Svizzera e Giappone.
Tra i nostri principali vini a denominazione, continua la crescita dell’export di Prosecco (+12% a valore) e recuperano i rossi Dop della Toscana (+6%) dopo il calo dell’anno scorso, mentre soffrono ancora quelli piemontesi (-2%).

La crisi dello Champagne

Il grande malato, in questo momento storico, sembra essere il vino francese, che più di altri soffre gli effetti di questa congiuntura economica negativa a livello mondiale: -10% il valore dell’export dalla Francia nel primo semestre 2024, con una flessione che tocca -17% nel caso dello Champagne e -16% per i rossi di Bordeaux, ma non risparmia neppure quelli della Borgogna (-7%).

In negativo anche l’export della Nuova Zelanda (-3%), mentre viaggiano in territorio positivo Spagna, Cile e Stati Uniti. In forte crescita l’Australia (+28%), in recupero dopo il crollo nell’export di vino dell’anno scorso.

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Tasse: i più tartassati vivono a Milano, Roma e Monza 

Secondo l’Ufficio studi della CGIA sono i residenti della Città metropolitana di Milano i contribuenti Irpef più tartassati d’Italia.
Nel 2022 hanno versato all’erario un’imposta media sui redditi delle persone fisiche pari a 8.527 euro. Seguono i soggetti Irpef di Roma, con 7.092, di Monza-Brianza ( 6.574), di Bolzano ( 6.472) e di Bologna (6.323).
I meno ‘vessati’ sono i residenti della Sardegna del Sud, che hanno versato un’Irpef media pari a 3.338 euro.

I dati vanno letti con attenzione, poiché come afferma il comma 2 dell’articolo 53 della Costituzione, il nostro sistema tributario è fondato sul criterio di progressività. Pertanto, i territori dove il prelievo Irpef medio è più importante sono anche quelli dove i livelli di reddito sono più elevati.

Si paga di più ma i servizi sono migliori

Va altresì segnalato che dove si paga di più la qualità e la quantità dei servizi erogati dalle Amministrazioni pubbliche spesso sono superiori rispetto a quelli somministrati dove si pagano meno tasse. 
Insomma, a Milano, Roma, Monza, Bolzano, Bologna, Parma il prelievo fiscale è più elevato, ma in queste province la concentrazione dei contribuenti più abbienti è maggiore che nel resto del Paese.

Inoltre, rispetto alla maggioranza delle altre realtà urbane, questi cittadini beneficiano di sanità, scuola, trasporti, cultura, tempo libero che spesso presentano livelli di qualità non riscontrabili altrove. 

I contribuenti Irpef sono 42 milioni

I contribuenti Irpef presenti in Italia sono poco più di 42 milioni, di cui 23,3 milioni dichiarano redditi da lavoro dipendente, 14,5 milioni da pensione, 1,6 milioni sono occupati come lavoratori autonomi e 1,6 milioni presentano altri redditi (affitti, terreni, rendite mobiliari).

Nel 2022 l’importo medio nazionale di Irpef versato all’erario è stato pari a 5.381 euro. La percentuale di contribuenti che ha pagato meno della media nazionale si è attestata al 69%. Significa che in Italia quasi 7 contribuenti Irpef su 10 versano al fisco meno di 5.381 euro l’anno.
L’area che presenta la percentuale più bassa (60%) è la Provincia Autonoma di Bolzano, mentre le regioni dove il tasso dei contribuenti meno abbienti è maggiore sono Calabria (78%), Provincia autonoma di Trento (80%), e Marche (84%). 

Siamo al 5° posto in UE per pressione fiscale

Nonostante il peso delle tasse negli ultimi anni sia in calo, nel 2023 solo Francia, Belgio, Danimarca e Austria hanno registrato un peso fiscale superiore al nostro. Tra i 27 paesi l’Italia si è ‘piazzata’ al 5° posto.

Se a Parigi la pressione fiscale era al 45,8% del Pil, a Bruxelles al 45,3%, a Copenaghen al 44,5% e a Vienna al 42,9%, in Italia ha toccato la soglia del 42,5%.
La Germania si è posizionata al 10°, con una pressione fiscale del 40,6% e la Spagna al 13°, con il 37,%. La media dei Paesi europei è stata del 40,3%, 2,2 punti in meno della media italiana.

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Creare fake news con l’IA: bastano poco più di 100 dollari 

Quanto costa creare un sito di fake news? Poco, anzi pochissimo. Qualche decina di dollari può essere sufficiente per mettere on line un portale di notizie inventate o, peggio, faziose. L’allarme è scattato a seguito dell’esperimento condotto da un redattore di Newsguard, Jack Brewster.

Il giornalista ha infatti scoperto che ci vogliono solo poco più di 100 dollari per creare un sito di notizie locali “partigiane” e false, generato interamente dall’intelligenza artificiale (IA). Insomma, riferisce l’Ansa che ha battuto la notizia, un investimento minimo contro la possibilità di fare danni gravi.

L’esperimento di Brewster

Brewster, nel corso del suo esperimento, ha assunto uno sviluppatore freelance con un budget di 105 dollari. L’obiettivo dell’incarico era creare un sito di notizie basato sull’IA, progettato per produrre articoli politicamente distorti. Il sito, chiamato Buckeye State Press, è stato ideato nello stile di un tradizionale giornale dell’Ohio, concentrato sulla copertura delle notizie politiche di quel preciso territorio.

La tecnologia utilizzata 

Utilizzando strumenti come ChatGPT di OpenAI, lo sviluppatore ha programmato Buckeye State Press in modo che generasse autonomamente articoli di notizie sull’Ohio. In soli due giorni, l’intelligenza artificiale è stata incaricata di produrre notizie che dapprima favorissero il repubblicano Bernie Moreno, poi il democratico Sherrod Brown. In sintesi, il giornale “finto” ha dimostrato quanto sia facile fare “propaganda” senza controllo.

L’allarme di Newsguard

Newsguard, un’organizzazione internazionale che valuta l’affidabilità dei siti di notizie, ha già sollevato preoccupazioni dopo aver individuato circa 800 siti di notizie generati interamente dall’IA, noti come ‘newsbot’. Questo esperimento conferma la facilità con cui tali siti possono essere creati e utilizzati per diffondere disinformazione.

Risultati incredibili

I risultati dell’esperimento sono stati definiti “stupefacenti”, mettendo in luce la vulnerabilità dell’ecosistema delle notizie online. In particolare, la prova ha evidenziato la necessità di norme di vigilanza e di regolamentazione più strette per contrastare la diffusione di informazioni false e distorte. Una disinformazione che può essere grave specie in vista di eventi politici come le elezioni americane.

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Siamo immersi nei contenuti digitali: come li viviamo veramente?

Siamo tutti  consapevoli che, oggi, la nostra vita si svolge in gran parte nel mondo digitale. Ogni individuo è immerso in un flusso incessante di contenuti digitali, che spaziano dall’intrattenimento all’informazione.

Questa costante interazione è alimentata dal crescente utilizzo di dispositivi connessi, che vanno dagli telefonini alle smart TV, dai computer portatili alle console per videogiochi, creando un tessuto digitale sempre più fitto e articolato.

Un contesto da conoscere per definire strategie di marketing

In questo scenario in continua evoluzione, è cruciale comprendere le abitudini e le preferenze dei consumatori al fine di orientare efficacemente le strategie pubblicitarie. È quanto emerso durante la seconda edizione di IAB Showcase, un evento che ha visto la partecipazione di oltre 1000 brand e centri media, promosso da BVA Doxa. Antonio Filoni, Head of BU Digital & Social Media di BVA Doxa, ha presentato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano.

La ricerca ha analizzato le tendenze di fruizione e spesa dei consumatori italiani nel mercato dei contenuti digitali, offrendo anche uno sguardo sulle prime valutazioni riguardo ai contenuti generati dall’Intelligenza Artificiale.

Le preferenze dei consumatori

Tra le principali evidenze, spicca l’importanza dei social media come fonte primaria di contenuti digitali, seguiti dalle informazioni e dalle notizie. Nella scelta dei contenuti, le anteprime e gli eventi risultano essere i fattori più influenti, insieme ai giudizi personali del proprio network.

Sale la spesa per contenuti digitali

Un dato significativo riguarda la crescita costante della spesa dei consumatori per i contenuti digitali, con il 77% degli intervistati che dichiara di fruire almeno di un contenuto a pagamento. Tuttavia, emerge anche una certa ambivalenza nei confronti della pubblicità, considerata sia un elemento di distrazione sia un indicatore di qualità per i contenuti a pagamento.

Contenuti “artificiali” e percepito da parte degli utenti

Un altro aspetto interessante riguarda l’utilizzo dei contenuti prodotti con Intelligenza Artificiale: se solo il 18% dei consumatori ha già usufruito di tali contenuti, questo dato sale al 30% nella GenZ. Tuttavia, vi è una varietà di opinioni riguardo all’utilizzo di tali tecnologie, con preoccupazioni legate alla trasparenza e all’etica, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di fake news e deep fake.

In conclusione, la comprensione delle dinamiche di consumo e delle preferenze degli utenti è fondamentale per adattare le strategie di marketing e pubblicità nel sempre più complesso e competitivo panorama dei contenuti digitali.

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Caro affitti, chi paga di più in Europa? Gli italiani 

L’impatto del prezzo degli affitti è davvero pesante sulle tasche degli italiani. Un recente studio condotto dalla banca online N26 svela che i nostri connazionali destinano il 52% del loro stipendio per l’affitto, collocando l’Italia all’ultimo posto in Europa. Questa situazione, ovviamente, si fa sentire sugli stipendi mensili degli italiani, già tra i più bassi del Vecchio Continente.

Classifica di vivibilità: affitti e qualità della vita

L’Indice di Vivibilità di N26 si propone di identificare i Paesi europei che offrono una migliore qualità della vita, prendendo in considerazione le spese relative agli affitti e all’energia, la densità di popolazione e il senso generale di felicità espresso dai residenti. Tra i costi analizzati, quelli legati agli affitti giocano un ruolo chiave, soprattutto in relazione agli stipendi medi.

L’Italia fanalino di coda: troppe spese 

L’Italia si posiziona all’ultimo posto della classifica con oltre il 52% del salario destinato all’affitto. Si tratta di una fetta davvero considerevole dello stipendio. Basta considerare la media nazionale del costo degli affitti per un bilocale, che si attesta attorno ai 1.400 euro al mese.

Le città dove si spende di più? Firenze e Milano

Un’analisi più dettagliata delle città italiane rivela che Firenze risulta essere la più costosa, con una media di 1.806 euro richiesti per un affitto mensile. Nel centro storico, il canone raggiunge i 2.200 euro al mese. Milano segue con una media di 1.674 euro, ma supera tutte le città per quanto riguarda le richieste in pieno centro: il canone medio sotto la Madonnina è di circa 2.838 euro al mese. Roma si posiziona terza, con una media di 1.200 euro per un bilocale.

E nel resto d’Europa? Va meglio in Belgio, Svizzera e Danimarca

A precedere l’Italia nel ranking europeo troviamo la Spagna, i Paesi Bassi e il Regno Unito. Al primo posto c’è il Belgio, con un affitto mensile di circa 800 euro per un bilocale, corrispondente al 18% dello stipendio. Svizzera e Danimarca occupano rispettivamente il secondo e il terzo posto con il 21% del salario destinato agli affitti.

I parametri considerati per l’Indice di Vivibilità

L’Indice di Vivibilità di N26 si basa su 12 paesi europei selezionati per appeal per la ricollocazione, popolazione e stabilità economica. I parametri considerati includono spese medie per l’energia, aumenti salariali medi, densità di popolazione e livelli di felicità, con l’obiettivo di evidenziare i paesi più favorevoli dove trasferirsi.

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Bonus ristrutturazione, a quanto ammonta ora e nel 2024?

Il bonus ristrutturazione rappresenta un vantaggio fiscale per coloro che intendono effettuare lavori di ristrutturazione nelle proprie abitazioni, consentendo loro di detrarre il 50% delle spese sostenute, fino a un limite massimo di 96.000 euro. Questa agevolazione è applicabile sia ai lavori eseguiti nel corso del 2023 che a quelli previsti a partire dal 1° gennaio dell’anno successivo. È importante comprendere i costi ammissibili e gli adempimenti necessari per beneficiare di questo beneficio fiscale. Il bonus ristrutturazione, valido fino al 31 dicembre 2024, offre un anno aggiuntivo per sfruttare questa agevolazione. Dopo tale data, a meno di ulteriori cambiamenti normativi, la percentuale di detrazione diminuirà al 36%, con un limite di spesa ammissibile ridotto a 48.000 euro. Chiunque stia pianificando lavori di riqualificazione nella propria casa deve programmarli con attenzione e tenere presente le spese detraibili, così come rispettare le regole e gli adempimenti necessari.

Cosa succederà dal 2025?

Il bonus ristrutturazione del 50% sarà valido per l’intero 2023 e il 2024, ma dal 1° gennaio 2025 tornerà alla misura ordinaria del 36% di sconto sull’IRPEF, con un limite di 48.000 euro per unità immobiliare. Questi valori rappresentano le condizioni standard del beneficio fiscale stabilito dall’articolo 16-bis del TUIR, con incrementi applicati a partire dal 2012 e fino alla fine dell’anno successivo, come previsto dalla Legge di Bilancio 2022.

Quali sono le spese detraibili?

Le spese che rientrano nel bonus ristrutturazione sono diverse e includono lavori su abitazioni singole e condominiali. Per abitazioni singole, il bonus è applicabile a interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, nonché a opere di ristrutturazione edilizia. La manutenzione straordinaria comprende, ad esempio, spese per l’installazione o l’aggiornamento di servizi igienici e la sostituzione di infissi o serramenti, mentre il restauro e il risanamento conservativo coinvolgono interventi come l’adeguamento dei solai o l’apertura di finestre. La ristrutturazione edilizia comprende lavori più complessi come la demolizione e la ricostruzione, nel rispetto delle volumetrie esistenti. Inoltre, il bonus copre anche lavori per l’eliminazione delle barriere architettoniche e per la sicurezza (come porte blindate e grate alle finestre).
Per quanto riguarda i lavori condominiali, il bonus del 50% si applica alle spese per la manutenzione ordinaria, come la sostituzione di pavimenti e la tinteggiatura delle parti comuni.

Chi può beneficiarne?

Possono beneficiare del bonus ristrutturazione i contribuenti IRPEF, sia in caso di proprietà che di diritti reali sull’immobile in questione, compresi usufruttuari, titolari di diritto d’uso, abitazione o superficie, nonché locatari o comodatari dell’immobile. Anche soci di società e imprenditori individuali possono usufruire della detrazione fiscale. Inoltre, il diritto alla detrazione è esteso ai familiari conviventi del possessore o detentore dell’immobile, al coniuge separato assegnatario dello stesso e ai partner di unioni civili o conviventi, purché sostengano le spese di ristrutturazione e siano titolari di bonifici e fatture.

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Plastica, “è ora di agire”

La plastica è diventata una minaccia globale. Si trova infatti ovunque nel mondo: nel suolo, nell’acqua, nell’aria e persino nel cibo. Sebbene sia vero che la plastica abbia portato benefici all’umanità, è altrettanto vero che oggi il suo impatto sugli esseri viventi e sugli habitat è sempre più devastante, con danni quasi irreversibili per ogni specie di vita e la salute umana.
In occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, il WWF ha pubblicato il rapporto “Plastica: dalla natura alle persone. È ora di agire” e chiede al governo di andare oltre il riciclo dei soli imballaggi, estendendo la raccolta differenziata a tutti i prodotti in plastica di largo consumo, al fine di promuovere l’economia circolare come valore condiviso.

Serve una gestione più efficace ed efficiente

La gestione della plastica deve diventare più efficace e efficiente, coinvolgendo tutti gli attori coinvolti, dalle istituzioni alle aziende, fino alle persone e alle città in cui vivono. È necessario agire in tutte le fasi del ciclo di vita della plastica, dalla produzione al suo utilizzo e smaltimento. Il rapporto conferma che l’Italia è tra i peggiori Paesi inquinanti che si affacciano sul Mediterraneo, contribuendo all’inquinamento come secondo maggior produttore di rifiuti plastici in Europa. Secondo il WWF, non è più sostenibile limitarsi a un piano di riciclo limitato agli imballaggi, ma è necessario estendere la raccolta differenziata a tutti i prodotti in plastica di largo consumo, in modo che possano essere trasformati in nuovi oggetti, promuovendo l’economia circolare come valore condiviso.

Lo smaltimento è insufficiente

I danni causati dalla plastica sono numerosi e significativi in ogni fase del suo ciclo di vita, dalla produzione all’utilizzo e allo smaltimento. Nonostante una produzione in costante aumento, lo smaltimento della plastica è ancora altamente inefficiente, con tassi di riciclo globali inferiori al 10%. Di conseguenza, fino a 22 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscono ogni anno negli ambienti marini e terrestri, principalmente plastica monouso. Inoltre, la produzione di plastica oggi contribuisce per circa il 3,7% delle emissioni globali di gas serra, e si prevede che questa percentuale possa aumentare fino al 4,5% entro il 2060 se l’attuale tendenza non verrà invertita.

Contaminazione globale

La contaminazione da plastica è diventata globale, diffusa e persistente in ogni ambiente naturale, come mari, fiumi, laghi, suolo e aria. L’inquinamento da plastica in Natura ha superato il “limite planetario”, oltre il quale non è più garantita la sicurezza degli ecosistemi per sostenere la vita. Per affrontare questa situazione, è necessario adottare un’approccio multilivello e coinvolgere tutti gli attori coinvolti nella filiera della plastica, dalla ricerca scientifica al settore pubblico e privato, dai progettisti agli utilizzatori e ai responsabili della gestione successiva all’uso. Le aziende hanno un ruolo chiave e devono seguire tre regole fondamentali: eliminare le plastiche difficilmente o non riciclabili e non indispensabili, innovare implementando modelli di business circolari per garantire che tutti gli oggetti in plastica possano essere riutilizzati, riciclati o compostati, e rendere circolari le plastiche aumentando la quantità di materiale riciclato nei nuovi prodotti in plastica, che devono essere facilmente riciclabili e accompagnati da chiare indicazioni per i consumatori su come smaltirli correttamente.

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Invecchiamento della popolazione, allarme sulle finanze dei Governi del mondo

L’invecchiamento della popolazione sta avendo un impatto significativo sulle finanze pubbliche a livello mondiale, secondo un avvertimento lanciato dal Financial Times basato sui dati delle agenzie di rating. L’aumento dei tassi di interesse, combinato con l’aumento delle pensioni e dei costi sanitari, sta mettendo a dura prova le finanze degli Stati, secondo Moody’s, S&P e Fitch.

Possibili cali di rating

La mancanza di riforme radicali potrebbe portare a una diminuzione dei rating sovrani a livello mondiale, creando un circolo vizioso in cui gli oneri fiscali aumentano e i costi dell’indebitamento salgono. La Federal Reserve degli Stati Uniti, la Banca Centrale Europea e la Banca d’Inghilterra hanno tutte aumentato i tassi di interesse questo mese ai livelli più alti dalla crisi finanziaria, facendo incrementare i costi del servizio del debito dei governi.

I dati demografici sono un fattore chiave già a breve termine

Secondo Moody’s Investors, i dati demografici sono un fattore di considerazione a breve-medio termine e stanno già influenzando i profili di credito sovrano. Fitch avverte che, sebbene i dati demografici si evolvano lentamente, il problema sta diventando sempre più urgente e più i governi rimandano l’azione, più dolorose saranno le conseguenze.

L’impatto dell’invecchiamento sulla popolazione attiva

Le agenzie di rating sostengono che l’aumento dei costi di indebitamento sta aggravando l’impatto dei cambiamenti nella popolazione in età lavorativa e dei crescenti costi delle spese sanitarie e pensionistiche. Questo ha un effetto sul debito nell’Unione Europea, dove la quota di popolazione sopra i 65 anni passerà dal 20% attuale al 30% entro il 2050, così come in Giappone e negli Stati Uniti. Uno stress test condotto da S&P indica che un aumento di un punto percentuale dei costi di indebitamento aumenterebbe di circa 40 punti il rapporto debito/PIL per Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti entro il 2060.

I profili demografici peggiori? In Europa Centrale e Meridionale 

Gli analisti evidenziano che i paesi dell’Europa centrale e meridionale presentano i profili demografici peggiori a livello mondiale. In particolare, la Germania sta affrontando un rapido invecchiamento della popolazione, la Spagna ha un deficit strutturale nel sistema pensionistico e la Francia sta affrontando sfide finanziarie nella gestione del problema. La Grecia è stata elogiata per le riforme radicali del suo sistema pensionistico dopo la crisi del debito. Al contrario, diverse economie asiatiche, come Corea, Taiwan e Cina, vedono peggiorare le prospettive a causa delle pressioni demografiche. S&P ha stimato che entro il 2060 circa la metà delle maggiori economie mondiali potrebbe essere declassata a spazzatura, rispetto al terzo attuale, se non saranno adottate misure per ridurre i costi dell’invecchiamento della popolazione. 

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Il nuovo Reddito di Cittadinanza sarà la Garanzia per l’Inclusione

La Garanzia per Inclusione è il nuovo strumento introdotto dal Governo a contrasto della povertà. Dal 1° gennaio 2024 sostituirà il Reddito e la Pensione di Cittadinanza. Sebbene fosse stato annunciato uno stravolgimento della misura, sulla base di quanto emerge Garanzia per Inclusione e Reddito di Cittadinanza non sono così differenti, se non per l’Isee più ‘basso’ necessario per accedere al beneficio. La novità principale della Garanzia per Inclusione riguarda infatti l’esclusione di una larga platea di possibili beneficiari in conseguenza dell’ulteriore abbassamento della soglia Isee, che passa dai 9.360 euro per il RDC a 7.200 euro per richiedere la GIL.

La soglia reddituale

Come nel caso del RDC anche per la GIL è richiesto un reddito familiare non superiore a 6mila euro moltiplicato per la scala di equivalenza, un valore in base a cui l’importo aumenta al crescere del numero dei componenti del nucleo familiare. In particolare, l’aumento è del 40% in presenza di uno o più componenti con più di 18 anni che non usufruiscono dell’assegno unico e del 220% con componenti in condizione di disabilità grave o non autosufficienti. Per figli minori percettori di assegno unico è riconosciuto un importo mensile pari a 50 euro. 

A chi spetta?

Un’importante novità riguarda i destinatari della Garanzia per l’Inclusione. Sebbene rientri nel quadro delle politiche attive per il contrasto alla povertà, nei fatti sembra essere più orientata ad agevolare l’inclusione sociale e lavorativa di soggetti fragili. Uno dei requisiti fondamentali per richiedere la Gil riguarda infatti la presenza, nel nucleo familiare, di almeno un componente con disabilità, un minore, un soggetto con almeno 60 anni, o con una patologia riconosciuta ai fini della dichiarazione di invalidità civile, anche temporanea. Inoltre, occorre essere cittadini italiani, essere cittadini europei, essere cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno, residenti in Italia da almeno cinque anni (erano 10 per il RDC), di cui gli ultimi due in modo continuativo.

Importi e durata

Viene mantenuto lo stesso sistema di calcolo adottato per il Reddito di Cittadinanza, a fronte del quale ai beneficiari verrà erogato un assegno mensile di 500 euro aggiornato alla scala di equivalenza, integrato di 280 euro di contributo per l’affitto. Il sussidio verrà erogato per 18 mesi con possibilità di richiederlo nuovamente per altri 12 dopo un mese di stop. Alla GIL si accompagneranno anche altre due ulteriori forme di sostegno che prevedono l’erogazione di un sussidio di importo pari a 350 euro, la Prestazione di Accompagnamento al Lavoro (spettante a coloro che hanno concluso i 7 mesi previsti di RDC e hanno sottoscritto un Patto per il Lavoro), e la Garanzia per l’attivazione lavorativa, destinata a tutti i soggetti appartenenti a nuclei familiari non in possesso dei requisiti per richiedere la GIL. Nello specifico, soggetti di età compresa tra i 18 e i 59 anni con ISEE non superiore a 6mila euro.

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Mercato immobiliare: il 2023 preannuncia uno scenario avverso

Il 1° Osservatorio sul Mercato Immobiliare di Nomisma conferma i timori affiorati a fine 2022. Il protrarsi della guerra russo-ucraina e la severità delle misure di politica monetaria decise dalla BCE concorrono a delineare un quadro tutt’altro che favorevole per il mercato immobiliare italiano, preannunciando per il 2023 uno scenario avverso. L’Osservatorio evidenzia quattro temi che sintetizzano quanto accaduto nell’ultimo periodo: la recessione mancata del Paese, il crollo dei prezzi energetici, l’inefficacia della politica monetaria delle banche centrali e le aspettative ancora in ‘mare aperto’.  In uno scenario macroeconomico complicato, e dalle prospettive ancora indecifrabili, il ricorso al credito da parte delle famiglie italiane diventa imprescindibile, scontrandosi però con un orientamento delle politiche di erogazione da parte delle banche più prudente e selettivo.

Politiche creditizie più prudenti incidono negativamente sulla domanda

“A rendere più impervio l’accesso al credito non è solo l’accresciuta onerosità del finanziamento, con tassi passati in media dall’1,93% di maggio 2022 al 3,79% di febbraio 2023, quanto la mutata percezione sulla solvibilità futura di molti potenziali mutuatari”, osserva Luca Dondi, AD Nomisma. 
Politiche creditizie più prudenti incidono quindi negativamente sull’afflusso di domanda al mercato, determinando una flessione dell’attività transattiva stimata nell’ordine del 14,6% su base annua.

Si accorciano i tempi per finalizzare la vendita

Il monitoraggio condotto su 13 mercati intermedi (Ancona, Bergamo, Brescia, Livorno, Messina, Modena, Novara, Parma, Perugia, Salerno Taranto, Trieste, Verona) conferma comunque il perdurare di un’intonazione positiva dei prezzi (+3,1% su base annua), anche se è riscontrabile una certa eterogeneità delle performance, dovuta principalmente agli sfasamenti temporali che hanno segnato le fasi di inversione dei cicli immobiliari. In nessun caso la variazione dei prezzi ha consentito un’effettiva salvaguardia in termini reali dei valori immobiliari. Nell’ultimo anno, però, i tempi per finalizzare la vendita di un’abitazione si sono accorciati (5,4 mesi in media), e tra i mercati monitorati è Trieste a segnare i tempi più bassi per concludere una trattativa di vendita (3 mesi). Insieme a Verona e Parma, Trieste rappresenta inoltre il mercato con maggiore liquidità.

Mercato corporate: i dubbi degli investitori stranieri

Nella media dei 13 mercati monitorati i rendimenti lordi da locazione non hanno subito variazioni significative, e si attestano in media sul 5,5% nel residenziale. Hanno raggiunto i livelli minimi del periodo (2000-2023) i tempi medi per affittare un’abitazione, scesi a 1,5 mesi. 
Sul versante corporate, invece, la situazione rilevata dall’analisi Nomisma appare più articolata. Proprio quando la risalita del comparto sembrava procedere con passo spedito, con volumi tornati su livelli prossimi ai massimi storici, il progressivo indebolimento delle prospettive di crescita economica ha fatto riemergere dubbi da parte degli investitori stranieri relativamente alle prospettive del Paese, e alla sostenibilità del debito pubblico. 

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