La pandemia cambia il lavoro, e richiede più flessibilità e diversa gestione Hr

La pandemia porta nuove priorità per le aziende, a cui richiede maggiore flessibilità, nuovi modelli di gestione delle risorse umane e una rinnovata attenzione al benessere dei dipendenti da un punto di vista psico-fisico. Da un’indagine condotta da Littler, lo studio di diritto del lavoro, una delle conseguenze della pandemia è la maggiore fiducia nel remote working, con il 41% dei 750 responsabili Hr europei intervistati che dichiara di adeguare le proprie politiche con una forza lavoro operante quasi completamente da remoto. Il 57%, poi, dichiara di avere offerto orari di lavoro più flessibili, mentre il 51% di avere sollecitato un feedback frequente sulla risposta della propria organizzazione alla pandemia.

Lo smart working rimarrà, ma non per tutti

“La situazione normativa è ancora confusa, e necessita di regole e politiche più chiare, necessarie per cogliere i benefici dello smart working osservando la legge e tutelando al contempo il benessere psico-fisico dei propri dipendenti”, commentano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, alla guida di Littler in Italia. Prima della pandemia, lo smart working faticava a imporsi per la paura dell’impatto sulla produttività e sulla cultura aziendale. Ora che si è diffuso rimarrà, ma non per tutti o per ogni giorno lavorativo.

“Oltre il 60% delle attività lavorative nelle economie sviluppate non può essere remotizzata – commenta Alessandro Magrini, Hr Director in Finix Technology Solutions – poiché richiede almeno una presenza fisica, come stare su una linea di assemblaggio, gestire il magazzino, aiutare i clienti in un negozio o fornire servizi sanitari”.

Modificare i flussi lavorativi e migliorare i processi con la trasformazione digitale

Adottare lo smart working richiede anche una trasformazione digitale all’interno delle aziende per modificare i flussi lavorativi e migliorare i processi, nell’ottica di renderli più rapidi e sicuri.

“Il contesto attuale può offrire una grande leva per operare una progressiva digitalizzazione all’interno delle aziende – afferma Mario Messuri, General Manager di Jaggaer in Italia e vp South Europe -. Il Covid-19 ha evidenziato la fragilità dei sistemi e dei processi attuali nel garantire continuità del servizio e rispetto dei tempi”, considerando la forte dipendenza da mercati come quello asiatico per gli approvvigionamenti necessari alle produzioni.

Adattarsi mantenendo invariati gli standard produttivi

“L’adozione di strumenti tecnologici innovativi negli ambienti lavorativi – sottolinea Messuri – può consentire di raggiungere quel grado di flessibilità necessario ad adattarsi a situazioni diverse mantenendo invariati gli standard produttivi”. Non va sottovalutato il tema della rendicontazione amministrativa e del passaggio di carta, come scontrini, ricevute e soldi. “È ormai troppo rischioso continuare a maneggiare ricevute cartacee, gestendo passaggi di banconote per anticipi cassa e resti – commenta Giuseppe Di Marco, Country Manager di Soldo in Italia – uno studio condotto dal Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization afferma che su queste superfici il virus dura fino a 24 giorni”.

Aumenta del 5,8% l’importo medio erogato per i mutui

Da gennaio a settembre 2020 l’importo medio erogato dalle banche ai mutuatari è cresciuto del 5,8%, arrivando a 136.630 euro. Nonostante il lockdown, quindi, nei primi nove mesi del 2020 la richiesta di mutui è rimasta solida. I dati raccolti da una ricerca realizzata da Facile.it e Mutui.it confermano che gli italiani hanno ancora voglia di comprare casa, ma al contempo evidenziano “una grande disponibilità da parte delle banche nell’erogare finanziamenti, nonostante la situazione economica generale oggi sia più incerta”, spiega Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it.

Tassi di interesse in calo rispetto a inizio anno

Un aiuto concreto per gli aspiranti mutuatari è arrivato dal mercato e dagli indici internazionali. Numeri alla mano, i tassi proposti dalle banche alla clientela finale non solo sono rimasti contenuti, ma a partire da maggio, soprattutto quelli fissi, hanno ripreso a scendere, stabilizzandosi a settembre su livelli ancor più bassi rispetto a inizio anno. Secondo le simulazioni di Facile.it per un mutuo al 70% da 126.000 euro per 25 anni i migliori tassi fissi (TAEG) rilevati a settembre variano nel range 0,93% – 1,06% (con una rata compresa tra 463 e 468 euro), mentre a gennaio 2020, per lo stesso finanziamento, i valori oscillavano nel range 1,23% – 1,34% (con una rata tra i 479 e i 486 euro).

Sottoscrivere oggi questa tipologia di mutuo costa quindi circa 6.000 euro in meno rispetto a inizio anno.

A settembre tassi variabili tra lo 0,72% e lo 0,94%

Più stabile la situazione legata ai tassi variabili. Per un mutuo con le stesse caratteristiche (LTV al 70%, finanziamento da 126.000 euro per 25 anni) i migliori tassi variabili rilevati a settembre variano nel range 0,72% – 0,94%, con una rata compresa tra 451 e 462 euro, un valore in linea con quelli di inizio anno. I tassi proposti alla clientela sono addirittura più bassi per finanziamenti con LTV inferiore: per un mutuo ventennale da 100.000 euro al 50%, il miglior tasso (TAEG) disponibile su Facile.it è pari a 0,67% se fisso, e a 0,58% se variabile.

Aumento del peso percentuale delle surroghe

Il dubbio “fisso o variabile” sembra ormai non affliggere più gli aspiranti mutuatari, e poiché è minimo lo scarto tra le due tipologie la quasi totalità di chi ha presentato domanda di finanziamento tra gennaio e settembre (97%) lo ho fatto per un tasso fisso, mentre lo scorso anno era l’87%. I tassi estremamente bassi, uniti alla voglia di risparmiare di molte famiglie, hanno determinato anche un aumento del peso percentuale delle surroghe, che continuano a costituire una fetta importante del mercato. Tra gennaio e settembre più di una richiesta su tre (36%) è stata destinata alla surroga, valore in aumento rispetto allo scorso anno, quando la percentuale era pari al 22%.

Export italiano, il motore della ripartenza

In un contesto avverso, in cui alle incertezze ereditate dal 2019, come Pil e commercio internazionale in rallentamento, escalation protezionistica e instabilità geopolitica, si aggiungono le conseguenze della pandemia Covid-19, le esportazioni italiane sono attese in forte contrazione per quest’anno, con un -11,3%. Si tratta del ritmo di crescita dell’export più basso dal 2009, anno in cui le nostre vendite oltreconfine avevano registrato un -20,9%. Ma l’export italiano tornerà a salire. Questo l’auspicio per una ripresa delle esportazioni italiane post lockdown lanciato con Open, l’ultimo Rapporto Export di Sace, giunto alla sua XIV edizione. Nonostante la situazione, SACE prevede infatti una ripresa già dal 2021 del +9,3%, e una crescita media nei due anni successivi del 5,1%.

In Europa avanzata e Nord America la contrazione più marcata

Secondo queste previsioni, riporta Ansa, nel 2021 le esportazioni italiane di beni arriveranno al 97% circa del valore segnato nel 2019, un recupero pressoché totale dopo la caduta nel 2020. La ripartenza presenterà un certo grado di eterogeneità, tanto per aree geografiche quanto per settori. Europa avanzata e Nord America, che insieme rappresentano oltre il 60% delle vendite estere italiane, quest’anno subiranno la contrazione più marcata (Paesi europei, -11,4%, Usa e Canada, -9,8%). Tra i settori a maggior potenziale, farmaceutica, alimentari e bevande negli Stati Uniti, apparecchiature mediche in Germania, ed energie rinnovabili nel Nord Europa.

In Asia i venti della ripartenza soffiano, ma non senza difficoltà

Reattiva la risalita dell’export italiano di beni verso l’Europa emergente e l’area Csi, dove le nostre vendite riusciranno a raggiungere e superare i livelli del 2019 già l’anno prossimo. Ripresa più celere per il nostro export verso l’area Medio Oriente e Nord Africa, con un recupero pressoché totale già dal prossimo anno (+9,5%). In Asia invece i venti della ripartenza soffiano, ma con non poche difficoltà: le previsioni dell’export nel 2020 sono negative (-10,9%) e riflettono le stime sull’andamento del Pil della regione, che interromperà due decenni di forte crescita, mentre in America Latina, nel 2020 le esportazioni verso le sei più grandi economie caleranno in media dell’8,2% ma nel 2021 è prevista una ripresa media del 7,5%.

Le previsioni in caso di nuovo Great Lockdown

Un primo scenario considera l’eventualità che in risposta a un innalzamento dei casi di Covid- 19, venga istituito un nuovo lockdown su scala globale nei primi mesi del 2021, mentre un secondo scenario alternativo ipotizza che le restrizioni all’attività economica e le misure di distanziamento sociale siano allentate in maniera più lenta e graduale rispetto allo scenario base. In entrambi gli scenari, la necessità di riattivare o mantenere le restrizioni al movimento delle persone e ai processi produttivi accentuerebbe il crollo dell’export italiano, che nel 2020 segnerebbe rispettivamente -12% e -21,2% nei due scenari. Il 2021 non sarebbe più un anno di “rimbalzo”, ma vedrebbe una crescita ancora negativa nel primo scenario, e soltanto lievemente positiva nel secondo, lasciando concretizzarsi il pieno recupero dei valori esportati nel 2019 non prima del 2023.

L’importanza di limitare gli accessi in azienda

Impedire l’accesso ai non autorizzati all’interno dei locali nei quali viene svolta un’attività lavorativa è la priorità per tantissime realtà aziendali ed imprese. Le ragioni possono essere le più disparate in base al settore in cui si opera: solitamente, si ha bisogno di limitare gli accessi ai soli autorizzati ad esempio per evitare che la concorrenza possa spiare i propri metodi di lavoro o direttamente copiare i prodotti. In altri casi invece, limitare gli accessi diventa necessario per evitare che eventuali malintenzionati possano in qualche modo danneggiare quelli che sono i beni dell’azienda oppure rubare qualcosa, il che costituisce chiaramente un danno  economico non indifferente.

I badge per evitare code in ingresso e uscita

Qualsiasi siano i motivi che spingono ad adottare soluzioni di questo tipo, limitare gli accessi in azienda assume un ruolo certamente non secondario, e chiaramente questo tipo di sistema va implementato in maniera tale da non creare code agli ingressi. Se il metodo di riconoscimento non è rapido infatti, si rischia ogni giorno di avere una coda di dipendenti in ingresso e in uscita che attendono   di essere riconosciuti e dunque di poter entrare o uscire dalla sede. In questo caso, i badge timbratura commercializzati da Cotini srl rappresentano la soluzione certamente più efficace e avanzata tecnologicamente. Grazie ai badge di prossimità ad esempio, ciascun dipendente deve semplicemente avvicinare il badge personale al lettore per far sì che il proprio ingresso o uscita possano essere registrati e dunque che si abbia l’autorizzazione a varcare la soglia.

Un prodotto personalizzabile anche con la fotografia del dipendente

Ciascun badge inoltre, può essere personalizzato inserendo il logo dell’azienda o anche la fotografia del dipendente ed il suo codice identificativo, così da consentire a tutti di poter essere identificati in qualsiasi momento e dunque farsi riconoscere dal personale preposto. Questa soluzione è particolarmente conveniente nel caso di aziende con decine o centinaia di dipendenti, ai quali si vuole garantire un rapido accesso o uscita dai locali senza creare code ma dando a tutti la sicurezza di sapere che le persone non autorizzate non hanno alcuna possibilità di entrare all’interno della sede. 

Conto corrente, quanto mi costi? Sei italiani su dieci non lo sanno

Sei milioni di italiani, titolari di conto corrente, ne ignorano i costi. Per la precisione sono 5 milioni e 900 mila i “distratti”, così come emerge da una recente indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat. In percentuale, significa che il 15% dei nostri connazionali ignora le spese necessarie per mantenere il proprio conto presso la banca. Più nel dettaglio, sono soprattutto le donne (16,6% rispetto al 12,5% del campione maschile) le meno attente a questa voce di spesa, in parallelo con i nostri connazionali con unità compresa fra i 45 e i 54 anni (17,3%).

Realtà o percezione?

E’ anche interessante scoprire come  siano percepiti i costi legati al conto corrente, specie in periodo coronavirus. “Se a gennaio 2020, prima dell’esplosione della pandemia, il 17,3% dei rispondenti riteneva il costo del conto corrente una delle voci più pesanti sul budget familiare e addirittura il 17,5% desiderava ridurne il peso, a seguito dell’emergenza sanitaria i valori sono calati, passando, a luglio, 2020, rispettivamente al 16,1% e al 16,9%, segno evidente di come l’attenzione delle famiglie si sia spostata su altre voci di costo” spiega la ricerca. Però esiste anche una percentuale consistente – il 14,6% – che ritiene che ci sia stato un aumento del costo del proprio conto corrente durante il periodo marzo-giugno 2020 rispetto ai mesi precedenti al Covid. Anche in questo caso, probabilmente si tratta di una percezione perché o si è stati tutti più attenti alle uscite oppure si è usato molto di più l’home banking. O ancora, ci si è accorti solo ora di aumenti avvenuti già in passato.

Brontoloni ma fedeli

Un’altra caratteristica italiana che emerge dal rapporto è che i nostri connazionali si lamentano, ma non cambiano. Il 16,9% degli intervistati, infatti, ha detto che vorrebbe risparmiare sul conto corrente, ma solo il 4,8% dei correntisti, pari a 1.998.021 persone, ha dichiarato di aver cambiato conto. Una percentuale bassa forse legata alle oggettive difficoltà di poter fare operazioni e spostamenti in periodi di lockdown. Dalle risposte di chi è riuscito a cambiare conto, si scoprono anche le motivazioni (oltre al costo): più di 1 su 4 (27%) lo ha fatto perché la propria banca non forniva un servizio di home banking (nell’indagine precedente, relativa al periodo gennaio 2019-20, meno del 10% dei rispondenti ha cambiato per questa ragione). Anche se la banca forniva il servizio, però, non sempre lo faceva in maniera tale da soddisfare il cliente, tanto è vero che, sempre fra chi ha cambiato, il 23% ha preso la decisione perché riteneva inadeguato l’home banking offerto dal suo istituto. I più inclini a cambiare conto corrente sono stati gli uomini (5,4% contro il 4,3% delle donne), i giovani con età compresa fra 25 e 34 anni (9,5%) e i residenti nel Nord-Est (5,8%).

App, in Italia crescita record

Se c’è un settore che ha visto una crescita esponenziale durante i mesi di lockdown è proprio quello delle app. In generale, tutto ciò che è legato a Internet – che ci ha permesso di continuare a lavorare, studiare, acquistare anche chiusi in casa – è stato fondamentale e richiesto nella quarantena, ma le app hanno registrato un vero e proprio exploit. A dirlo sono gli analisti di App Annie, secondo cui nel secondo trimestre il tempo di utilizzo delle applicazioni a livello mondiale è aumentato del 40% su base annua. Il picco si è registrato ad aprile, mese in cui si è raggiunta la cifra record di 200 miliardi di ore di uso di applicazioni.

In Italia aumentato il tempo trascorso sulle app

Sempre lo stesso report rivela che da aprile a giugno nel nostro Paese, quindi quando le restrizioni erano già allentate, il tempo passato dai nostri connazionali sulle app ha segnato un incremento del 30% rispetto al periodo ottobre-dicembre 2019, cioè prima della pandemia. Per avere dei parametri con altre Nazioni, in India l’aumento è stato del 35%, negli Stati Uniti del 25%. Un primato si è ottenuto anche nei download, con 35 miliardi di applicazioni scaricate – sempre su scala globale – nel periodo aprile-giugno. I download sono cresciuti del 10% sui dispositivi Android, a quota 25 miliardi, riporta Ansa. Di questi, il 45% sono giochi. Per quanto riguarda il mondo Apple, invece, le app scaricate su iPhone e iPad sono aumentate del 20% toccando i 10 miliardi. Solo tre app su dieci sono videogame.

Cresce anche la spesa

Ma gli utenti non solo hanno scaricato e utilizzato un numero maggiore di app, ma per queste hanno pure investito di più. Tanto che nel secondo trimestre dell’anno gli utilizzatori hanno investito per le app la somma record di 27 miliardi di dollari. Quasi due terzi di queste cifra sono stati destinati a iPhone e iPad, per i quali sono stati spesi 17 miliardi (+15%), mentre sui dispositivi Android sono andati gli altri 10 miliardi (+25%).

TikTok la regina delle app

Il rapporto precisa che tra le app la più gettonata è sicuramente TikTok, che si piazza al primo posto delle applicazioni più scaricate. Segue Zoom, la app per videochat che ha visto esplodere la sua popolarità grazie al telelavoro e alla didattica a distanza. La classifica prosegue con quattro app dell’ecosistema di Mark Zuckerberg (Facebook, WhatsApp, Instagram, Messenger). Al settimo posto si trova Google Meet, altra app per videoriunioni, seguita da Telegram, Snapchat e Netflix.

Durante la pandemia i più giovani hanno giocato meno sul pc

Rispetto al periodo precedente l’inizio della pandemia negli ultimi mesi i ragazzi hanno trascorso meno tempo a giocare al computer. Secondo un report di Kaspersky durante il lockdown i ragazzi sembrano avere perso il loro interesse per i giochi al computer: da marzo a maggio 2020, infatti, il numero di ragazzi impegnati in questa attività è costantemente diminuito rispetto ai primi due mesi dell’anno. Questo perché la pandemia ha costretto i ragazzi a frequentare le lezioni online per poter proseguire la formazione scolastica, così come molti genitori sono stati costretti a lavorare da casa. Una buona occasione per trascorrere molto tempo insieme, e per i genitori di osservare il comportamento dei propri figli.

Dover utilizzare i computer per altre attività ha allontanato i ragazzi dai videogames

“Il calo registrato nell’utilizzo di giochi per PC può essere attribuito alla crescente necessità di dover utilizzare i computer per altre attività. Come ad esempio la didattica a distanza che risulta più semplice da gestire su un PC rispetto a un dispositivo mobile – ha commentato Anna Larkina, web content analysis expert di Kaspersky -. Dalla nostra indagine è emerso che, anche se i ragazzi hanno trascorso una parte significativa del loro tempo in casa, non hanno sentito il bisogno di tuffarsi nei videogiochi”.

PC Windows batte Mac quanto a disponibilità di giochi

Secondo l’indagine di Kaspersky il calo del numero di ragazzi impegnati in attività di gioco su PC risulta più evidente se si guarda ai sistemi Windows, e può essere attribuito sostanzialmente a due fattori. Il primo è che i ragazzi utilizzano più frequentemente PC Windows rispetto ai Mac per giocare ai videogiochi, e il secondo è che la maggior parte dei giochi per computer vengono rilasciati appositamente per Windows. Ad esempio, nei popolari negozi di giochi online come Steam, sono presenti molti meno giochi disponibili per i sistemi macOS.

Monitorare le attività online dei bambini senza invadere il loro spazio personale

In ogni caso, per garantire la sicurezza dei figli durante le sessioni di gioco, Kaspersky raccomanda di incoraggiare i bambini a raccontare se durante l’attività di gioco qualcosa crea loro disagio. È importante ricordare che a volte le emozioni negative servono per migliorare e ottenere ottimi risultati. Ad esempio, se un ragazzo trova difficoltà nell’affrontare un’attività e prova in tutti i modi a ottenere ottimi risultati, questo gli consentirà di migliorare il suo livello di pazienza

Inoltre, trovare il tempo per giocare al computer con i figli contribuirà a rafforzare il rapporto con loro, e ad accrescere la consapevolezza di ciò che i ragazzi fanno nel tempo libero.

Smart working e disparità di genere. Il lavoro a casa va ripensato

Prima dell’emergenza Covid in Italia lavoravano da remoto circa 500 mila persone. Ma in queste settimane di lockdown si stimano siano state più di 8 milioni. Se il 60% dei lavoratori vuole proseguire con lo smart working anche dopo la fase di emergenza il 22% preferisce interrompere questa esperienza, e le donne sono le meno convinte. Per loro, infatti, lo smart working è più pesante, alienante, stressante e porta all’aumento dei carichi familiari. Secondo l’indagine della Cgil/Fondazione Di Vittorio sullo Smart working, però, quello sperimentato durante l’emergenza non è lo smart working ex Legge n.81/2017, né telelavoro, ma nella maggior parte dei casi del mero trasferimento a casa dell’attività svolta in ufficio. Si tratta, in pratica, di un home working.

L’82% ha cominciato a lavorare da casa con l’emergenza

L’82% degli intervistati ha cominciato a lavorare da casa con l’emergenza, e di questi il 31,5% avrebbe desiderato farlo anche prima. Il 18% invece ha cominciato prima, l’8% per scelta personale, soprattutto gli uomini (+5% rispetto alle donne) e nel settore privato (+4% rispetto al pubblico). Nel 5% dei casi ciò è avvenuto per scelta del datore, e in un altro 5% per esigenze di conciliazione. Nel 37% dei casi, lo smart working è stato attivato in modo concordato con il datore di lavoro, e nel 36% dei casi in modo unilaterale dal datore di lavoro, mentre nel 27% in modo negoziato attraverso intervento del sindacato, riporta Askanews.

Un semplice trasferimento a casa dell’attività svolta in ufficio

Dall’indagine risulta inoltre che la stragrande maggioranza è “precipitata” nel lavoro smart senza alcuna riflessione su organizzazione del lavoro e degli spazi e senza adeguata preparazione, con evidenti differenze di genere. Dalle 6.170 persone intervistate emerge, infatti, che si è assistito a un semplice trasferimento a casa dell’attività svolta fino a qualche giorno prima in ufficio. Il 45% dei casi ha dichiarato che il lavoro non è cambiato, è cambiato parzialmente per il 32%, e solo totalmente per il 23%. Inoltre, nel lavorare da casa si presta poca o nessuna attenzione al diritto alla disconnessione (56%), gli spazi sono stati ricavati (50%), oppure si assiste a un nomadismo casalingo (19%).

Per essere un’esperienza positiva va contrattato con i sindacati

“Lo smart working non può essere una forma di conciliazione – commenta Susanna Camusso, la responsabile Politiche di genere Cgil -. Le donne sono più penalizzate e discriminate, sia sul fronte relazionale sia su quello prettamente professionale. Servono regole per renderlo un lavoro effettivamente smart e non una trasposizione di un lavoro fordista dentro le mura di casa”.

Insomma, “dopo questa esperienza dobbiamo porci il problema di fare in modo che nei nuovi contratti collettivi e aziendali ci siano elementi che permettano di affrontare i bisogni di chi lavora in smart working”, aggiunge il segretario generale Cgil Maurizio Landini. Lo smart working per essere un’esperienza soddisfacente per lavoratrici e lavoratori va organizzato e contrattato con le organizzazioni sindacali.

La #DopEconomy italiana vale 16,2 miliardi di euro

La #DopEconomy italiana supera i 16,2 miliardi di euro di valore alla produzione, e mette a segno una crescita del 6% in un anno, pari un miliardo di euro in più. Quanto all’export, grazie al lavoro di oltre 180 mila operatori e l’impegno dei 285 Consorzi di tutela riconosciuti sul territorio, sfonda la soglia dei 9 miliardi di euro, in aumento del 2,5% rispetto al 2017. Il sistema della #DopEconomy rappresenta il 20% del fatturato complessivo dell’agroalimentare, che registra una crescita trainata dal comparto vino (+7,9%). Ma a guidare la classifica dei prodotti con più valore alla produzione sono i formaggi, con 4,1 miliardi, dove svettano Parmigiano Reggiano e Grana Padano, seguiti da Prosciutto di Parma, Mozzarella di Bufala Campana, Aceto Balsamico di Modena Igp e Gorgonzola Dop.

Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia sul podio dell’Igp

La conferma arriva dal 17° Rapporto Ismea-Qualivita 2019, che analizza i dati 2018 relativi alle oltre 800 Indicazioni Geografiche del settore Food e Wine Dop e Igp, il driver fondamentale per i distretti agroalimentari. Secondo il Rapporto tutte le province italiane risentono dell’impatto economico positivo generato dalle filiere delle Indicazioni geografiche agroalimentari e vitivinicole, ma la concentrazione del valore è particolarmente forte in alcune realtà. In cinque regioni su venti si supera infatti 1 miliardo di euro di valore, riporta Ansa. In testa il Veneto, che si conferma la prima regione, con 3,90 miliardi di euro, seguita da Emilia-Romagna (3,41 miliardi) e Lombardia (1,96 miliardi). Con oltre 1 miliardo di euro di valore, poi, si posizionano anche Piemonte e Toscana.

Il settore Vino trainato da Treviso e Verona

Nel settore Food a guidare la classifica sono Emilia-Romagna e Lombardia, con la Campania che conferma buoni risultati. Nel Vino, invece, è il Veneto a fare da traino, seguito da Toscana e Piemonte, quest’ultimo però in calo. Buoni trend poi soprattutto per Puglia, Sicilia ed Emilia-Romagna. Treviso, Parma e Verona guidano la classifica provinciale, con valori superiori al miliardo di euro. Ma se nel Food si affermano città dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, in compagnia anche di Udine, Caserta e Bolzano, nel Vino trainano Treviso e Verona, seguite da Cuneo e Siena (in calo).

Un elemento strategico per la competitività e il posizionamento globale del Made in Italy

“I prodotti Dop e Igp sono un elemento strategico per la competitività e il posizionamento globale del Made in Italy. L’Italia conferma la sua leadership europea nei prodotti di qualità certificata”, commenta la ministra delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Teresa Bellanova.

I dati certificano infatti il peso di Dop e Igp nell’economia agricola italiana. Si tratta di prodotti che avendo le loro radici nei territori, “sono la nostra identità e per questo sono così apprezzati e imitati nel mondo – aggiunge Bellanova -. Un legame proficuo che contraddistingue un’esperienza tutta italiana, grazie anche al ruolo del nostro ministero che può essere un modello di riferimento per tutta l’Unione europea”.

Quanto costa l’inquinamento atmosferico? 8 miliardi di dollari al giorno

Quattro milioni e mezzo di morti premature stimate ogni anno, e un costo di 2.900 miliardi di dollari, equivalenti al 3,3% del Pil mondiale, pari a 8 miliardi di dollari al giorno. Queste le stime del prezzo pagato annualmente dal Pianeta a causa dell’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili. Una situazione critica anche per l’Italia, dove sembra che il costo dell’inquinamento atmosferico da carbone, petrolio e gas sia ogni anno di circa 56mila morti premature e 61 miliardi di dollari. È quanto emerge da Aria tossica: il costo dei combustibili fossili, il rapporto di Greenpeace Southeast Asia e Crea (Centre for Research on Energy and Clean Air) per valutare il costo globale dell’inquinamento atmosferico legato a questo tipo di combustibili.

Una minaccia globale sempre più grave

L’inquinamento atmosferico è una minaccia globale sempre più grave, ma sono sempre di più le soluzioni disponibili e accessibili, spiega Greenpeace. E molte delle soluzioni all’inquinamento atmosferico sono anche soluzioni ai cambiamenti climatici. L’utilizzo di energia rinnovabile e i sistemi di trasporto che fanno affidamento su energia pulita non solo riducono l’inquinamento atmosferico, ma hanno anche un ruolo centrale nel mantenere l’aumento della temperatura globale entro la soglia di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Il limite indicato dalla scienza per evitare le conseguenze peggiori dell’emergenza climatica.

Il prezzo pagato dalla salute dei bambini

La Cina continentale, gli Stati Uniti e l’India sostengono i costi più elevati dell’inquinamento dell’aria causato dai combustibili fossili, pari rispettivamente a 900, 600 e 150 miliardi di dollari all’anno. Circa 40mila bambini al di sotto dei 5 anni, soprattutto nei Paesi a più basso reddito, muoiono ogni anno a causa dell’esposizione a PM2,5. E ogni anno circa 4 milioni di nuovi casi di asma tra bambini sono associati all’NO2, prodotto dai veicoli, le centrali elettriche e le industrie, con una stima di 16 milioni di bambini nel mondo affetti da questo sintomo a causa dall’inquinamento da NO2. Ancora, sono 1,8 miliardi i giorni di assenza dal lavoro per malattia associati  all’inquinamento dell’aria da PM2.5, con una perdita economica pari a circa 101 miliardi di dollari all’anno, riporta Adnkronos.

L’Italia non deve fare passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025

“Occorre un contemporaneo cambio di paradigma della mobilità, puntando sul trasporto pubblico e su forme di mobilità meno impattanti – dichiara Minwoo Son, della Campagna Clean Air di Greenpeace Southeast Asia -. Dobbiamo considerare il costo reale dei combustibili fossili, non soltanto per il rapido peggioramento dell’emergenza climatica, ma anche per la salute delle persone”.

Anche l’Italia subisce pesanti conseguente dall’inquinamento atmosferico. “È essenziale che il governo italiano non faccia passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025, come invece l’ultima versione del Pniec sembrerebbe suggerire – commenta Federico Spadini, della Campagna Trasporti di Greenpeace Italia -. E anche i grandi attori privati come banche e assicurazioni devono smettere di elargire finanziamenti ai combustibili fossili”.