L’impatto dell’Alzheimer su famiglie e sanità dopo la pandemia 

Il quarto rapporto Censis su ‘L’impatto economico e sociale della malattia di Alzheimer dopo la pandemia da Covid-19’, svolto in collaborazione con Aima (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer) e il contributo di Roche, delinea un quadro di solitudine e abbandono. I malati italiani di Alzheimer sono sempre più giovani, e con diagnosi più recente. Più giovani anche i caregiver, in prevalenza tra 46 e 60 anni.

La famiglia resta il soggetto centrale dell’assistenza per i malati di Alzheimer, ed è condizionata dalla malattia del congiunto. Oltre la metà dei casi segnala tensioni tra familiari. Ma di fatto, è sul caregiver che si concentra la maggior parte degli oneri assistenziali. Il 68,3% afferma di sentirsi solo, ma l’84,9% si sente utile nonostante la situazione di grande difficoltà. 
Permane, inoltre, la forte connotazione di genere della malattia: il 62,2% di pazienti è donna, così come oltre il 70% dei caregiver.

Un modello assistenziale basato sulla delega alle famiglie

Minoritaria la quota di intervistati che fornisce un giudizio positivo sull’attuale situazione dell’assistenza pubblica al proprio familiare (36,2%). Nella percezione dei caregiver (42,3%), in particolare dopo la pandemia, non si è riscontrata nessuna variazione significativa nell’offerta di servizi per le persone con Alzheimer.

Anzi, per il 29,8% la situazione è peggiorata.
Poco è mutato rispetto alla condizione di chi convive con l’Alzheimer e al modello assistenziale basato sulla delega alle famiglie.
Lo conferma anche la nuova stima dei costi economici e sociali della malattia. L’aumento complessivo del costo medio annuo per paziente ha raggiunto 72.000 euro, +15% rispetto al 2015 della quota di costi diretti a carico delle famiglie.

Aumentano i tempi per la diagnosi

Più della metà dei pazienti (53,3%, quasi il 60% al Sud) non ha mai effettuato una visita presso un Cdcd (Centro per i disturbi cognitivi e le demenze) e solo il 37,7% è seguito da un Cdcd.
Si registra poi un divario tra i pazienti presi in carico dal Cdcd: sono il 48,2% tra i residenti al Nord, contro un terzo circa di quelli che vivono al Centro e al Sud.

Negli anni i tempi per diagnosticare la malattia sono variati di poco, ma risultano ancora aumentati, passando da una media di 1,8 anni nel 2015 a 2,0 anni nel 2023.

Vivere con la paura che la malattia peggiori 

Sono pazienti abbastanza giovani (età media 71 anni, 45,1% meno di 70 anni, e non a prevalenza femminile, come nell’Alzheimer, coloro che soffrono di un disturbo lieve (Mci). Il primo referente a cui si sono rivolti è il medico di medicina generale, seguito dallo specialista neurologo pubblico. Solo il 6,9% ha consultato direttamente un Cdcd. Tuttavia, la maggioranza indica nel Cdcd il soggetto che ha effettuato la diagnosi. 

Secondo gli intervistati, poi, il rapporto con i servizi assistenziali è inesistente e il supporto psicologico fornito dal Ssn insufficiente, nonostante il 68,5% denunci difficoltà nella quotidianità e bisogno di forme di sostegno.
Per il 90,1% è la paura di peggiorare a dominare l’esistenza. Per affrontare i loro problemi, i pazienti prima di tutto vorrebbero terapie farmacologiche efficaci (88,2%).

Vino: cala il mercato interno, ma vendite all’estero in ripresa 

Lo evidenzia l’ultimo Report Wine Monitor realizzato da Nomisma con NIQ-NielsenIQ: il mercato del vino in Italia nel 2024 registra una riduzione nelle quantità vendute in tutti i format distributivi. Nel canale Horeca, ad esempio, dopo la crescita dei consumi (+7%) nel primo trimestre 2024, nel secondo la variazione scende al +4,5%, mentre nel canale retail nei primi sei mesi dell’anno le vendite calano a volume di quasi il 3% rispetto al 2023, a fronte di una crescita di poco meno dell’1% a valore.

Sui mercati esteri, invece, si scorge qualche segnale di ripresa.
Quanto alle diverse categorie, emergono alcune differenze. Ad esempio, per i vini fermi e frizzanti il calo nei volumi risulta maggiore nell’e-commerce, mentre è meno accentuato nel discount. Al contrario, per gli spumanti la variazione è positiva in tutti i comparti tranne il Cash&Carry.

Export: USA +5,7%, UK +4,7%, Canada +1,3%

Se è vero che al giro di boa del primo semestre 2024 le importazioni cumulate di vino nei principali 12 mercati globali si mantengono ancora in territorio negativo (-4%), il Report segnala un miglioramento rispetto al cumulato del primo trimestre, quando il calo risultava pari al -9%.

Peraltro, le importazioni di vino dall’Italia registrano performance migliori rispetto al trend generale.
In particolare, rispetto allo stesso semestre del 2023 gli acquisti di vini italiani a valore risultano positivi negli Stati Uniti (+5,7%), nel Regno Unito (+4,7%), in Canada (+1,3%) e in Brasile, mentre soffrono in Germania (-9%) e nei paesi asiatici (Giappone, Cina e Corea del Sud).

Crescono Prosecco (+12%) e rossi DOP toscani (+6%)

In merito alle singole categorie, per i vini fermi e frizzanti italiani si evidenzia un ‘miglioramento’ rispetto al primo trimestre di quest’anno.
E se il calo degli acquisti nei top mercati mondiali si riduce di intensità, arrivando a un -2% a valore, con performance in controtendenza (e quindi positive) negli Stati Uniti, UK, Canada e Brasile, rispetto al primo semestre 2023, le importazioni di spumanti italiani mostrano un +4,5% a valore, con performance in crescita negli Stati Uniti, UK, Francia, Canada, Australia e Brasile.

Al contrario, continuano le riduzioni degli acquisti di spumanti italiani in Germania, Svizzera e Giappone.
Tra i nostri principali vini a denominazione, continua la crescita dell’export di Prosecco (+12% a valore) e recuperano i rossi Dop della Toscana (+6%) dopo il calo dell’anno scorso, mentre soffrono ancora quelli piemontesi (-2%).

La crisi dello Champagne

Il grande malato, in questo momento storico, sembra essere il vino francese, che più di altri soffre gli effetti di questa congiuntura economica negativa a livello mondiale: -10% il valore dell’export dalla Francia nel primo semestre 2024, con una flessione che tocca -17% nel caso dello Champagne e -16% per i rossi di Bordeaux, ma non risparmia neppure quelli della Borgogna (-7%).

In negativo anche l’export della Nuova Zelanda (-3%), mentre viaggiano in territorio positivo Spagna, Cile e Stati Uniti. In forte crescita l’Australia (+28%), in recupero dopo il crollo nell’export di vino dell’anno scorso.

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Gli italiani online? Vulnerabili alle “superstizioni digitali”

Un recente studio condotto da Kaspersky ha esplorato le credenze e le abitudini digitali degli italiani, mettendo in luce una serie di falsi miti e superstizioni che influenzano il loro comportamento online.

La ricerca, intitolata “Entusiasmo, superstizione e grande insicurezza – Come gli utenti di tutto il mondo si confrontano con l’universo digitale”, evidenzia le contraddizioni presenti nell’approccio alla protezione delle informazioni personali.

La webcam coperta: serve o no per la sicurezza?

Uno dei dati più interessanti emersi dal sondaggio riguarda il 42% degli italiani che ritiene che coprire la webcam del proprio dispositivo sia sufficiente per garantire la privacy. Questo gesto, sebbene possa sembrare una precauzione efficace, non è in grado di proteggere completamente da possibili minacce digitali, come attacchi hacker o malware. Inoltre, questa pratica evidenzia una certa confusione su cosa significhi davvero proteggere i propri dati online.

Modalità in incognito: protezione… a metà

Un altro mito diffuso è la convinzione che la modalità di navigazione in incognito garantisca l’anonimato totale. Il 36% degli italiani crede erroneamente che questa modalità li renda completamente invisibili online. Tuttavia, la realtà è diversa: la modalità incognito non impedisce ai siti web di tracciare l’attività o di raccogliere informazioni personali. Anche gli stessi provider di servizi internet possono monitorare la navigazione degli utenti, indipendentemente dalla modalità utilizzata.

Assistenti vocali, è vero che ci ascoltano? 

L’uso crescente degli assistenti vocali ha portato quasi la metà degli italiani a temere che questi dispositivi siano costantemente in ascolto, raccogliendo informazioni personali senza il loro consenso. Questo timore ha spinto il 24% degli intervistati ad adottare misure estreme, come l’attivazione della modalità aereo durante le conversazioni private, per impedire l’accesso non autorizzato ai propri dati.

La vulnerabilità ai link sconosciuti

Un altro aspetto preoccupante emerso dallo studio riguarda la propensione a cliccare su link sconosciuti presenti nei messaggi, una pratica che il 19% degli italiani adotta, esponendosi a rischi significativi come phishing e malware. Questo comportamento denota una scarsa consapevolezza dei pericoli associati alla navigazione online.

Conclusioni e raccomandazioni

La ricerca di Kaspersky sottolinea l’importanza di un approccio informato e critico alla cybersicurezza. Evitare di affidarsi a tecniche non comprovate e falsi miti è fondamentale per garantire la protezione dei propri dati. Anna Larkina, Web-Content Analyst di Kaspersky, raccomanda l’adozione di soluzioni di sicurezza complete, capaci di offrire una protezione robusta contro una vasta gamma di minacce digitali.

Arriva impresa italia: il cassetto digitale dell’imprenditore diventa un’app

Con il nome ‘impresa italia’, il cassetto digitale dell’imprenditore debutta sui principali store in forma di app. Con nuove funzionalità e una maggiore facilità d’uso impresa italia accompagna l’imprenditore nella guida quotidiana della sua azienda. Ovunque ci si trovi si potranno consultare i dati d’impresa in modo rapido e sicuro direttamente dal dispositivo mobile.

Il cassetto digitale dell’imprenditore, la web app del sistema camerale con cui oltre due milioni di imprenditrici e imprenditori accedono ai documenti ufficiali della propria azienda, cambia veste e diventa un’app per semplificare la gestione fiscale degli imprenditori italiani. 

Accedere ai principali documenti dell’azienda disponibili nel Registro Imprese

Con l’app impresa italia ogni legale rappresentante d’impresa può infatti accedere gratuitamente ai principali documenti della propria azienda disponibili nel Registro Imprese.
Oltre alla visura, in lingua italiana e in inglese, l’app impresa italia permette di accedere all’atto costitutivo dell’impresa, e per le aziende tenute a presentare tali dichiarazioni, le ultime annualità di bilancio depositate. 

L’app consente anche di monitorare lo stato delle pratiche inviate al Registro delle Imprese e allo Sportello Unico per le Attività Produttive, il SUAP, e di esibire l’Attestato di Iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali.

Entro la fine dell’anno saranno disponibili ulteriori funzionalità

Tra le nuove funzionalità, l’app, ad esempio, dà la possibilità di effettuare il pagamento del Diritto annuale di iscrizione alla Camera di commercio direttamente dal proprio smartphone, in modo semplice e sicuro. 
Entro il 2024, l’app si arricchirà di ulteriori funzionalità pensate per semplificare la vita degli imprenditori.

Tra queste, un innovativo servizio di notifiche personalizzate che terrà gli utenti sempre aggiornati su eventi di rilevanza per l’impresa. Un modo sicuro e affidabile per non rischiare di perdere opportunità o scadenze.

Disponibile anche sugli store Apple, Android e Huawei

Inoltre, impresa italia darà la possibilità di verificare la situazione della propria impresa rispetto ai principali adempimenti richiesti dalla Camera di commercio.
Questo servizio permetterà di controllare lo stato di salute della propria impresa, prerequisito fondamentale per ottenere credibilità e fiducia con i clienti, i fornitori e i partner.

L’app è disponibile sugli store Apple, Android e Huawei, oltre che dal sito impresa.italia.it. Per accedere al servizio è necessaria l’identità digitale (SPID oppure CNS o CIE) ottenibile in Camera di commercio (anche online su id.infocamere.it), oppure rivolgendosi a uno degli altri gestori accreditati dall’Agenzia per l’Italia Digitale.

Tasse: i più tartassati vivono a Milano, Roma e Monza 

Secondo l’Ufficio studi della CGIA sono i residenti della Città metropolitana di Milano i contribuenti Irpef più tartassati d’Italia.
Nel 2022 hanno versato all’erario un’imposta media sui redditi delle persone fisiche pari a 8.527 euro. Seguono i soggetti Irpef di Roma, con 7.092, di Monza-Brianza ( 6.574), di Bolzano ( 6.472) e di Bologna (6.323).
I meno ‘vessati’ sono i residenti della Sardegna del Sud, che hanno versato un’Irpef media pari a 3.338 euro.

I dati vanno letti con attenzione, poiché come afferma il comma 2 dell’articolo 53 della Costituzione, il nostro sistema tributario è fondato sul criterio di progressività. Pertanto, i territori dove il prelievo Irpef medio è più importante sono anche quelli dove i livelli di reddito sono più elevati.

Si paga di più ma i servizi sono migliori

Va altresì segnalato che dove si paga di più la qualità e la quantità dei servizi erogati dalle Amministrazioni pubbliche spesso sono superiori rispetto a quelli somministrati dove si pagano meno tasse. 
Insomma, a Milano, Roma, Monza, Bolzano, Bologna, Parma il prelievo fiscale è più elevato, ma in queste province la concentrazione dei contribuenti più abbienti è maggiore che nel resto del Paese.

Inoltre, rispetto alla maggioranza delle altre realtà urbane, questi cittadini beneficiano di sanità, scuola, trasporti, cultura, tempo libero che spesso presentano livelli di qualità non riscontrabili altrove. 

I contribuenti Irpef sono 42 milioni

I contribuenti Irpef presenti in Italia sono poco più di 42 milioni, di cui 23,3 milioni dichiarano redditi da lavoro dipendente, 14,5 milioni da pensione, 1,6 milioni sono occupati come lavoratori autonomi e 1,6 milioni presentano altri redditi (affitti, terreni, rendite mobiliari).

Nel 2022 l’importo medio nazionale di Irpef versato all’erario è stato pari a 5.381 euro. La percentuale di contribuenti che ha pagato meno della media nazionale si è attestata al 69%. Significa che in Italia quasi 7 contribuenti Irpef su 10 versano al fisco meno di 5.381 euro l’anno.
L’area che presenta la percentuale più bassa (60%) è la Provincia Autonoma di Bolzano, mentre le regioni dove il tasso dei contribuenti meno abbienti è maggiore sono Calabria (78%), Provincia autonoma di Trento (80%), e Marche (84%). 

Siamo al 5° posto in UE per pressione fiscale

Nonostante il peso delle tasse negli ultimi anni sia in calo, nel 2023 solo Francia, Belgio, Danimarca e Austria hanno registrato un peso fiscale superiore al nostro. Tra i 27 paesi l’Italia si è ‘piazzata’ al 5° posto.

Se a Parigi la pressione fiscale era al 45,8% del Pil, a Bruxelles al 45,3%, a Copenaghen al 44,5% e a Vienna al 42,9%, in Italia ha toccato la soglia del 42,5%.
La Germania si è posizionata al 10°, con una pressione fiscale del 40,6% e la Spagna al 13°, con il 37,%. La media dei Paesi europei è stata del 40,3%, 2,2 punti in meno della media italiana.

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Creator e influencer: gli italiani premiano il contenuto

Sono 29 milioni, metà della popolazione italiana, le persone che seguono attivamente un influencer. Ma l’edizione 2024 dell’Osservatorio InSIdE (Influencers Stories Identity Evolution) di Eumetra e Pulse Advertising registra un’evoluzione: i follower relativizzano il ruolo di ‘personaggio’ e premiano il contenuto.

L’Osservatorio segnala 3 macro-motivazioni addotte dal consumatore sul perché segue un influencer: “mi piace, mi attrae, mi incuriosisce la sua vita”. (-2% anno su anno), “offre o mi fa scoprire occasioni, prodotti, sconti” (+3%), “è interessante, mi diverte quello che racconta” (+3%)
Se la fiducia è ancora la logica per cui si segue un influencer (people trust people, le persone si fidano delle persone) è ciò che si pubblica a crescere di rilevanza.
Non a caso, la prima ragione per cui si smette di seguire un influencer è ‘la noia’ (27%), seguita da ‘fa troppe pubblicità’, (22%).

Un indice di conversione interno

Le metriche esclusivamente social sono deboli: la fan base non implica engagement, l’engagement puro si ottiene con mezzi che raramente hanno a che fare con la comunicazione (ottengono più like figli, animali, prese di posizione assertive e provocatorie che i post ADV).

Escluse ragioni ‘ovvie’ (‘è disponibile, non lavora per la concorrenza, la mia agenzia può ingaggiarlo, piace al mio capo o alla figlia del mio capo’) restano due modi per individuare potenziali creator: verificarne l’attenzione che l’audience potrebbe riservare, usare indici che mixano performance social e non social.
I concetti di mega o micro influencer sono definiti dalla numerosità dei follower, ma sono parziali e talvolta fuorvianti.

Prevedere l’impatto dell’influencer marketing sulle categorie

Agli albori dell’influencer marketing food blogger, gamer, traveller permettevano di scegliere un influencer in base alla categoria di prodotto che si intendeva promuovere.
Oggi esistono metriche precise che calcolano la conversion di attivazione delle campagne di influencer marketing.

Uno dei peggiori errori sarebbe quello di vedere questi due fatti come statici. Alla domanda ‘quali prodotti hai preso in considerazione negli ultimi 30 giorni perché li hai visti narrati da un influencer’ vengono citate macrocategorie come beauty, fashion, food.
Ma se si chiede ‘In quali di questi settori i contenuti promossi da influencer potrebbero spingerti all’acquisto di qualcosa?’ emergono altre categorie: travel, tech, entertainment.

Il consumatore è sempre consapevole

Cambridge Analytica aveva chiaro che i propri dati erano la moneta di scambio per poter fruire di un oceano di contenuti e opportunità relazionali. Oggi si sa benissimo che i creator sono retribuiti dai brand e che vivono della creazione di contenuti per promuovere, raccontare, spingere prodotti. E ci si attende che questa promozione aumenti, si diversifichi, cambi. La noia è sempre in agguato.

Come ogni azione di comunicazione, la conoscenza è alla base di decisioni efficaci. E solo la comprensione del consumatore permette di prendere decisioni informate e appunto, efficaci.

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Franchising: vale l’1,8% del PIL. Crescono fatturato, punti vendita e occupati

Nel 2023 cresce il numero di punti vendita in franchising con un’accelerazione superiore rispetto al trend registrato in passato (+7,6% vs 2,2%). Parimenti crescono anche il numero complessivo di punti vendita, che raggiungono 65.806 unità (+4.664 rispetto al 2022) e il numero degli addetti occupati che si attesta a 287.767 (+34.919 unità).
Con un giro d’affari che sfiora 34 miliardi di euro, +9,9% rispetto al 2022, razionalizzazione è la parola che meglio riassume le tendenze del settore, che vale l’1,8% del PIL e che conferma un’accelerazione del business.

È quanto emerge dal Rapporto Assofranchising Italia 2024 – Strutture, Tendenze e Scenari realizzato da Nomisma per Assofranchising, marchio di rappresentanza del franchising italiano aderente a Confcommercio-Imprese per l’Italia.

Diminuiscono le insegne

L’affiliazione a un franchisor si consolida come una soluzione in grado di offrire un rapido posizionamento strategico per entrare nel mercato con una base solida, riducendo il rischio d’impresa. 
Per il 2024 le previsioni sul fatturato complessivo del comparto sono viste in crescita nell’ordine del +4,3%, con alcuni settori merceologici dove è previsto un aumento a doppia cifra (+10,3% cura e benessere della persona).

Gli elementi che hanno caratterizzato la crescita sono riconducibili in particolare agli investimenti attuati per coinvolgere nuovi franchisee, soprattutto da parte dei grandi brand, e la creazione di nuove insegne.
Ma se da una parte crescono punti vendita e addetti coinvolti, dall’altra diminuiscono le insegne attive. Considerando le insegne operative, nonostante l’inserimento di nuovi player, continua il trend discendente accentuato nel 2022, e nel 2023 sono 25 le insegne venute a mancare. 

AI a supporto del franchisor

Quanto alle tecnologie impiegate dal comparto, soltanto il 19% degli intervistati dichiara di utilizzare l’Intelligenza artificiale nei processi aziendali, mentre il 27% la impiega sporadicamente.

La necessità di innovare e creare un vantaggio competitivo è il fattore chiave che ha spinto le aziende a utilizzarla la prima volta. Comunicazione, marketing e CRM sono invece gli ambiti dove l’AI viene utilizzata più frequentemente (84%), seguita da sicurezza informatica (34%), produzione (33%) e logistica (23%).
La mancanza di competenze ed expertise è la prima causa che disincentiva l’utilizzo dell’AI, anche se nel 2028 si prevede un utilizzato da parte di un’azienda su 2.

ESG, l’attenzione è su tutti i fronti

L’attenzione da parte delle aziende che operano in franchising sui tre pilastri ESG (impegno sociale, ambientale e buone pratiche di governance) è abbastanza omogenea, tuttavia, anche se nelle imprese l’ambito ESG è presidiato, nel 76% dei casi manca un referente.

Presidiare i temi ESG è fondamentale per le aziende al fine di comunicare apertamente il proprio impatto su ambiente, società ed economia (63%), ma anche per aumentare la propria competitività (43%).
La sostenibilità e l’impegno sociale sono gli ambiti dove la cultura aziendale si è più radicata, con l’87% delle imprese che ha realizzato almeno un’azione per ridurre il proprio impatto ambientale, e l’86% almeno una procedura o policy relativa ai temi sociali.

Come difendersi dal ransomware? 

Negli ultimi anni, la sicurezza informatica ha assunto un ruolo sempre più cruciale a causa del crescente numero di attacchi digitali, specialmente con l’avvento dell’intelligenza artificiale (AI). Tra i vari tipi di malware, il ransomware si è dimostrato uno dei più pericolosi e diffusi.

Che cos’è il ransomware?

Il termine “ransomware” deriva dalla combinazione delle parole inglesi “ransom” (riscatto) e “software”. Questo tipo di malware blocca i dati delle vittime tramite criptografia, richiedendo un riscatto per rilasciarli. Le organizzazioni e le aziende sono particolarmente vulnerabili e sono spesso disposte a pagare per evitare la perdita di dati vitali.

La diffusione del ransomware è in costante aumento; un rapporto di Sophos ha rilevato un incremento del 93% nel 2021 rispetto al 2020, evidenziando la portata della minaccia e la sua diffusione.

Ransomware, quanti ne esistono?

Esistono diverse varianti di ransomware, ciascuna con caratteristiche specifiche e livelli di pericolosità differenti. I principali sono Locker Ransomware, che blocca completamente l’accesso al sistema operativo, impedendo l’uso di file e applicazioni, e il Crypto Ransomware, che cifra i file dell’utente, mantenendo accessibile il sistema operativo per facilitare il pagamento del riscatto.

Ma esistono anche il Cripto-Worm, che si diffonde attraverso reti e dispositivi connessi, criptando file su larga scala, e il Doxware (o Leakware), che minaccia di pubblicare online informazioni sensibili se il riscatto non viene pagato, aumentando la pressione sulle vittime.

Come si cade nella rete

I ransomware possono infettare sistemi in vari modi. Il metodo più comune è tramite email con allegati infetti, aperti inconsapevolmente. Altri stratagemmi includono il download di file da siti compromessi e l’exploit di vulnerabilità in software aziendali o di uso quotidiano.

Come prevenire il rischio

Per proteggersi dal ransomware, è essenziale adottare diverse misure preventive. Un approccio efficace è il backup regolare dei dati sensibili. Conservare i backup in un luogo sicuro permette di ripristinare i dati senza dover pagare il riscatto. Inoltre, utilizzare software anti-malware è cruciale. Tra i più popolari, Malwarebytes offre protezione in tempo reale contro vari tipi di ransomware e una scansione approfondita per individuare malware nascosti.

Conclusioni

Oggi il ransomware è una delle minacce informatiche più gravi e diffuse. Affrontare questo rischio richiede consapevolezza, preparazione e l’adozione di misure specifiche per proteggere i dati sensibili dalle strategie sempre più sofisticate di attacco informatico.

Musei e aree archeologiche: nel 2023 aumentano visitatori ed entrate

L’anno passato il numero di visitatori di musei, monumenti e aree archeologiche ha superato i livelli pre-pandemia, crescendo del 16% rispetto al 2019, mentre le entrate sono aumentate del +27%. Anche per i teatri l’andamento è stato positivo, seppure più contenuto (+6% spettatori, +5% entrate).

Il digitale continua a rappresentare un volano di innovazione per molte istituzioni culturali. Nel 2023 il 54% dei musei ha investito in questo senso, concentrandosi su servizi di supporto alla visita, catalogazione e digitalizzazione delle collezioni.
Grazie anche all’impulso derivante dai finanziamenti pubblici, il 74% dei musei ha digitalizzato almeno parte della collezione e circa la metà ha pubblicato sul sito web le opere digitalizzate.

Il digitale è alleato dell’accessibilità

A quanto emerge dall’Osservatorio Innovazione Digitale per la Cultura della School of Management del Politecnico di Milano, presentato in occasione del convegno ‘Il digitale per una Cultura inclusiva’, le istituzioni culturali negli ultimi anni hanno fatto passi avanti in termini di attenzione alle performance economiche, ma ciò non è andato a discapito della volontà di essere maggiormente inclusivi.
Al contrario, un fronte di innovazione sempre più importante è quello dell’accessibilità.

“Il digitale e la tecnologia si confermano alleati importanti per favorire l’accessibilità: le repliche 3D, ad esempio, consentono l’esplorazione tattile guidata degli artefatti, così come gli schermi touch interattivi, che possono essere progettati per includere tutti i tipi di pubblici”, spiega Michela Arnaboldi, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio.

Distribuzione online e data strategy

Sebbene l’esigenza di digitalizzare il patrimonio sia molto sentita, il 68% del campione non ha una chiara strategia. La distribuzione indiretta su canali digitali rimane ancora poco valorizzata: solo l’1% delle vendite deriva da intermediari come le Online Travel Agency (OTA) e il 6% dai siti dei concessionari. Nei teatri i valori sono maggiori, ma in entrambi i comparti il potenziale di crescita è molto alto.

La distribuzione online è anche una fonte preziosa di dati. Tanti teatri usano le informazioni provenienti dalla biglietteria per migliorare la gestione operativa (57%), ma anche la pianificazione strategica e culturale. Ad esempio, per rivedere il palinsesto degli spettacoli (39%). 

AI e altri trend

Il 14% dei musei, monumenti e aree archeologiche già fa uso dell’AI per creare contenuti (testi per la newsletter o immagini per i post social).
Vi sono poi applicazioni con un maggiore livello di complessità, che comportano la necessità di istruire l’algoritmo con informazioni specifiche detenute dalla singola istituzione. Un ulteriore livello di complessità è quello della creazione di servizi o prodotti che afferiscono ad attività curatoriali, di ricerca e restauro, ma anche alla creazione di veri e propri contenuti culturali.

Le implicazioni dell’uso dell’AI generativa sono numerose anche in termini di accessibilità, principalmente a livello linguistico (la possibilità di tradurre contenuti testuali e audio immediatamente e simultaneamente in varie lingue).
Altre soluzioni digitali interconnesse all’accessibilità sono realtà aumentata, virtuale e mista, offerte a supporto dell’esperienza di visita dal 29% dei musei con una maggiore penetrazione nei musei più grandi.

Gli stranieri a caccia di immobili di lusso in Italia: dove sono le proprietà più esclusive?

Il mercato immobiliare di lusso in Italia continua ad attirare sempre più l’attenzione da parte degli investitori stranieri, come evidenziato dall’Osservatorio di Luxforsale. Circa il 43% dei visitatori del portale, che totalizza più di 200 milioni di visualizzazioni all’anno, proviene dall’estero, con un aumento dell’18% rispetto all’anno precedente.

I principali paesi di provenienza e tendenze di mercato

I principali paesi di provenienza dei visitatori sono l’India (10,3%), gli Stati Uniti (5,59%) e la Svizzera (2,94%), ma si registrano significativi aumenti di traffico anche dal Brasile, Regno Unito e Emirati Arabi Uniti. L’Osservatorio, giunto alla quinta edizione, coinvolge oltre 2.000 operatori immobiliari globali e analizza circa 2.900 proprietà, principalmente in Italia, con prezzi superiori a 500.000 euro o canoni d’affitto mensili non inferiori a 1.000 euro.

Attrattività e fattori socioeconomici

L’interesse crescente verso gli immobili di lusso in Italia riflette la vitalità economica dei paesi con maggiori aumenti di traffico e l’attrattività degli investimenti immobiliari in queste regioni. Claudio Citzia, fondatore di Luxforsale, sottolinea l’importanza dei fattori socioeconomici e delle strategie di marketing internazionale nell’attirare investitori.

Lombardia e Lazio sono le regioni più gettonate

Per quanto riguarda l’Italia, Lombardia e Lazio sono le regioni più popolari, seguite da Piemonte, Sicilia e Campania. La Lombardia è anche la regione con il maggior numero di proprietà in vendita, seguita dalla Toscana, Puglia, Liguria e Sardegna. Il prezzo medio degli immobili in Italia è di circa 1.628.639 euro, con Roma, Monza, Milano e Olbia tra le città più ambite.

Dove sono le proprietà top nel mondo?

A livello internazionale, gli Emirati Arabi Uniti conducono la classifica con 169 proprietà, seguiti da Malta e Brasile. Le proprietà più visitate in Italia includono residenze a Sanremo, Tufino e Bergeggi, mentre la villa più ambita è a Pozza di Fassa. A livello globale, Leipsoi in Grecia è la destinazione più ricercata, seguita da Karpathos e Chlum u Třebon in Repubblica Ceca.

Il business degli immobili ultra-lusso 

Le proprietà ultra-lusso, con un valore superiore ai 10 milioni di euro, sono 32, principalmente in Italia, con una sola all’estero, nelle Isole Vergini Britanniche. Toscana, Sardegna, Lazio, Liguria, Emilia Romagna e Lombardia sono tra le regioni con il maggior numero di queste proprietà.

In sintesi, il mercato immobiliare di lusso in Italia continua a prosperare, attirando investitori da tutto il mondo e offrendo una vasta gamma di proprietà di alto livello in diverse regioni del paese.