Perchè il ricondizionato piace sempre di più? Non è solo una questione di prezzo

Lo vediamo tutti i giorni: con offerte, pubblicità e promozioni mirate, i consumatori sono costantemente spinti ad acquistare un nuovo modello di dice tecnologico, sia esso uno smartphone, un tablet ma pure un elettrodomestico. In questa corsa alla tecnologia, però, c’è un numero crescente di persone che dice no. E che, al contrario, decide di rallentare.

Invece di inseguire costantemente l’ultima novità, molti consumatori preferiscono utilizzare più a lungo i dispositivi già in loro possesso, evitando aggiornamenti non indispensabili e dando spazio a una nuova forma di consapevolezza. Questo modo di pensare si sta diffondendo sempre di più e prende ispirazione da un concetto emergente, la cosiddetta “Joy of Missing the Upgrade”, ovvero la soddisfazione di non dover sempre rincorrere il nuovo per forza.

Il ricondizionato è una risorsa, non un ripiego

In questo contesto, il mercato dei prodotti ricondizionati è in costante crescita. Secondo i dati forniti da eBay, più del 40% delle vendite sulla piattaforma riguarda articoli usati o rimessi a nuovo, e nei primi tre mesi del 2025 un prodotto ricondizionato è stato visualizzato ogni undici secondi su eBay.it.

Si tratta di un vero e proprio cambiamento nelle abitudini di acquisto, spinto sia da motivazioni economiche sia ambientali.

Il risparmio resta la prima leva

Chi sceglie un prodotto ricondizionato lo fa innanzitutto per risparmiare. Le differenze di prezzo rispetto al nuovo possono arrivare fino al 40% in meno, soprattutto in categorie come l’informatica, il gaming, gli smartphone e gli elettrodomestici. Ma l’aspetto economico non è l’unico fattore in gioco. Sempre più persone dichiarano di voler ridurre l’impatto ambientale delle proprie scelte di consumo.

Nel solo 2024, la vendita di articoli usati e ricondizionati sulla piattaforma ha permesso di evitare l’emissione di circa un milione e seicentomila tonnellate di CO₂ e ha contribuito a ridurre i rifiuti per oltre settantamila tonnellate, generando nel complesso un impatto economico positivo stimato in 5 miliardi di dollari.

Falsi miti da sfatare

Tutto liscio quindi? Non proprio: intorno al ricondizionato esistono ancora falsi miti difficili da  sradicare. C’è chi pensa che riguardi solo telefoni o tablet, quando invece riguarda oggi un’ampia gamma di prodotti, dai robot da cucina agli smartwatch, passando per lavatrici, attrezzi per il fai da te, macchine da caffè e persino dispositivi per la cura personale.

C’è chi teme che la qualità non sia all’altezza del nuovo, ma i prodotti ricondizionati venduti su eBay vengono sottoposti a controlli tecnici rigorosi, classificati per condizioni e garantiti. Tutti gli articoli del Programma Ricondizionato offrono una garanzia di almeno 12 mesi, spesso estendibile a 24, con spedizione e reso gratuiti inclusi. Altri dubbi riguardano l’affidabilità dei venditori, ma ogni venditore selezionato è identificabile tramite badge specifici e la sua reputazione è verificabile attraverso recensioni pubbliche e standard di servizio. Infine, c’è chi ritiene che un prodotto ricondizionato non sia adatto a essere regalato. Ma anche su questo punto il mercato sta cambiando: più della metà dei consumatori globali si dichiara favorevole all’idea di riceverne uno in regalo.

Un’alternativa consapevole

Oggi il ricondizionato non è più una scelta di ripiego, ma una vera e propria alternativa consapevole. eBay investe in programmi e tecnologie che favoriscono l’economia circolare e aiutano a estendere la vita dei prodotti, promuovendo un modello di consumo più sostenibile, trasparente e responsabile.

Mercato immobiliare, qual è il ruolo delle donne nelle decisioni d’acquisto?

Qual è oggi il ruolo e il “peso” delle donne nelle decisioni di acquisto di proprietà immobiliari in Italia? Lo rivela un’indagine condotta da Gate-away.com, il portale dedicato alla vendita di immobili italiani a clienti esteri, condotta in occasione dell’8 marzo. 

La ricerca evidenzia come il contributo “al femminile” sia determinante nella scelta e nella gestione delle abitazioni.

Oggi sono le principali artefici delle compravendite 

L’analisi condotta da Gate-away.com, basata su un sondaggio che ha coinvolto oltre 70.000 utenti internazionali iscritti alla newsletter del portale, rivela un dato significativo: le donne non solo partecipano attivamente alle decisioni immobiliari, ma spesso ne sono le principali artefici. Le loro preferenze influenzano aspetti fondamentali come la posizione dell’immobile, il design e la vivibilità degli spazi.

Secondo i dati raccolti, nel 51,77% dei casi le coppie decidono insieme l’acquisto di una casa in Italia. Tuttavia, nel 48,23% delle situazioni, è la donna ad avere l’ultima parola nella scelta dell’immobile. Questo dimostra come la prospettiva femminile sia sempre più determinante nelle transazioni immobiliari, un aspetto che gli operatori del settore non possono ignorare.

Esigenze e priorità nella scelta della casa

Le donne si distinguono anche per la loro attenzione ai dettagli della vita domestica. Il 38,30% ritiene che il proprio ruolo nella gestione della casa influenzi fortemente la scelta dell’abitazione, un dato che si riduce al 16,30% tra gli uomini. Inoltre, il 13,47% delle acquirenti si occupa in prima persona dell’arredamento e della distribuzione degli spazi interni, rispetto al 7,40% degli uomini.

Un altro elemento rilevante è l’importanza attribuita agli spazi all’aperto. Per il 74,47% delle donne, avere un giardino o una terrazza rappresenta un requisito essenziale, mentre tra gli uomini questa esigenza è sentita dal 65,93%.

Un’opportunità per il settore immobiliare

L’impatto della componente femminile sul mercato immobiliare italiano è sempre più evidente e rappresenta un’opportunità per gli operatori del settore. Secondo Annalisa Angellotti, co-fondatrice di Gate-away.com e Chief Happiness Officer dell’azienda, gli agenti immobiliari devono affinare la loro sensibilità nei confronti delle esigenze femminili.

“Molte acquirenti straniere non cercano solo una casa, ma un ambiente che garantisca sicurezza e qualità della vita,” afferma Angellotti. “Per questo, è fondamentale che il mercato immobiliare sappia rispondere a queste esigenze, offrendo soluzioni su misura che vadano oltre i semplici criteri economici e rispecchino le aspirazioni di una clientela sempre più consapevole”. 

Buon compleanno ransomware: 35 anni di software malevoli

Il ransomware, compie trentacinque anni. Il software malevolo più famoso al mondo forse rappresenta la minaccia peggiore nel campo della sicurezza informatica. Colpisce settori cruciali come sanità, istruzione e servizi finanziari, con un’attenzione particolare verso produzione e infrastrutture critiche. E solo nel 2024 ha causato perdite globali per 1,1 miliardi di dollari. Fra giugno 2023 e giugno 2024 ha costituito il 44% di tutti i casi segnalati da Cisco Talos.

Ma qual è l’origine del ransomware? Il primo potrebbe essere stato il Trojan AIDS, un floppy disk creato nel 1989 dal dottor Joseph L. Popp, il quale richiedeva alle proprie vittime un riscatto tramite corrispondenza in cambio dei dati rubati. Il fenomeno si è poi allargato a macchia d’olio, sviluppandosi nel giro di 15 anni a una velocità decisamente superiore rispetto alle altre minacce informatiche e diventando un business globale.

Dal floppy disk a minaccia globale

Con il progressivo ampliamento delle reti informatiche, nel 2004 è arrivato il GPCode, un allegato e-mail mascherato da offerta di lavoro, considerato la genesi del ransomware moderno.

Una delle principali sfide del ransomware è occultare la tracciabilità del denaro. E se nel 2010 l’arrivo del bitcoin ha rappresentato la risposta ideale per i criminali informatici, offrendo un metodo di pagamento anonimo e quasi impossibile da tracciare, nel 2016 il ransomware SamSam ha segnato un punto di svolta. È stato il primo a colpire grandi aziende con richieste di riscatto ‘a sette’ zeri.
Poco dopo, sono nati i primi gruppi organizzati di criminali informatici, pronti a sfruttare al massimo questa nuova era del cybercrimine.

Maze o il saltò di “qualità”

A partire dal 2019, con l’introduzione del ransomware Maze, alcune organizzazioni di cybercriminali hanno adottato nuove tattiche di estorsione: minacciare di rendere pubblici i dati esfiltrati qualora il riscatto non venga pagato.

Gli obiettivi principali odierni sono piccole imprese e infrastrutture critiche (acqua, energia, trasporti…), che non dispongono di tecnologie e risorse necessarie per fronteggiare l’aumento esponenziale delle minacce informatiche.
Ma il ransomware continua a evolversi. Nell’ultimo trimestre, Cisco Talos ha rilevato numerose nuove varianti, continuando al contempo a rispondere alle minacce già note.

Il semplice backup dei dati è il suo tallone d’Achille

Ma il ransomware ha un tallone d’Achille: il backup dei dati. In caso di attacco e crittografia dei dati, è possibile ripristinarli utilizzando la copia di backup. Allo stesso tempo, rafforzare le difese software, migliorare la rete e aggiornare le patch è fondamentale, così come segmentare le reti, per limitare i danni in caso di intrusione.

Con il rafforzamento delle difese, dei sistemi di rilevamento e delle risposte, gli attori del ransomware si affidano sempre più alla distrazione dei lavoratori. Grazie a modelli linguistici avanzati come ChatGPT, riescono a infiltrarsi nelle reti con maggiore facilità, senza dover ricorrere all’hacking tradizionale.

Gli italiani online? Vulnerabili alle “superstizioni digitali”

Un recente studio condotto da Kaspersky ha esplorato le credenze e le abitudini digitali degli italiani, mettendo in luce una serie di falsi miti e superstizioni che influenzano il loro comportamento online.

La ricerca, intitolata “Entusiasmo, superstizione e grande insicurezza – Come gli utenti di tutto il mondo si confrontano con l’universo digitale”, evidenzia le contraddizioni presenti nell’approccio alla protezione delle informazioni personali.

La webcam coperta: serve o no per la sicurezza?

Uno dei dati più interessanti emersi dal sondaggio riguarda il 42% degli italiani che ritiene che coprire la webcam del proprio dispositivo sia sufficiente per garantire la privacy. Questo gesto, sebbene possa sembrare una precauzione efficace, non è in grado di proteggere completamente da possibili minacce digitali, come attacchi hacker o malware. Inoltre, questa pratica evidenzia una certa confusione su cosa significhi davvero proteggere i propri dati online.

Modalità in incognito: protezione… a metà

Un altro mito diffuso è la convinzione che la modalità di navigazione in incognito garantisca l’anonimato totale. Il 36% degli italiani crede erroneamente che questa modalità li renda completamente invisibili online. Tuttavia, la realtà è diversa: la modalità incognito non impedisce ai siti web di tracciare l’attività o di raccogliere informazioni personali. Anche gli stessi provider di servizi internet possono monitorare la navigazione degli utenti, indipendentemente dalla modalità utilizzata.

Assistenti vocali, è vero che ci ascoltano? 

L’uso crescente degli assistenti vocali ha portato quasi la metà degli italiani a temere che questi dispositivi siano costantemente in ascolto, raccogliendo informazioni personali senza il loro consenso. Questo timore ha spinto il 24% degli intervistati ad adottare misure estreme, come l’attivazione della modalità aereo durante le conversazioni private, per impedire l’accesso non autorizzato ai propri dati.

La vulnerabilità ai link sconosciuti

Un altro aspetto preoccupante emerso dallo studio riguarda la propensione a cliccare su link sconosciuti presenti nei messaggi, una pratica che il 19% degli italiani adotta, esponendosi a rischi significativi come phishing e malware. Questo comportamento denota una scarsa consapevolezza dei pericoli associati alla navigazione online.

Conclusioni e raccomandazioni

La ricerca di Kaspersky sottolinea l’importanza di un approccio informato e critico alla cybersicurezza. Evitare di affidarsi a tecniche non comprovate e falsi miti è fondamentale per garantire la protezione dei propri dati. Anna Larkina, Web-Content Analyst di Kaspersky, raccomanda l’adozione di soluzioni di sicurezza complete, capaci di offrire una protezione robusta contro una vasta gamma di minacce digitali.

Gli stranieri a caccia di immobili di lusso in Italia: dove sono le proprietà più esclusive?

Il mercato immobiliare di lusso in Italia continua ad attirare sempre più l’attenzione da parte degli investitori stranieri, come evidenziato dall’Osservatorio di Luxforsale. Circa il 43% dei visitatori del portale, che totalizza più di 200 milioni di visualizzazioni all’anno, proviene dall’estero, con un aumento dell’18% rispetto all’anno precedente.

I principali paesi di provenienza e tendenze di mercato

I principali paesi di provenienza dei visitatori sono l’India (10,3%), gli Stati Uniti (5,59%) e la Svizzera (2,94%), ma si registrano significativi aumenti di traffico anche dal Brasile, Regno Unito e Emirati Arabi Uniti. L’Osservatorio, giunto alla quinta edizione, coinvolge oltre 2.000 operatori immobiliari globali e analizza circa 2.900 proprietà, principalmente in Italia, con prezzi superiori a 500.000 euro o canoni d’affitto mensili non inferiori a 1.000 euro.

Attrattività e fattori socioeconomici

L’interesse crescente verso gli immobili di lusso in Italia riflette la vitalità economica dei paesi con maggiori aumenti di traffico e l’attrattività degli investimenti immobiliari in queste regioni. Claudio Citzia, fondatore di Luxforsale, sottolinea l’importanza dei fattori socioeconomici e delle strategie di marketing internazionale nell’attirare investitori.

Lombardia e Lazio sono le regioni più gettonate

Per quanto riguarda l’Italia, Lombardia e Lazio sono le regioni più popolari, seguite da Piemonte, Sicilia e Campania. La Lombardia è anche la regione con il maggior numero di proprietà in vendita, seguita dalla Toscana, Puglia, Liguria e Sardegna. Il prezzo medio degli immobili in Italia è di circa 1.628.639 euro, con Roma, Monza, Milano e Olbia tra le città più ambite.

Dove sono le proprietà top nel mondo?

A livello internazionale, gli Emirati Arabi Uniti conducono la classifica con 169 proprietà, seguiti da Malta e Brasile. Le proprietà più visitate in Italia includono residenze a Sanremo, Tufino e Bergeggi, mentre la villa più ambita è a Pozza di Fassa. A livello globale, Leipsoi in Grecia è la destinazione più ricercata, seguita da Karpathos e Chlum u Třebon in Repubblica Ceca.

Il business degli immobili ultra-lusso 

Le proprietà ultra-lusso, con un valore superiore ai 10 milioni di euro, sono 32, principalmente in Italia, con una sola all’estero, nelle Isole Vergini Britanniche. Toscana, Sardegna, Lazio, Liguria, Emilia Romagna e Lombardia sono tra le regioni con il maggior numero di queste proprietà.

In sintesi, il mercato immobiliare di lusso in Italia continua a prosperare, attirando investitori da tutto il mondo e offrendo una vasta gamma di proprietà di alto livello in diverse regioni del paese.

Investire nell’arte conviene? Il Luxury Investment Index dice sì

Secondo il rapporto All-Art Index di AMR nel 2023l’arte è stata l’unica componente del Luxury Investment Index di Knight Frank (KFLII) a segnare una crescita a due cifre. Soprattutto nella prima metà dell’anno. Ed è rimasta in cima alla classifica dei beni più performanti, con un aumento dei prezzi dell’11%.

“Il 2023 ha registrato un record di vendite per le bottiglie di whisky scozzese premium, per le auto di lusso, i diamanti blu e persino per le spade più preziose – spiega Andrew Shirley, autore dell’Index -. All’apparenza un anno d’oro per gli investimenti di lusso, ma il KFLII svela un quadro meno ottimistico, con una flessione oppure un mancato guadagno per alcuni asset”.

Sul podio anche gioielli e orologi

All’arte seguono gioielli (8%), orologi (5%), monete (4%) e diamanti colorati (2%), che rappresentano le cinque categorie con i risultati migliori. Al contrario, le bottiglie di whisky rare (-9%) segnano le peggiori prestazioni all’interno dell’indice.

“Nonostante il 2023 sia stato un anno di sfide, il Knight Frank Luxury Whisky Index ha subito un calo di quasi il 9% – afferma Andy Simpson di Simpson Reserved -. Tuttavia, mentre le 50 bottiglie meno performanti hanno registrato una perdita complessiva del 26%, le restanti 50 hanno guadagnato il 5%, con le prime 20 bottiglie addirittura in aumento, con un rispettabile +20%. Prevedo un ritorno di alcuni prodotti che hanno subito significative perdite nel 2023, poiché rari, e almeno per ora, sottovalutati”.

Auto d’epoca e borse di lusso in calo 

Le auto d’epoca si posizionano subito sopra il whisky come seconda categoria peggiore della classifica (-6%).
“Gli investitori sono stati probabilmente attratti da altri asset e questo mercato, estremamente limitato, sarà stato influenzato da piccole variazioni nelle allocazioni di portafoglio – commenta Dietrich Hatlapa, esperto del settore -. Tuttavia, alcuni marchi come BMW (+9%) e Lamborghini (+18%) hanno sfidato la tendenza nel 2023, rivolgendosi a un pubblico di collezionisti più giovane”.

Anche le borse di lusso (-4%), che in passato avevano dominato il KFLII, hanno subito un notevole calo.
Secondo Sebastian Duthy di AMR, contributor del KFLII, le bag sono tra gli investimenti maggiormente dettati dalla passione dell’acquirente e tra le influenzabili nelle vendite al dettaglio.

Giù vini pregiati, sì ai diamanti colorati

Non vi sono invece grandi prestazioni per il Knight Frank Fine Wine Icons Index (KFFWII), secondo il quale il segmento dei vini pregiati ha registrato un incremento di appena l’1%.

“Alcuni vini di piccoli produttori, che avevano sperimentato una crescita elevata, hanno registrato il maggior calo dei prezzi, che in passato erano arrivati alle stelle, con bottiglie da 50 sterline che venivano a costarne 200 o 300”, sottolinea Nick Martin di Wine Owners.
Quanto ai diamanti colorati, risultano in costante crescita.
“Siamo contenti che questo segmento rimanga stabile rispetto ai diamanti trasparenti”, commenta Miri Chen, Fancy Color Research Foundation.

Clima: una Pmi su 4 a rischio fallimento se in zone vulnerabili

È l’agricoltura il settore più colpito dagli eventi metereologici estremi avvenuti in questi ultimi anni. Nel 2022, ad esempio, i disastri hanno bruciano 210 miliardi di euro. Ed è all’Italia che spetta il conto più salato in tutta la UE.

E una Pmi italiana su quattro è a rischio fallimento, perché localizzata in comuni minacciati da frane e alluvioni. Queste Pmi presentano infatti una probabilità di fallire del 4,8% più alta di quella delle altre imprese. Allo stesso tempo, rischiano di realizzare un risultato economico inferiore del 4,2% rispetto alle altre imprese, e sono soggette a una dimensione aziendale, in termini di addetti, anch’essa inferiore alle imprese localizzate in territori non esposti a rischi di frane e alluvioni.
Sono alcuni dati del Focus di Censis e Confcooperative dal titolo ‘Disastri e climate change conto salato per l’Italia’. 

Economia agricola: nel 2022 produzione in calo dell’1,5%

“L’agricoltura è il settore economico che risente di più le conseguenze dei cambiamenti climatici – afferma Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, commentando i dati del Focus -. L’andamento dell’economia agricola nel 2022 ha registrato un calo della produzione dell’1,5%, poco meno di 900 milioni di euro”.

Buona parte del risultato negativo è da imputare alla diffusa siccità e alla carenza di precipitazioni, tanto che il 2022 è considerato l’anno più caldo di sempre. Quasi tutte le tipologie di coltivazioni hanno subito un duro contraccolpo. La produzione di legumi è calata del -17,5%, l’olio di oliva del -14,6%, i cereali del -13,2%.
In flessione anche ortaggi (-3,2%), piante industriali (-1,4%) e vino (-0,8%).

Disastri naturali: un conto da 210 miliardi di euro

Sempre nel 2022, aggiunge il presidente di Confcooperative, “Il comparto zootecnico ha subito una riduzione della produzione pari allo 0,6%. Dal punto di vista territoriale, la flessione del volume di produzione ha avuto una maggiore incidenza nel Nord Ovest (-3,5%) e nel Sud (-3,0%), mentre al Centro non si è registrata alcuna variazione. Se si guarda al valore aggiunto, la tendenza negativa appare particolarmente evidente nel nord Ovest, con un -7,6%. Al Sud il valore aggiunto si riduce del 2,9%”.

In totale, è di 210 miliardi di euro il conto che disastri naturali e cambiamenti climatici hanno presentato al nostro paese.

“Un costo pari all’intero PNRR più 10 manovre finanziarie”

“Si tratta di un costo pesantissimo pari all’intero importo del PNRR e a 10 manovre finanziarie. Di questi 210 miliardi ben 111 sono determinati dagli effetti dei cambiamenti climatici. Ecco perché la cura del territorio non è un costo, ma un investimento sul sistema paese”.

Il Focus, riferisce Adnkronos,  mostra poi come negli ultimi 40 anni, dal 1980 al 2022, un terzo del valore dei danni provocati da eventi estremi nella UE sia stato ‘pagato’ dall’Italia. “In merito agli ultimi anni – spiega Gardini – parliamo di 42,8 miliardi solo dal 2017 al 2022. Nel 2022 è costato quasi 1% di Pil, lo 0,9% per l’esattezza, pari a 17 miliardi circa: un importo poco inferiore a una manovra finanziaria”.

Felici anche senza soldi? La scienza dice che è possibile

Nonostante la convinzione diffusa che la prosperità economica sia direttamente proporzionale alla felicità individuale, un recente studio potrebbe mettere in discussione – se non ribaltare –  questa correlazione. La ricerca, condotta da scienziati dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Ambientali dell’Universitat Auto’noma de Barcelona e della McGill University in Canada, ha analizzato i livelli di soddisfazione della vita in 19 comunità indigene sparse in tutto il mondo. E ciò che è emerso è davvero sorprendente.

Reddito e benessere non vanno di pari passo

I risultati hanno rivelato che le popolazioni indigene, nonostante vivano in condizioni economiche meno floride rispetto a quelle dei paesi ad alto reddito, manifestano livelli di soddisfazione del tutto simili. Questa scoperta ha ribaltato i clichè, indicando che l’incremento del reddito non è strettamente correlato al benessere individuale.

Lo studio, riferisce Agi, ha suggerito che la relazione tra denaro e felicità potrebbe non essere diretta come spesso si presume. Questo nuovo approccio un po’ rivoluzionario sfida la concezione diffusa che la ricchezza materiale sia essenziale per condurre una vita appagante. In altre parole, il cammino verso la felicità potrebbe non essere pavimentato da monete d’oro.

Contenti di vivere secondo natura

Ciò che emerge è che in molte società “marginali”, dove lo scambio e il possesso di denaro hanno un ruolo minuscolo nella vita quotidiana e le risorse necessarie per la sussistenza dipendono principalmente dalla natura, i livelli di soddisfazione della vita non sono influenzati in modo significativo dalla disponibilità economica. Questo concetto sfida le generalizzazioni spesso basate su sondaggi globali che tendono a ignorare le realtà di queste società, concentrandosi principalmente sulle risposte dei cittadini dei paesi o delle aree del mondo più industrializzate.

Nel campione esaminato, infatti, solo il 64% delle famiglie intervistate aveva qualche disponibilità economica; eppure i livelli di soddisfazione della vita erano sorprendentemente simili a quelli riscontrati nei paesi ad alto reddito, come la Svezia. Questo dimostra che la connessione tra reddito e benessere individuale non è un parametro universalmente valido.

Conclusioni

La conclusione dello studio suggerisce che, nonostante le differenze economiche, l’uomo può condurre una vita appagante anche senza una grande ricchezza materiale. I punteggi medi di soddisfazione nella ricerca erano di 6,8 su 10, con picchi superiori a 8 punti, simili a quelli riscontrati nei paesi scandinavi noti per i loro alti standard di vita. In definitiva, sembra che i soldi, da soli, non siano la chiave per la felicità.

Stress e rischio burnout? Ora c’è il manager della felicità

In un momento in cui trecento milioni di persone al mondo soffrono di disturbi mentali derivanti dal lavoro, lavorare per favorire il benessere organizzativo all’interno di un contesto ispirato al modello di organizzazione positiva è importante.

È proprio questo il ruolo del manager della felicità. Perché prestare molta attenzione al benessere di dipendenti e collaboratori porta felicità in azienda, e ciò favorisce e stimola la produttività.
A oggi sono solo 300 i manager della felicità ufficiali, riconosciuti dall’Italian Institute of Positive Organization, tra i quali Francesca Cafiero, certificata Cho (chief happiness officier), e presidente di Nieco, realtà impegnata da oltre 40 anni nello smaltimento rifiuti del centro Italia.

Felicità uguale competenza 

Preso atto di uno scenario preoccupante, Francesca Cafiero ha stilato una lista di consigli che si rifanno proprio ai pilastri della ‘scienza della felicità’, utili a manager e lavoratori.
Spesso si sa, in ogni contesto lavorativo si tende a primeggiare. Mettere al centro ‘l’io’ è l’errore più grande che si possa fare. Alimenta l’invidia, le gelosie, i rancori.

Ragionare in termini di gruppo è, al contrario, la chiave vincente per raggiungere grandi traguardi, perché quando i risultati sono buoni si gioisce insieme, quando lo sono meno si condivide un insuccesso e ci si rialza più facilmente e velocemente.

Favorire una chimica positiva

Abbattere le barriere culturali e di ruolo e favorire una chimica positiva è poi un approccio utile sia ai manager sia ai dipendenti, perché alimenta l’amalgamarsi di un gruppo di lavoro e promuove relazioni interpersonali sane. Di conseguenza, ne beneficiano anche le scelte aziendali.

Non chiedere di eseguire, e non limitarsi a eseguire: i lavoratori non sono automi, hanno sentimenti, ed è importante mettere in mostra le proprie qualità umane. Il compito di un buon manager è proprio quello di valorizzarle al meglio. Solo così è possibile svolgere al meglio i propri compiti e contribuire al raggiungimento dei risultati aziendali.

Riconoscere i meriti e dialogare

Lavorare fuori orario, chiedere ripetutamente straordinari non pagati, non rispettare i ruoli, lasciare spazio a simpatie e antipatie, non riconoscere i meriti alimenta il caos all’interno di un contesto aziendale.
La disciplina è importante, riferisce Adnkronos, e devono essere garantiti i diritti di ogni singolo lavoratore. Spesso in molte aziende non vengono fatti notare errori, o non si riconoscono i meriti di un dipendente, oppure non interessa che un collega sta attraversando un periodo difficile.

Il dialogo, al contrario, è fondamentale, sia dal punto di vista umano sia professionale.
E interessarsi della salute di un dipendente o un collega è una buona pratica che rafforza il rapporto tra persone e tra professionisti.

Deinfluencing: cos’è la controtendenza agli acquisti compulsivi?

Il deinfluencing si sta affermando come il fenomeno contrario a quello degli influencer, il cui fine non è tanto far acquistare agli utenti i beni di cui hanno bisogno, quanto far nascere il desiderio di comprarne altri. Gli influencer consigliano gli utenti dei social media determinati acquisti perché guadagnano promuovendo i brand: più utenti acquistano dal link associato all’influencer (link referral), più aumenta il loro guadagno. Questo link consente un tracciamento preciso del numero di acquisti promossi e portati a termine da ciascun profilo. Le ragioni che animano il deinfluencing, al contrario, sono di tipo etico e puntano a ottenere risultati anche nel campo ambientale. Di fatto gli obiettivi del deinfluencing sono ridurre la sovraesposizione ai social media e contrastare l’iperconsumismo.

Dal desiderio di sentirsi parte di un gruppo all’effetto dopamina

I social media sono pieni di contenuti pensati per spingere all’acquisto di beni di consumo, nel campo della cosmesi o dell’abbigliamento, ma non solo. Sono diverse le dinamiche utilizzate sui social per spingere ad acquistare beni superflui. L’utente che guarda il contenuto può avvertire il desiderio di sentirsi parte di un gruppo identificato dallo stile utilizzato e da determinate scelte di consumo.
Poi, c’è ‘l’effetto dopamina’: quel senso di appagamento che prova il consumatore quando compra qualcosa di nuovo. La dopamina è un neurotrasmettitore, ed entra in gioco in ogni acquisto, anche in quelli offline. Sui social questo è effetto è amplificato dal contesto in cui viene fruito il contenuto: all’appagamento dell’acquisto si aggiunge la bravura dell’influencer nell’orientare all’acquisto e il desiderio dell’utente/acquirente di ostentare i propri beni a una platea molto più ampia di quella offline.

Ridurre lo shopping smodato e il carbon footprint 

Lo stesso effetto viene generato dall’arrivo di nuove notifiche. Spesso gli utenti social si augurano di trovare nuovi ‘mi piace’ ai propri post per provare quel senso di soddisfazione.
Si tratta, tuttavia, di un appagamento effimero. Proprio questa caratteristica fa entrare l’utente in un circolo vizioso, che rischia di tenerlo con gli occhi sullo smartphone per ore alla ricerca di ripetute, ma brevi soddisfazioni.
In definitiva, i social rappresentano l’ambiente ideale per stimolare l’acquisto di nuovi beni, non sempre realizzati da brand attenti al rispetto dell’ambiente. Lo scopo del deinfluencing è spegnere l’istinto di shopping compulsivo, riducendo quindi i ritmi frenetici della produzione che provocano un carbon footprint elevatissimo, come spiega nonsoloambiente.it.

L’anti challenge #NoNewClothes 

Il fenomeno del deinfluencing ha dato forma all’iniziativa #NoNewClothes che ha l’obiettivo di incentivare il riutilizzo dei capi d’abbigliamento.
Nel tempo l’hashtag è diventato una challenge atipica, riporta Adnkronos: gli utenti mostrano sé stessi mentre acquistano prodotti di seconda mano o prodotti da aziende virtuoso che producono i propri capi in maniera sostenibile. A questa iniziativa partecipano anche alcuni piccoli produttori e associazioni attive nel campo ESG.
Il fenomeno del deinfluencing non è ancora decollato, perché contrastato dall’attività dell’influencing, di gran lunga dominante sui social, ma potrebbe diventare un punto di riferimento in un mondo sempre più attento alla sostenibilità.