L’importanza di limitare gli accessi in azienda

Impedire l’accesso ai non autorizzati all’interno dei locali nei quali viene svolta un’attività lavorativa è la priorità per tantissime realtà aziendali ed imprese. Le ragioni possono essere le più disparate in base al settore in cui si opera: solitamente, si ha bisogno di limitare gli accessi ai soli autorizzati ad esempio per evitare che la concorrenza possa spiare i propri metodi di lavoro o direttamente copiare i prodotti. In altri casi invece, limitare gli accessi diventa necessario per evitare che eventuali malintenzionati possano in qualche modo danneggiare quelli che sono i beni dell’azienda oppure rubare qualcosa, il che costituisce chiaramente un danno  economico non indifferente.

I badge per evitare code in ingresso e uscita

Qualsiasi siano i motivi che spingono ad adottare soluzioni di questo tipo, limitare gli accessi in azienda assume un ruolo certamente non secondario, e chiaramente questo tipo di sistema va implementato in maniera tale da non creare code agli ingressi. Se il metodo di riconoscimento non è rapido infatti, si rischia ogni giorno di avere una coda di dipendenti in ingresso e in uscita che attendono   di essere riconosciuti e dunque di poter entrare o uscire dalla sede. In questo caso, i badge timbratura commercializzati da Cotini srl rappresentano la soluzione certamente più efficace e avanzata tecnologicamente. Grazie ai badge di prossimità ad esempio, ciascun dipendente deve semplicemente avvicinare il badge personale al lettore per far sì che il proprio ingresso o uscita possano essere registrati e dunque che si abbia l’autorizzazione a varcare la soglia.

Un prodotto personalizzabile anche con la fotografia del dipendente

Ciascun badge inoltre, può essere personalizzato inserendo il logo dell’azienda o anche la fotografia del dipendente ed il suo codice identificativo, così da consentire a tutti di poter essere identificati in qualsiasi momento e dunque farsi riconoscere dal personale preposto. Questa soluzione è particolarmente conveniente nel caso di aziende con decine o centinaia di dipendenti, ai quali si vuole garantire un rapido accesso o uscita dai locali senza creare code ma dando a tutti la sicurezza di sapere che le persone non autorizzate non hanno alcuna possibilità di entrare all’interno della sede. 

Hotel a Monza con SPA in camera

Quanti si spostano per lavoro nella zona di Monza e della Brianza in generale, desiderano solitamente usufruire di una struttura che consenta loro di raggiungere comunque Milano in un arco di tempo piuttosto breve. Over motel è un motel Brianza ben posizionato e che consente effettivamente di raggiungere il centro del capoluogo lombardo giusto in un paio di minuti d’auto. Inoltre qui gli ospiti hanno veramente la possibilità di poter riposare appieno tra un impegno di lavoro e l’altro, considerando che tutto all’interno delle camere è studiato per concedere il massimo del relax agli ospiti, incluso sia l’allestimento che tutto quel che riguarda i comfort quali il wi-fi gratuito in camera, aria condizionata e il riscaldamento, il phon per il bagno e la cassetta di sicurezza, ad esempio. Inoltre, i signori ospiti possono anche decidere di regalarsi una piacevolissima esperienza all’interno della spa della quale le migliori camere dispongono,  per regalarsi diversi trattamenti quali l’idromassaggio, l’hammam e tanti altri servizi ancora realmente in grado di accrescere il livello del benessere percepito.

La struttura dispone infine del parcheggio gratuito che prevede box privati con ingresso antistante l’accesso della propria camera, dunque davvero il massimo della comodità per questo hotel di recente apertura che è già il preferito da parte di tantissime delle persone che per motivi di lavoro si spostano tra la Brianza e Milano. Inoltre, l’allestimento della camera su richiesta è personalizzabile sulla base di alcuni pacchetti tra i quali i clienti possono scegliere, e che servono a rendere l’ambiente ad esempio più romantico in occasione di un evento particolare da festeggiare o per un anniversario che merita di essere celebrato in maniera speciale. Per informazioni sui diversi tipi di allestimenti disponibili, nonché sulle promozioni del momento e prenotazioni, è possibile contattare il recapito telefonico 0395973862.

Impianti di depurazione IWM per l‘ufficio

Bere dell’acqua che sia sempre sicura e controllata è un’esigenza di tutti, e lo è ancora di più quando si tratta dell’acqua che grandi aziende o uffici mettono a disposizione dei propri dipendenti. Sono veramente tante infatti, le realtà appartenenti ad ogni settore a provvedere a fornire liberamente l’acqua da bere ai lavoratori, così che questi possano dissetarsi in qualsiasi momento e senza essere costretti a portare le bottigliette da casa. Anche i problemi legati al costo della fornitura d’acqua sono in realtà oggi superati, se si considera che i moderni dispenser acqua ufficio IWM consentono di prelevare l’acqua direttamente dalla rete, trattandola e purificandola così da renderla veramente piacevole da bere. Se prima le aziende erano infatti “costrette” ad acquistare la costosa acqua dei boccioni per poter offrire questo servizio ai propri dipendenti, oggi è sufficiente uno degli impianti IWM per consentire di utilizzare direttamente l’acqua del rubinetto che, una volta filtrata e trattata, assumerà un buonissimo sapore e sarà veramente salutare.

Ciascuno potrà inoltre personalizzare la propria acqua, bevendola esattamente nella maniera che preferisce: gli impianti IWM consentono infatti di regolare la temperatura dell’acqua, che può essere più o meno fredda o direttamente calda, può essere liscia o gassata e può anche essere accompagnata dai cubetti di ghiaccio. Ciascuno potrà dunque bere l’acqua che preferisce e mantenere l’adeguato livello di idratazione anche durante l’orario di lavoro, il che è ideale anche perché bere molto aiuta a mantenere più alta la concentrazione nonché la produttività. La rete di assistenza IWM è inoltre capillare e ben distribuita su tutto il territorio nazionale, per cui sarà rapidamente fornita assistenza tecnica nel caso sia necessaria, mentre sarà la stessa IWM ad occuparsi delle operazioni di manutenzione ordinaria da apportare nel corso dell’anno, per garantire sempre il perfetto funzionamento dell’impianto.

La creatività e la ricercatezza di Leon Louis

Già nel 2010, anno in cui Leon Louis ha presentato ufficialmente le sue creazioni al mondo, questo brand in continua crescita ha messo in primo piano l’idea di proporre uno stile semplice e sobrio di ispirazione sartoriale. Parliamo dunque di forme che spesso appaiono come monocromatiche e frugali, frutto del lavoro di una approfondita ricerca di materiali e soluzioni pensate appositamente per ottenere uno stupefacente mix di forme ed invenzioni stilistiche. Le sue origini danesi hanno certamente influito su quell’inconfondibile stile sincero, minimale ma al tempo stesso raffinato che caratterizza ogni sua creazione, che consente a ciascuno di poter vestire in maniera personalizzata tenendo sempre alto il concetto di sartoria di qualità e ricercatezza di forme e soluzioni. L’impronta che i tessuti adottati conferiscono ad ogni capo è probabilmente il segreto dell’appeal che caratterizza ogni prodotto Leon Louis, i quali sono impreziositi dalle sapienti lavorazioni degli artigiani che regalano maggior pregio ad ogni collezione, esaltando finiture e design come il solo intervento di un maestro della lavorazione dei tessuti può fare.

Su revolutionconceptstore.it è possibile trovare tanti dei prodotti che hanno reso le collezioni Leon Louis celebri nel mondo, e tra questi bellissimi bermuda a cavallo basso, giubbini in seta con chiusura centrale a zip, pantaloni di lino a cavallo basso a doppio bottone e con zip trasversale, tuniche asimmetriche con maniche a pipistrello e jeans skinny con chiusura frontale nascosta. È possibile risparmiare sulle spese di spedizione optando per il ritiro della merce prescelta direttamente in negozio, mentre per il pagamento è possibile optare per tutta la comodità e sicurezza offerte da Paypal.  Revolutionconceptstore rende il tuo shopping una esperienza semplice e divertente, offrendoti al tempo stesso la possibilità di scegliere tra tantissimi capi in grado di esaltare il tuo aspetto fisico ed evidenziare parte della tua personalità.

Asciugamani elettrici, da opportunità ad esigenza

Qualche anno i proprietari di hotel, ristoranti, palestre o qualsiasi luogo pubblico dove fosse presente un bagno avevano iniziato a valutare l’opportunità di sostituire il sistema di asciugatura delle mani “classico” con salviette usa e getta. La nuova soluzione era rappresentata dai ben più moderni asciugamani elettrici, in grado risolvere in un colpo solo problemi igienici, di sprechi e di ordine del locale bagno.

Con il calo dei prezzi degli asciugamani elettrici, l’attenzione è cresciuta ed abbiamo assistito ad un progressivo abbandono dei dispenser in virtù di apparecchi sempre più performanti ed efficienti: consumi energetici limitati, asciugatura velocissima delle mani e sistemi anti-vandalo evoluti sono tutte caratteristiche che hanno spinto diversi locali ad effettuare il passo. Ma ancora oggi è possibile trovare i dispenser di salviette ovunque, nelle stazioni come nelle palestre, nei ristoranti come negli aeroporti… e questa tendenza deve assolutamente esaurirsi. Se da un lato è comprensibile che bagni situati in luoghi a basso passaggio, con poche persone che quotidianamente hanno la necessità di asciugarsi le mani, non sentano l’esigenza di abbandonare la carta, dall’altro è totalmente inaccettabile che ambienti con migliaia di utilizzatori continuino a sprecarne, creando tra l’altro ambienti spesso sporchi e disordinati.

Perché sosteniamo questo? Perché oggi l’esigenza è quella di concentrarsi sul rispetto che dobbiamo avere per l’ambiente, prima ancora che sugli interessi economici. Produrre carta significa abbattere alberi, abbattere alberi significa stravolgere l’habitat di specie animali e, al tempo stesso, ridurre il polmone verde del nostro pianeta. Ma davvero dobbiamo andare avanti a farlo, per poi vedere la stessa carta sul pavimento del bagno o, peggio, gettata nei lavandini? Tutto questo quando un buon asciugamani elettrico costa poche centinaia di euro, dura anni, ed asciuga ormai con una velocità di pochi secondi.

E non regge la scusa dei consumi elettrici, perché se li paragoniamo ai costi di approvvigionamento della carta non c’è davvero confronto: il risparmio può arrivare anche al 98% su base annuale! Mediclinics è uno dei nostri partner, e commercializza da anni asciugamenti elettrici di assoluta qualità, certificati dalle più severe normative internazionali: a breve, sul loro sito www.mediclinics.it sarà possibile acquistarli online, scegliendo tra una vasta gamma di prodotti: a lama d’aria, tradizionali, con raccolta delle gocce, automatici o a pulsante, con bocchetta e non ecc…

Un motivo in più, visto il nostro consiglio, per soddisfare la vera esigenza: eliminare l’utilizzo della carta, rendendo al tempo stesso il vostro locale più pulito, ordinato ed igienico.

Covid, che stress: un italiano su tre in ansia per la propria salute

I mesi trascorsi e quelli che stiamo vivendo, a causa della pandemia, hanno aumentato il livello di stress in tantissimi italiani. A causa di stili di vita mutati repentinamente, di bombardamenti mediatici e di un clima generale non esattamente ottimista, sono cresciuti in modo significativo gli stati di ansia dei nostri connazionali. A dichiararlo è una ricerca di Assosalute, Associazione nazionale farmaci di automedicazione, condotta in collaborazione con Human Highway. Per un italiano su tre, indipendentemente dall’età, la fonte di stress principale in questo ultimo anno è stata la salute, dato che arriva al 40% tra le donne. In particolare, è proprio la paura del Covid-19 a creare ansia: si teme di ammalarsi o che il virus colpisca i propri cari.

Le preoccupazioni legate la lavoro e all’isolamento

Tra i motivi i stress, spicca anche la preoccupazione legata al proprio lavoro, che colpisce un italiano su quattro, soprattutto tra gli uomini (28%), con particolare riferimento ai timori per le prospettive future. Infine, il 15% degli intervistati vede nella limitazione alle relazioni sociali la principale causa di stress, problema sentito soprattutto dai più giovani e dagli over 65. Come spiega il prof. Piero Barbanti, Professore di Neurologia all’Università San Raffaele di Roma, “lo stress è una reazione normale dell’organismo che si verifica quando le condizioni esterne a noi cambiano e si determina una situazione inattesa. Esistono due tipi di stress: uno buono o fisiologico, che permette di compiere azioni che ci fanno superare i problemi, e uno cattivo che si ha quando la reazione che determina lo stress non è strettamente legata al fattore scatenante, ma si attiva per un nonnulla e rimane attiva, abbassando la soglia di scatenamento dello stress, con danni di tipo ossidativo e infiammatorio all’organismo nel tempo. I campanelli di allarme sono rappresentati da quei sintomi che non hanno una base organica consistente e sono persistenti: difficoltà a concentrarsi, sensazione di tensione, sonno non riposante e mal di testa, ma anche tensione muscolare, respiro corto e affannato, variazione (o percezione di variazione) del battito cardiaco, alterazione dei quantitativi salivari, bruciore allo stomaco e disturbi legati alla sfera sessuale”.

I sintomi e cosa fare

Otto italiani su 10 hanno sofferto di almeno un disturbo riconducibile allo stress negli ultimi 12 mesi, con una maggiore incidenza tra le donne e un aumento, per entrambi i sessi, di tutti i disturbi legati allo stress rispetto allo scorso anno. Risultano più comuni rispetto al periodo pre-Covid sintomi come nervosismo, irritabilità, disturbi del sonno (più diffusi tra i 25 e i 44 anni), tensioni e dolori muscolari (in particolare negli over 55). Per far fronte alla situazione, i comportamenti più diffusi nel casi di stati lievi sono chiedere consiglio al medico e assumere farmaci di automedicazione, scelte adottate rispettivamente dal 42,7% e dal 41,7% degli intervistati. Seguono la richiesta di consiglio al farmacista (21,6%), ad amici e parenti (16,4%) e il ricorso al web (12,6%). Ricorrere ai farmaci di automedicazione è un’abitudine più femminile, mentre gli uomini tendono a rivolgersi al medico, ad amici e parenti, e al web. Fra i rimedi naturali, sonno, alimentazione sana e attività fisica sono le scelte più praticate.

La pandemia cambia il lavoro, e richiede più flessibilità e diversa gestione Hr

La pandemia porta nuove priorità per le aziende, a cui richiede maggiore flessibilità, nuovi modelli di gestione delle risorse umane e una rinnovata attenzione al benessere dei dipendenti da un punto di vista psico-fisico. Da un’indagine condotta da Littler, lo studio di diritto del lavoro, una delle conseguenze della pandemia è la maggiore fiducia nel remote working, con il 41% dei 750 responsabili Hr europei intervistati che dichiara di adeguare le proprie politiche con una forza lavoro operante quasi completamente da remoto. Il 57%, poi, dichiara di avere offerto orari di lavoro più flessibili, mentre il 51% di avere sollecitato un feedback frequente sulla risposta della propria organizzazione alla pandemia.

Lo smart working rimarrà, ma non per tutti

“La situazione normativa è ancora confusa, e necessita di regole e politiche più chiare, necessarie per cogliere i benefici dello smart working osservando la legge e tutelando al contempo il benessere psico-fisico dei propri dipendenti”, commentano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, alla guida di Littler in Italia. Prima della pandemia, lo smart working faticava a imporsi per la paura dell’impatto sulla produttività e sulla cultura aziendale. Ora che si è diffuso rimarrà, ma non per tutti o per ogni giorno lavorativo.

“Oltre il 60% delle attività lavorative nelle economie sviluppate non può essere remotizzata – commenta Alessandro Magrini, Hr Director in Finix Technology Solutions – poiché richiede almeno una presenza fisica, come stare su una linea di assemblaggio, gestire il magazzino, aiutare i clienti in un negozio o fornire servizi sanitari”.

Modificare i flussi lavorativi e migliorare i processi con la trasformazione digitale

Adottare lo smart working richiede anche una trasformazione digitale all’interno delle aziende per modificare i flussi lavorativi e migliorare i processi, nell’ottica di renderli più rapidi e sicuri.

“Il contesto attuale può offrire una grande leva per operare una progressiva digitalizzazione all’interno delle aziende – afferma Mario Messuri, General Manager di Jaggaer in Italia e vp South Europe -. Il Covid-19 ha evidenziato la fragilità dei sistemi e dei processi attuali nel garantire continuità del servizio e rispetto dei tempi”, considerando la forte dipendenza da mercati come quello asiatico per gli approvvigionamenti necessari alle produzioni.

Adattarsi mantenendo invariati gli standard produttivi

“L’adozione di strumenti tecnologici innovativi negli ambienti lavorativi – sottolinea Messuri – può consentire di raggiungere quel grado di flessibilità necessario ad adattarsi a situazioni diverse mantenendo invariati gli standard produttivi”. Non va sottovalutato il tema della rendicontazione amministrativa e del passaggio di carta, come scontrini, ricevute e soldi. “È ormai troppo rischioso continuare a maneggiare ricevute cartacee, gestendo passaggi di banconote per anticipi cassa e resti – commenta Giuseppe Di Marco, Country Manager di Soldo in Italia – uno studio condotto dal Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization afferma che su queste superfici il virus dura fino a 24 giorni”.

Aumenta del 5,8% l’importo medio erogato per i mutui

Da gennaio a settembre 2020 l’importo medio erogato dalle banche ai mutuatari è cresciuto del 5,8%, arrivando a 136.630 euro. Nonostante il lockdown, quindi, nei primi nove mesi del 2020 la richiesta di mutui è rimasta solida. I dati raccolti da una ricerca realizzata da Facile.it e Mutui.it confermano che gli italiani hanno ancora voglia di comprare casa, ma al contempo evidenziano “una grande disponibilità da parte delle banche nell’erogare finanziamenti, nonostante la situazione economica generale oggi sia più incerta”, spiega Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it.

Tassi di interesse in calo rispetto a inizio anno

Un aiuto concreto per gli aspiranti mutuatari è arrivato dal mercato e dagli indici internazionali. Numeri alla mano, i tassi proposti dalle banche alla clientela finale non solo sono rimasti contenuti, ma a partire da maggio, soprattutto quelli fissi, hanno ripreso a scendere, stabilizzandosi a settembre su livelli ancor più bassi rispetto a inizio anno. Secondo le simulazioni di Facile.it per un mutuo al 70% da 126.000 euro per 25 anni i migliori tassi fissi (TAEG) rilevati a settembre variano nel range 0,93% – 1,06% (con una rata compresa tra 463 e 468 euro), mentre a gennaio 2020, per lo stesso finanziamento, i valori oscillavano nel range 1,23% – 1,34% (con una rata tra i 479 e i 486 euro).

Sottoscrivere oggi questa tipologia di mutuo costa quindi circa 6.000 euro in meno rispetto a inizio anno.

A settembre tassi variabili tra lo 0,72% e lo 0,94%

Più stabile la situazione legata ai tassi variabili. Per un mutuo con le stesse caratteristiche (LTV al 70%, finanziamento da 126.000 euro per 25 anni) i migliori tassi variabili rilevati a settembre variano nel range 0,72% – 0,94%, con una rata compresa tra 451 e 462 euro, un valore in linea con quelli di inizio anno. I tassi proposti alla clientela sono addirittura più bassi per finanziamenti con LTV inferiore: per un mutuo ventennale da 100.000 euro al 50%, il miglior tasso (TAEG) disponibile su Facile.it è pari a 0,67% se fisso, e a 0,58% se variabile.

Aumento del peso percentuale delle surroghe

Il dubbio “fisso o variabile” sembra ormai non affliggere più gli aspiranti mutuatari, e poiché è minimo lo scarto tra le due tipologie la quasi totalità di chi ha presentato domanda di finanziamento tra gennaio e settembre (97%) lo ho fatto per un tasso fisso, mentre lo scorso anno era l’87%. I tassi estremamente bassi, uniti alla voglia di risparmiare di molte famiglie, hanno determinato anche un aumento del peso percentuale delle surroghe, che continuano a costituire una fetta importante del mercato. Tra gennaio e settembre più di una richiesta su tre (36%) è stata destinata alla surroga, valore in aumento rispetto allo scorso anno, quando la percentuale era pari al 22%.

Export italiano, il motore della ripartenza

In un contesto avverso, in cui alle incertezze ereditate dal 2019, come Pil e commercio internazionale in rallentamento, escalation protezionistica e instabilità geopolitica, si aggiungono le conseguenze della pandemia Covid-19, le esportazioni italiane sono attese in forte contrazione per quest’anno, con un -11,3%. Si tratta del ritmo di crescita dell’export più basso dal 2009, anno in cui le nostre vendite oltreconfine avevano registrato un -20,9%. Ma l’export italiano tornerà a salire. Questo l’auspicio per una ripresa delle esportazioni italiane post lockdown lanciato con Open, l’ultimo Rapporto Export di Sace, giunto alla sua XIV edizione. Nonostante la situazione, SACE prevede infatti una ripresa già dal 2021 del +9,3%, e una crescita media nei due anni successivi del 5,1%.

In Europa avanzata e Nord America la contrazione più marcata

Secondo queste previsioni, riporta Ansa, nel 2021 le esportazioni italiane di beni arriveranno al 97% circa del valore segnato nel 2019, un recupero pressoché totale dopo la caduta nel 2020. La ripartenza presenterà un certo grado di eterogeneità, tanto per aree geografiche quanto per settori. Europa avanzata e Nord America, che insieme rappresentano oltre il 60% delle vendite estere italiane, quest’anno subiranno la contrazione più marcata (Paesi europei, -11,4%, Usa e Canada, -9,8%). Tra i settori a maggior potenziale, farmaceutica, alimentari e bevande negli Stati Uniti, apparecchiature mediche in Germania, ed energie rinnovabili nel Nord Europa.

In Asia i venti della ripartenza soffiano, ma non senza difficoltà

Reattiva la risalita dell’export italiano di beni verso l’Europa emergente e l’area Csi, dove le nostre vendite riusciranno a raggiungere e superare i livelli del 2019 già l’anno prossimo. Ripresa più celere per il nostro export verso l’area Medio Oriente e Nord Africa, con un recupero pressoché totale già dal prossimo anno (+9,5%). In Asia invece i venti della ripartenza soffiano, ma con non poche difficoltà: le previsioni dell’export nel 2020 sono negative (-10,9%) e riflettono le stime sull’andamento del Pil della regione, che interromperà due decenni di forte crescita, mentre in America Latina, nel 2020 le esportazioni verso le sei più grandi economie caleranno in media dell’8,2% ma nel 2021 è prevista una ripresa media del 7,5%.

Le previsioni in caso di nuovo Great Lockdown

Un primo scenario considera l’eventualità che in risposta a un innalzamento dei casi di Covid- 19, venga istituito un nuovo lockdown su scala globale nei primi mesi del 2021, mentre un secondo scenario alternativo ipotizza che le restrizioni all’attività economica e le misure di distanziamento sociale siano allentate in maniera più lenta e graduale rispetto allo scenario base. In entrambi gli scenari, la necessità di riattivare o mantenere le restrizioni al movimento delle persone e ai processi produttivi accentuerebbe il crollo dell’export italiano, che nel 2020 segnerebbe rispettivamente -12% e -21,2% nei due scenari. Il 2021 non sarebbe più un anno di “rimbalzo”, ma vedrebbe una crescita ancora negativa nel primo scenario, e soltanto lievemente positiva nel secondo, lasciando concretizzarsi il pieno recupero dei valori esportati nel 2019 non prima del 2023.

Conto corrente, quanto mi costi? Sei italiani su dieci non lo sanno

Sei milioni di italiani, titolari di conto corrente, ne ignorano i costi. Per la precisione sono 5 milioni e 900 mila i “distratti”, così come emerge da una recente indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat. In percentuale, significa che il 15% dei nostri connazionali ignora le spese necessarie per mantenere il proprio conto presso la banca. Più nel dettaglio, sono soprattutto le donne (16,6% rispetto al 12,5% del campione maschile) le meno attente a questa voce di spesa, in parallelo con i nostri connazionali con unità compresa fra i 45 e i 54 anni (17,3%).

Realtà o percezione?

E’ anche interessante scoprire come  siano percepiti i costi legati al conto corrente, specie in periodo coronavirus. “Se a gennaio 2020, prima dell’esplosione della pandemia, il 17,3% dei rispondenti riteneva il costo del conto corrente una delle voci più pesanti sul budget familiare e addirittura il 17,5% desiderava ridurne il peso, a seguito dell’emergenza sanitaria i valori sono calati, passando, a luglio, 2020, rispettivamente al 16,1% e al 16,9%, segno evidente di come l’attenzione delle famiglie si sia spostata su altre voci di costo” spiega la ricerca. Però esiste anche una percentuale consistente – il 14,6% – che ritiene che ci sia stato un aumento del costo del proprio conto corrente durante il periodo marzo-giugno 2020 rispetto ai mesi precedenti al Covid. Anche in questo caso, probabilmente si tratta di una percezione perché o si è stati tutti più attenti alle uscite oppure si è usato molto di più l’home banking. O ancora, ci si è accorti solo ora di aumenti avvenuti già in passato.

Brontoloni ma fedeli

Un’altra caratteristica italiana che emerge dal rapporto è che i nostri connazionali si lamentano, ma non cambiano. Il 16,9% degli intervistati, infatti, ha detto che vorrebbe risparmiare sul conto corrente, ma solo il 4,8% dei correntisti, pari a 1.998.021 persone, ha dichiarato di aver cambiato conto. Una percentuale bassa forse legata alle oggettive difficoltà di poter fare operazioni e spostamenti in periodi di lockdown. Dalle risposte di chi è riuscito a cambiare conto, si scoprono anche le motivazioni (oltre al costo): più di 1 su 4 (27%) lo ha fatto perché la propria banca non forniva un servizio di home banking (nell’indagine precedente, relativa al periodo gennaio 2019-20, meno del 10% dei rispondenti ha cambiato per questa ragione). Anche se la banca forniva il servizio, però, non sempre lo faceva in maniera tale da soddisfare il cliente, tanto è vero che, sempre fra chi ha cambiato, il 23% ha preso la decisione perché riteneva inadeguato l’home banking offerto dal suo istituto. I più inclini a cambiare conto corrente sono stati gli uomini (5,4% contro il 4,3% delle donne), i giovani con età compresa fra 25 e 34 anni (9,5%) e i residenti nel Nord-Est (5,8%).

App, in Italia crescita record

Se c’è un settore che ha visto una crescita esponenziale durante i mesi di lockdown è proprio quello delle app. In generale, tutto ciò che è legato a Internet – che ci ha permesso di continuare a lavorare, studiare, acquistare anche chiusi in casa – è stato fondamentale e richiesto nella quarantena, ma le app hanno registrato un vero e proprio exploit. A dirlo sono gli analisti di App Annie, secondo cui nel secondo trimestre il tempo di utilizzo delle applicazioni a livello mondiale è aumentato del 40% su base annua. Il picco si è registrato ad aprile, mese in cui si è raggiunta la cifra record di 200 miliardi di ore di uso di applicazioni.

In Italia aumentato il tempo trascorso sulle app

Sempre lo stesso report rivela che da aprile a giugno nel nostro Paese, quindi quando le restrizioni erano già allentate, il tempo passato dai nostri connazionali sulle app ha segnato un incremento del 30% rispetto al periodo ottobre-dicembre 2019, cioè prima della pandemia. Per avere dei parametri con altre Nazioni, in India l’aumento è stato del 35%, negli Stati Uniti del 25%. Un primato si è ottenuto anche nei download, con 35 miliardi di applicazioni scaricate – sempre su scala globale – nel periodo aprile-giugno. I download sono cresciuti del 10% sui dispositivi Android, a quota 25 miliardi, riporta Ansa. Di questi, il 45% sono giochi. Per quanto riguarda il mondo Apple, invece, le app scaricate su iPhone e iPad sono aumentate del 20% toccando i 10 miliardi. Solo tre app su dieci sono videogame.

Cresce anche la spesa

Ma gli utenti non solo hanno scaricato e utilizzato un numero maggiore di app, ma per queste hanno pure investito di più. Tanto che nel secondo trimestre dell’anno gli utilizzatori hanno investito per le app la somma record di 27 miliardi di dollari. Quasi due terzi di queste cifra sono stati destinati a iPhone e iPad, per i quali sono stati spesi 17 miliardi (+15%), mentre sui dispositivi Android sono andati gli altri 10 miliardi (+25%).

TikTok la regina delle app

Il rapporto precisa che tra le app la più gettonata è sicuramente TikTok, che si piazza al primo posto delle applicazioni più scaricate. Segue Zoom, la app per videochat che ha visto esplodere la sua popolarità grazie al telelavoro e alla didattica a distanza. La classifica prosegue con quattro app dell’ecosistema di Mark Zuckerberg (Facebook, WhatsApp, Instagram, Messenger). Al settimo posto si trova Google Meet, altra app per videoriunioni, seguita da Telegram, Snapchat e Netflix.

Durante la pandemia i più giovani hanno giocato meno sul pc

Rispetto al periodo precedente l’inizio della pandemia negli ultimi mesi i ragazzi hanno trascorso meno tempo a giocare al computer. Secondo un report di Kaspersky durante il lockdown i ragazzi sembrano avere perso il loro interesse per i giochi al computer: da marzo a maggio 2020, infatti, il numero di ragazzi impegnati in questa attività è costantemente diminuito rispetto ai primi due mesi dell’anno. Questo perché la pandemia ha costretto i ragazzi a frequentare le lezioni online per poter proseguire la formazione scolastica, così come molti genitori sono stati costretti a lavorare da casa. Una buona occasione per trascorrere molto tempo insieme, e per i genitori di osservare il comportamento dei propri figli.

Dover utilizzare i computer per altre attività ha allontanato i ragazzi dai videogames

“Il calo registrato nell’utilizzo di giochi per PC può essere attribuito alla crescente necessità di dover utilizzare i computer per altre attività. Come ad esempio la didattica a distanza che risulta più semplice da gestire su un PC rispetto a un dispositivo mobile – ha commentato Anna Larkina, web content analysis expert di Kaspersky -. Dalla nostra indagine è emerso che, anche se i ragazzi hanno trascorso una parte significativa del loro tempo in casa, non hanno sentito il bisogno di tuffarsi nei videogiochi”.

PC Windows batte Mac quanto a disponibilità di giochi

Secondo l’indagine di Kaspersky il calo del numero di ragazzi impegnati in attività di gioco su PC risulta più evidente se si guarda ai sistemi Windows, e può essere attribuito sostanzialmente a due fattori. Il primo è che i ragazzi utilizzano più frequentemente PC Windows rispetto ai Mac per giocare ai videogiochi, e il secondo è che la maggior parte dei giochi per computer vengono rilasciati appositamente per Windows. Ad esempio, nei popolari negozi di giochi online come Steam, sono presenti molti meno giochi disponibili per i sistemi macOS.

Monitorare le attività online dei bambini senza invadere il loro spazio personale

In ogni caso, per garantire la sicurezza dei figli durante le sessioni di gioco, Kaspersky raccomanda di incoraggiare i bambini a raccontare se durante l’attività di gioco qualcosa crea loro disagio. È importante ricordare che a volte le emozioni negative servono per migliorare e ottenere ottimi risultati. Ad esempio, se un ragazzo trova difficoltà nell’affrontare un’attività e prova in tutti i modi a ottenere ottimi risultati, questo gli consentirà di migliorare il suo livello di pazienza

Inoltre, trovare il tempo per giocare al computer con i figli contribuirà a rafforzare il rapporto con loro, e ad accrescere la consapevolezza di ciò che i ragazzi fanno nel tempo libero.

Smart working e disparità di genere. Il lavoro a casa va ripensato

Prima dell’emergenza Covid in Italia lavoravano da remoto circa 500 mila persone. Ma in queste settimane di lockdown si stimano siano state più di 8 milioni. Se il 60% dei lavoratori vuole proseguire con lo smart working anche dopo la fase di emergenza il 22% preferisce interrompere questa esperienza, e le donne sono le meno convinte. Per loro, infatti, lo smart working è più pesante, alienante, stressante e porta all’aumento dei carichi familiari. Secondo l’indagine della Cgil/Fondazione Di Vittorio sullo Smart working, però, quello sperimentato durante l’emergenza non è lo smart working ex Legge n.81/2017, né telelavoro, ma nella maggior parte dei casi del mero trasferimento a casa dell’attività svolta in ufficio. Si tratta, in pratica, di un home working.

L’82% ha cominciato a lavorare da casa con l’emergenza

L’82% degli intervistati ha cominciato a lavorare da casa con l’emergenza, e di questi il 31,5% avrebbe desiderato farlo anche prima. Il 18% invece ha cominciato prima, l’8% per scelta personale, soprattutto gli uomini (+5% rispetto alle donne) e nel settore privato (+4% rispetto al pubblico). Nel 5% dei casi ciò è avvenuto per scelta del datore, e in un altro 5% per esigenze di conciliazione. Nel 37% dei casi, lo smart working è stato attivato in modo concordato con il datore di lavoro, e nel 36% dei casi in modo unilaterale dal datore di lavoro, mentre nel 27% in modo negoziato attraverso intervento del sindacato, riporta Askanews.

Un semplice trasferimento a casa dell’attività svolta in ufficio

Dall’indagine risulta inoltre che la stragrande maggioranza è “precipitata” nel lavoro smart senza alcuna riflessione su organizzazione del lavoro e degli spazi e senza adeguata preparazione, con evidenti differenze di genere. Dalle 6.170 persone intervistate emerge, infatti, che si è assistito a un semplice trasferimento a casa dell’attività svolta fino a qualche giorno prima in ufficio. Il 45% dei casi ha dichiarato che il lavoro non è cambiato, è cambiato parzialmente per il 32%, e solo totalmente per il 23%. Inoltre, nel lavorare da casa si presta poca o nessuna attenzione al diritto alla disconnessione (56%), gli spazi sono stati ricavati (50%), oppure si assiste a un nomadismo casalingo (19%).

Per essere un’esperienza positiva va contrattato con i sindacati

“Lo smart working non può essere una forma di conciliazione – commenta Susanna Camusso, la responsabile Politiche di genere Cgil -. Le donne sono più penalizzate e discriminate, sia sul fronte relazionale sia su quello prettamente professionale. Servono regole per renderlo un lavoro effettivamente smart e non una trasposizione di un lavoro fordista dentro le mura di casa”.

Insomma, “dopo questa esperienza dobbiamo porci il problema di fare in modo che nei nuovi contratti collettivi e aziendali ci siano elementi che permettano di affrontare i bisogni di chi lavora in smart working”, aggiunge il segretario generale Cgil Maurizio Landini. Lo smart working per essere un’esperienza soddisfacente per lavoratrici e lavoratori va organizzato e contrattato con le organizzazioni sindacali.

La #DopEconomy italiana vale 16,2 miliardi di euro

La #DopEconomy italiana supera i 16,2 miliardi di euro di valore alla produzione, e mette a segno una crescita del 6% in un anno, pari un miliardo di euro in più. Quanto all’export, grazie al lavoro di oltre 180 mila operatori e l’impegno dei 285 Consorzi di tutela riconosciuti sul territorio, sfonda la soglia dei 9 miliardi di euro, in aumento del 2,5% rispetto al 2017. Il sistema della #DopEconomy rappresenta il 20% del fatturato complessivo dell’agroalimentare, che registra una crescita trainata dal comparto vino (+7,9%). Ma a guidare la classifica dei prodotti con più valore alla produzione sono i formaggi, con 4,1 miliardi, dove svettano Parmigiano Reggiano e Grana Padano, seguiti da Prosciutto di Parma, Mozzarella di Bufala Campana, Aceto Balsamico di Modena Igp e Gorgonzola Dop.

Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia sul podio dell’Igp

La conferma arriva dal 17° Rapporto Ismea-Qualivita 2019, che analizza i dati 2018 relativi alle oltre 800 Indicazioni Geografiche del settore Food e Wine Dop e Igp, il driver fondamentale per i distretti agroalimentari. Secondo il Rapporto tutte le province italiane risentono dell’impatto economico positivo generato dalle filiere delle Indicazioni geografiche agroalimentari e vitivinicole, ma la concentrazione del valore è particolarmente forte in alcune realtà. In cinque regioni su venti si supera infatti 1 miliardo di euro di valore, riporta Ansa. In testa il Veneto, che si conferma la prima regione, con 3,90 miliardi di euro, seguita da Emilia-Romagna (3,41 miliardi) e Lombardia (1,96 miliardi). Con oltre 1 miliardo di euro di valore, poi, si posizionano anche Piemonte e Toscana.

Il settore Vino trainato da Treviso e Verona

Nel settore Food a guidare la classifica sono Emilia-Romagna e Lombardia, con la Campania che conferma buoni risultati. Nel Vino, invece, è il Veneto a fare da traino, seguito da Toscana e Piemonte, quest’ultimo però in calo. Buoni trend poi soprattutto per Puglia, Sicilia ed Emilia-Romagna. Treviso, Parma e Verona guidano la classifica provinciale, con valori superiori al miliardo di euro. Ma se nel Food si affermano città dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, in compagnia anche di Udine, Caserta e Bolzano, nel Vino trainano Treviso e Verona, seguite da Cuneo e Siena (in calo).

Un elemento strategico per la competitività e il posizionamento globale del Made in Italy

“I prodotti Dop e Igp sono un elemento strategico per la competitività e il posizionamento globale del Made in Italy. L’Italia conferma la sua leadership europea nei prodotti di qualità certificata”, commenta la ministra delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Teresa Bellanova.

I dati certificano infatti il peso di Dop e Igp nell’economia agricola italiana. Si tratta di prodotti che avendo le loro radici nei territori, “sono la nostra identità e per questo sono così apprezzati e imitati nel mondo – aggiunge Bellanova -. Un legame proficuo che contraddistingue un’esperienza tutta italiana, grazie anche al ruolo del nostro ministero che può essere un modello di riferimento per tutta l’Unione europea”.