Ricerca perdite d’acqua tramite termografia

Nel momento in cui si presenta una perdita da un tubo che si trova sotto il pavimento o all’interno di un muro, diventa particolarmente complicato Il riuscire ad individuare con esattezza il punto in cui si è verificata la perdita. Ciò solitamente comporta il dover aprire il muro o sollevare il pavimento per riuscire ad individuare il punto di proprio interesse ed apportare l’intervento necessario, o perlomeno questo è quello che avveniva di solito in passato. Oggi realtà del settore come Vi.Ro Impianti, dispongono invece di tecnologia avanzata per la ricerca perdite acqua, grazie alle quali è possibile riuscire ad individuare con grande precisione il punto esatto in cui avviene la perdita senza dover apportare dunque degli interventi invasivi o distruttivi grazie ad esempio a tecniche quali la termografia.

Vi.Ro Impianti è in grado di individuare rapidamente il punto in cui avviene la perdita ed operare così per risolverla in maniera tale da arrecare il minimo disagio possibile agli abitanti di quell’ appartamento o alle persone che lavorano in quell’ufficio. Inoltre ripristinare velocemente la situazione originale consente anche di evitare di andare a causare problemi ai vicini o alle persone che vivono negli appartamenti sottostanti, il che comporterebbe anche ulteriori spese dovute agli eventuali danni arrecati agli altri appartamenti.

Ecco dunque perché il servizio di Vi.Ro Impianti è così importante ed utilizzato dagli utenti che si trovano con una perdita d’acqua in casa e necessitano di qualcuno che riesca ad individuarne rapidamente l’origine e risolvere. Proprio grazie alla precisione di intervento e alla non necessità di apportare interventi distruttivi (come ad esempio sollevare il pavimento per lunghi tratti o bucare il muro in maniera importante) è possibile andare ad apportare l’intervento desiderato mantenendo bassi i costi e garantendo tempi davvero rapidi per la riparazione della parte di impianto interessata dalla perdita.

Hotel a Monza con SPA in camera

Quanti si spostano per lavoro nella zona di Monza e della Brianza in generale, desiderano solitamente usufruire di una struttura che consenta loro di raggiungere comunque Milano in un arco di tempo piuttosto breve. Over motel è un motel Brianza ben posizionato e che consente effettivamente di raggiungere il centro del capoluogo lombardo giusto in un paio di minuti d’auto. Inoltre qui gli ospiti hanno veramente la possibilità di poter riposare appieno tra un impegno di lavoro e l’altro, considerando che tutto all’interno delle camere è studiato per concedere il massimo del relax agli ospiti, incluso sia l’allestimento che tutto quel che riguarda i comfort quali il wi-fi gratuito in camera, aria condizionata e il riscaldamento, il phon per il bagno e la cassetta di sicurezza, ad esempio. Inoltre, i signori ospiti possono anche decidere di regalarsi una piacevolissima esperienza all’interno della spa della quale le migliori camere dispongono,  per regalarsi diversi trattamenti quali l’idromassaggio, l’hammam e tanti altri servizi ancora realmente in grado di accrescere il livello del benessere percepito.

La struttura dispone infine del parcheggio gratuito che prevede box privati con ingresso antistante l’accesso della propria camera, dunque davvero il massimo della comodità per questo hotel di recente apertura che è già il preferito da parte di tantissime delle persone che per motivi di lavoro si spostano tra la Brianza e Milano. Inoltre, l’allestimento della camera su richiesta è personalizzabile sulla base di alcuni pacchetti tra i quali i clienti possono scegliere, e che servono a rendere l’ambiente ad esempio più romantico in occasione di un evento particolare da festeggiare o per un anniversario che merita di essere celebrato in maniera speciale. Per informazioni sui diversi tipi di allestimenti disponibili, nonché sulle promozioni del momento e prenotazioni, è possibile contattare il recapito telefonico 0395973862.

Impianti di depurazione IWM per l‘ufficio

Bere dell’acqua che sia sempre sicura e controllata è un’esigenza di tutti, e lo è ancora di più quando si tratta dell’acqua che grandi aziende o uffici mettono a disposizione dei propri dipendenti. Sono veramente tante infatti, le realtà appartenenti ad ogni settore a provvedere a fornire liberamente l’acqua da bere ai lavoratori, così che questi possano dissetarsi in qualsiasi momento e senza essere costretti a portare le bottigliette da casa. Anche i problemi legati al costo della fornitura d’acqua sono in realtà oggi superati, se si considera che i moderni dispenser acqua ufficio IWM consentono di prelevare l’acqua direttamente dalla rete, trattandola e purificandola così da renderla veramente piacevole da bere. Se prima le aziende erano infatti “costrette” ad acquistare la costosa acqua dei boccioni per poter offrire questo servizio ai propri dipendenti, oggi è sufficiente uno degli impianti IWM per consentire di utilizzare direttamente l’acqua del rubinetto che, una volta filtrata e trattata, assumerà un buonissimo sapore e sarà veramente salutare.

Ciascuno potrà inoltre personalizzare la propria acqua, bevendola esattamente nella maniera che preferisce: gli impianti IWM consentono infatti di regolare la temperatura dell’acqua, che può essere più o meno fredda o direttamente calda, può essere liscia o gassata e può anche essere accompagnata dai cubetti di ghiaccio. Ciascuno potrà dunque bere l’acqua che preferisce e mantenere l’adeguato livello di idratazione anche durante l’orario di lavoro, il che è ideale anche perché bere molto aiuta a mantenere più alta la concentrazione nonché la produttività. La rete di assistenza IWM è inoltre capillare e ben distribuita su tutto il territorio nazionale, per cui sarà rapidamente fornita assistenza tecnica nel caso sia necessaria, mentre sarà la stessa IWM ad occuparsi delle operazioni di manutenzione ordinaria da apportare nel corso dell’anno, per garantire sempre il perfetto funzionamento dell’impianto.

La creatività e la ricercatezza di Leon Louis

Già nel 2010, anno in cui Leon Louis ha presentato ufficialmente le sue creazioni al mondo, questo brand in continua crescita ha messo in primo piano l’idea di proporre uno stile semplice e sobrio di ispirazione sartoriale. Parliamo dunque di forme che spesso appaiono come monocromatiche e frugali, frutto del lavoro di una approfondita ricerca di materiali e soluzioni pensate appositamente per ottenere uno stupefacente mix di forme ed invenzioni stilistiche. Le sue origini danesi hanno certamente influito su quell’inconfondibile stile sincero, minimale ma al tempo stesso raffinato che caratterizza ogni sua creazione, che consente a ciascuno di poter vestire in maniera personalizzata tenendo sempre alto il concetto di sartoria di qualità e ricercatezza di forme e soluzioni. L’impronta che i tessuti adottati conferiscono ad ogni capo è probabilmente il segreto dell’appeal che caratterizza ogni prodotto Leon Louis, i quali sono impreziositi dalle sapienti lavorazioni degli artigiani che regalano maggior pregio ad ogni collezione, esaltando finiture e design come il solo intervento di un maestro della lavorazione dei tessuti può fare.

Su revolutionconceptstore.it è possibile trovare tanti dei prodotti che hanno reso le collezioni Leon Louis celebri nel mondo, e tra questi bellissimi bermuda a cavallo basso, giubbini in seta con chiusura centrale a zip, pantaloni di lino a cavallo basso a doppio bottone e con zip trasversale, tuniche asimmetriche con maniche a pipistrello e jeans skinny con chiusura frontale nascosta. È possibile risparmiare sulle spese di spedizione optando per il ritiro della merce prescelta direttamente in negozio, mentre per il pagamento è possibile optare per tutta la comodità e sicurezza offerte da Paypal.  Revolutionconceptstore rende il tuo shopping una esperienza semplice e divertente, offrendoti al tempo stesso la possibilità di scegliere tra tantissimi capi in grado di esaltare il tuo aspetto fisico ed evidenziare parte della tua personalità.

Asciugamani elettrici, da opportunità ad esigenza

Qualche anno i proprietari di hotel, ristoranti, palestre o qualsiasi luogo pubblico dove fosse presente un bagno avevano iniziato a valutare l’opportunità di sostituire il sistema di asciugatura delle mani “classico” con salviette usa e getta. La nuova soluzione era rappresentata dai ben più moderni asciugamani elettrici, in grado risolvere in un colpo solo problemi igienici, di sprechi e di ordine del locale bagno.

Con il calo dei prezzi degli asciugamani elettrici, l’attenzione è cresciuta ed abbiamo assistito ad un progressivo abbandono dei dispenser in virtù di apparecchi sempre più performanti ed efficienti: consumi energetici limitati, asciugatura velocissima delle mani e sistemi anti-vandalo evoluti sono tutte caratteristiche che hanno spinto diversi locali ad effettuare il passo. Ma ancora oggi è possibile trovare i dispenser di salviette ovunque, nelle stazioni come nelle palestre, nei ristoranti come negli aeroporti… e questa tendenza deve assolutamente esaurirsi. Se da un lato è comprensibile che bagni situati in luoghi a basso passaggio, con poche persone che quotidianamente hanno la necessità di asciugarsi le mani, non sentano l’esigenza di abbandonare la carta, dall’altro è totalmente inaccettabile che ambienti con migliaia di utilizzatori continuino a sprecarne, creando tra l’altro ambienti spesso sporchi e disordinati.

Perché sosteniamo questo? Perché oggi l’esigenza è quella di concentrarsi sul rispetto che dobbiamo avere per l’ambiente, prima ancora che sugli interessi economici. Produrre carta significa abbattere alberi, abbattere alberi significa stravolgere l’habitat di specie animali e, al tempo stesso, ridurre il polmone verde del nostro pianeta. Ma davvero dobbiamo andare avanti a farlo, per poi vedere la stessa carta sul pavimento del bagno o, peggio, gettata nei lavandini? Tutto questo quando un buon asciugamani elettrico costa poche centinaia di euro, dura anni, ed asciuga ormai con una velocità di pochi secondi.

E non regge la scusa dei consumi elettrici, perché se li paragoniamo ai costi di approvvigionamento della carta non c’è davvero confronto: il risparmio può arrivare anche al 98% su base annuale! Mediclinics è uno dei nostri partner, e commercializza da anni asciugamenti elettrici di assoluta qualità, certificati dalle più severe normative internazionali: a breve, sul loro sito www.mediclinics.it sarà possibile acquistarli online, scegliendo tra una vasta gamma di prodotti: a lama d’aria, tradizionali, con raccolta delle gocce, automatici o a pulsante, con bocchetta e non ecc…

Un motivo in più, visto il nostro consiglio, per soddisfare la vera esigenza: eliminare l’utilizzo della carta, rendendo al tempo stesso il vostro locale più pulito, ordinato ed igienico.

App, in Italia crescita record

Se c’è un settore che ha visto una crescita esponenziale durante i mesi di lockdown è proprio quello delle app. In generale, tutto ciò che è legato a Internet – che ci ha permesso di continuare a lavorare, studiare, acquistare anche chiusi in casa – è stato fondamentale e richiesto nella quarantena, ma le app hanno registrato un vero e proprio exploit. A dirlo sono gli analisti di App Annie, secondo cui nel secondo trimestre il tempo di utilizzo delle applicazioni a livello mondiale è aumentato del 40% su base annua. Il picco si è registrato ad aprile, mese in cui si è raggiunta la cifra record di 200 miliardi di ore di uso di applicazioni.

In Italia aumentato il tempo trascorso sulle app

Sempre lo stesso report rivela che da aprile a giugno nel nostro Paese, quindi quando le restrizioni erano già allentate, il tempo passato dai nostri connazionali sulle app ha segnato un incremento del 30% rispetto al periodo ottobre-dicembre 2019, cioè prima della pandemia. Per avere dei parametri con altre Nazioni, in India l’aumento è stato del 35%, negli Stati Uniti del 25%. Un primato si è ottenuto anche nei download, con 35 miliardi di applicazioni scaricate – sempre su scala globale – nel periodo aprile-giugno. I download sono cresciuti del 10% sui dispositivi Android, a quota 25 miliardi, riporta Ansa. Di questi, il 45% sono giochi. Per quanto riguarda il mondo Apple, invece, le app scaricate su iPhone e iPad sono aumentate del 20% toccando i 10 miliardi. Solo tre app su dieci sono videogame.

Cresce anche la spesa

Ma gli utenti non solo hanno scaricato e utilizzato un numero maggiore di app, ma per queste hanno pure investito di più. Tanto che nel secondo trimestre dell’anno gli utilizzatori hanno investito per le app la somma record di 27 miliardi di dollari. Quasi due terzi di queste cifra sono stati destinati a iPhone e iPad, per i quali sono stati spesi 17 miliardi (+15%), mentre sui dispositivi Android sono andati gli altri 10 miliardi (+25%).

TikTok la regina delle app

Il rapporto precisa che tra le app la più gettonata è sicuramente TikTok, che si piazza al primo posto delle applicazioni più scaricate. Segue Zoom, la app per videochat che ha visto esplodere la sua popolarità grazie al telelavoro e alla didattica a distanza. La classifica prosegue con quattro app dell’ecosistema di Mark Zuckerberg (Facebook, WhatsApp, Instagram, Messenger). Al settimo posto si trova Google Meet, altra app per videoriunioni, seguita da Telegram, Snapchat e Netflix.

Durante la pandemia i più giovani hanno giocato meno sul pc

Rispetto al periodo precedente l’inizio della pandemia negli ultimi mesi i ragazzi hanno trascorso meno tempo a giocare al computer. Secondo un report di Kaspersky durante il lockdown i ragazzi sembrano avere perso il loro interesse per i giochi al computer: da marzo a maggio 2020, infatti, il numero di ragazzi impegnati in questa attività è costantemente diminuito rispetto ai primi due mesi dell’anno. Questo perché la pandemia ha costretto i ragazzi a frequentare le lezioni online per poter proseguire la formazione scolastica, così come molti genitori sono stati costretti a lavorare da casa. Una buona occasione per trascorrere molto tempo insieme, e per i genitori di osservare il comportamento dei propri figli.

Dover utilizzare i computer per altre attività ha allontanato i ragazzi dai videogames

“Il calo registrato nell’utilizzo di giochi per PC può essere attribuito alla crescente necessità di dover utilizzare i computer per altre attività. Come ad esempio la didattica a distanza che risulta più semplice da gestire su un PC rispetto a un dispositivo mobile – ha commentato Anna Larkina, web content analysis expert di Kaspersky -. Dalla nostra indagine è emerso che, anche se i ragazzi hanno trascorso una parte significativa del loro tempo in casa, non hanno sentito il bisogno di tuffarsi nei videogiochi”.

PC Windows batte Mac quanto a disponibilità di giochi

Secondo l’indagine di Kaspersky il calo del numero di ragazzi impegnati in attività di gioco su PC risulta più evidente se si guarda ai sistemi Windows, e può essere attribuito sostanzialmente a due fattori. Il primo è che i ragazzi utilizzano più frequentemente PC Windows rispetto ai Mac per giocare ai videogiochi, e il secondo è che la maggior parte dei giochi per computer vengono rilasciati appositamente per Windows. Ad esempio, nei popolari negozi di giochi online come Steam, sono presenti molti meno giochi disponibili per i sistemi macOS.

Monitorare le attività online dei bambini senza invadere il loro spazio personale

In ogni caso, per garantire la sicurezza dei figli durante le sessioni di gioco, Kaspersky raccomanda di incoraggiare i bambini a raccontare se durante l’attività di gioco qualcosa crea loro disagio. È importante ricordare che a volte le emozioni negative servono per migliorare e ottenere ottimi risultati. Ad esempio, se un ragazzo trova difficoltà nell’affrontare un’attività e prova in tutti i modi a ottenere ottimi risultati, questo gli consentirà di migliorare il suo livello di pazienza

Inoltre, trovare il tempo per giocare al computer con i figli contribuirà a rafforzare il rapporto con loro, e ad accrescere la consapevolezza di ciò che i ragazzi fanno nel tempo libero.

Smart working e disparità di genere. Il lavoro a casa va ripensato

Prima dell’emergenza Covid in Italia lavoravano da remoto circa 500 mila persone. Ma in queste settimane di lockdown si stimano siano state più di 8 milioni. Se il 60% dei lavoratori vuole proseguire con lo smart working anche dopo la fase di emergenza il 22% preferisce interrompere questa esperienza, e le donne sono le meno convinte. Per loro, infatti, lo smart working è più pesante, alienante, stressante e porta all’aumento dei carichi familiari. Secondo l’indagine della Cgil/Fondazione Di Vittorio sullo Smart working, però, quello sperimentato durante l’emergenza non è lo smart working ex Legge n.81/2017, né telelavoro, ma nella maggior parte dei casi del mero trasferimento a casa dell’attività svolta in ufficio. Si tratta, in pratica, di un home working.

L’82% ha cominciato a lavorare da casa con l’emergenza

L’82% degli intervistati ha cominciato a lavorare da casa con l’emergenza, e di questi il 31,5% avrebbe desiderato farlo anche prima. Il 18% invece ha cominciato prima, l’8% per scelta personale, soprattutto gli uomini (+5% rispetto alle donne) e nel settore privato (+4% rispetto al pubblico). Nel 5% dei casi ciò è avvenuto per scelta del datore, e in un altro 5% per esigenze di conciliazione. Nel 37% dei casi, lo smart working è stato attivato in modo concordato con il datore di lavoro, e nel 36% dei casi in modo unilaterale dal datore di lavoro, mentre nel 27% in modo negoziato attraverso intervento del sindacato, riporta Askanews.

Un semplice trasferimento a casa dell’attività svolta in ufficio

Dall’indagine risulta inoltre che la stragrande maggioranza è “precipitata” nel lavoro smart senza alcuna riflessione su organizzazione del lavoro e degli spazi e senza adeguata preparazione, con evidenti differenze di genere. Dalle 6.170 persone intervistate emerge, infatti, che si è assistito a un semplice trasferimento a casa dell’attività svolta fino a qualche giorno prima in ufficio. Il 45% dei casi ha dichiarato che il lavoro non è cambiato, è cambiato parzialmente per il 32%, e solo totalmente per il 23%. Inoltre, nel lavorare da casa si presta poca o nessuna attenzione al diritto alla disconnessione (56%), gli spazi sono stati ricavati (50%), oppure si assiste a un nomadismo casalingo (19%).

Per essere un’esperienza positiva va contrattato con i sindacati

“Lo smart working non può essere una forma di conciliazione – commenta Susanna Camusso, la responsabile Politiche di genere Cgil -. Le donne sono più penalizzate e discriminate, sia sul fronte relazionale sia su quello prettamente professionale. Servono regole per renderlo un lavoro effettivamente smart e non una trasposizione di un lavoro fordista dentro le mura di casa”.

Insomma, “dopo questa esperienza dobbiamo porci il problema di fare in modo che nei nuovi contratti collettivi e aziendali ci siano elementi che permettano di affrontare i bisogni di chi lavora in smart working”, aggiunge il segretario generale Cgil Maurizio Landini. Lo smart working per essere un’esperienza soddisfacente per lavoratrici e lavoratori va organizzato e contrattato con le organizzazioni sindacali.

La #DopEconomy italiana vale 16,2 miliardi di euro

La #DopEconomy italiana supera i 16,2 miliardi di euro di valore alla produzione, e mette a segno una crescita del 6% in un anno, pari un miliardo di euro in più. Quanto all’export, grazie al lavoro di oltre 180 mila operatori e l’impegno dei 285 Consorzi di tutela riconosciuti sul territorio, sfonda la soglia dei 9 miliardi di euro, in aumento del 2,5% rispetto al 2017. Il sistema della #DopEconomy rappresenta il 20% del fatturato complessivo dell’agroalimentare, che registra una crescita trainata dal comparto vino (+7,9%). Ma a guidare la classifica dei prodotti con più valore alla produzione sono i formaggi, con 4,1 miliardi, dove svettano Parmigiano Reggiano e Grana Padano, seguiti da Prosciutto di Parma, Mozzarella di Bufala Campana, Aceto Balsamico di Modena Igp e Gorgonzola Dop.

Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia sul podio dell’Igp

La conferma arriva dal 17° Rapporto Ismea-Qualivita 2019, che analizza i dati 2018 relativi alle oltre 800 Indicazioni Geografiche del settore Food e Wine Dop e Igp, il driver fondamentale per i distretti agroalimentari. Secondo il Rapporto tutte le province italiane risentono dell’impatto economico positivo generato dalle filiere delle Indicazioni geografiche agroalimentari e vitivinicole, ma la concentrazione del valore è particolarmente forte in alcune realtà. In cinque regioni su venti si supera infatti 1 miliardo di euro di valore, riporta Ansa. In testa il Veneto, che si conferma la prima regione, con 3,90 miliardi di euro, seguita da Emilia-Romagna (3,41 miliardi) e Lombardia (1,96 miliardi). Con oltre 1 miliardo di euro di valore, poi, si posizionano anche Piemonte e Toscana.

Il settore Vino trainato da Treviso e Verona

Nel settore Food a guidare la classifica sono Emilia-Romagna e Lombardia, con la Campania che conferma buoni risultati. Nel Vino, invece, è il Veneto a fare da traino, seguito da Toscana e Piemonte, quest’ultimo però in calo. Buoni trend poi soprattutto per Puglia, Sicilia ed Emilia-Romagna. Treviso, Parma e Verona guidano la classifica provinciale, con valori superiori al miliardo di euro. Ma se nel Food si affermano città dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, in compagnia anche di Udine, Caserta e Bolzano, nel Vino trainano Treviso e Verona, seguite da Cuneo e Siena (in calo).

Un elemento strategico per la competitività e il posizionamento globale del Made in Italy

“I prodotti Dop e Igp sono un elemento strategico per la competitività e il posizionamento globale del Made in Italy. L’Italia conferma la sua leadership europea nei prodotti di qualità certificata”, commenta la ministra delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Teresa Bellanova.

I dati certificano infatti il peso di Dop e Igp nell’economia agricola italiana. Si tratta di prodotti che avendo le loro radici nei territori, “sono la nostra identità e per questo sono così apprezzati e imitati nel mondo – aggiunge Bellanova -. Un legame proficuo che contraddistingue un’esperienza tutta italiana, grazie anche al ruolo del nostro ministero che può essere un modello di riferimento per tutta l’Unione europea”.

Quanto costa l’inquinamento atmosferico? 8 miliardi di dollari al giorno

Quattro milioni e mezzo di morti premature stimate ogni anno, e un costo di 2.900 miliardi di dollari, equivalenti al 3,3% del Pil mondiale, pari a 8 miliardi di dollari al giorno. Queste le stime del prezzo pagato annualmente dal Pianeta a causa dell’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili. Una situazione critica anche per l’Italia, dove sembra che il costo dell’inquinamento atmosferico da carbone, petrolio e gas sia ogni anno di circa 56mila morti premature e 61 miliardi di dollari. È quanto emerge da Aria tossica: il costo dei combustibili fossili, il rapporto di Greenpeace Southeast Asia e Crea (Centre for Research on Energy and Clean Air) per valutare il costo globale dell’inquinamento atmosferico legato a questo tipo di combustibili.

Una minaccia globale sempre più grave

L’inquinamento atmosferico è una minaccia globale sempre più grave, ma sono sempre di più le soluzioni disponibili e accessibili, spiega Greenpeace. E molte delle soluzioni all’inquinamento atmosferico sono anche soluzioni ai cambiamenti climatici. L’utilizzo di energia rinnovabile e i sistemi di trasporto che fanno affidamento su energia pulita non solo riducono l’inquinamento atmosferico, ma hanno anche un ruolo centrale nel mantenere l’aumento della temperatura globale entro la soglia di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Il limite indicato dalla scienza per evitare le conseguenze peggiori dell’emergenza climatica.

Il prezzo pagato dalla salute dei bambini

La Cina continentale, gli Stati Uniti e l’India sostengono i costi più elevati dell’inquinamento dell’aria causato dai combustibili fossili, pari rispettivamente a 900, 600 e 150 miliardi di dollari all’anno. Circa 40mila bambini al di sotto dei 5 anni, soprattutto nei Paesi a più basso reddito, muoiono ogni anno a causa dell’esposizione a PM2,5. E ogni anno circa 4 milioni di nuovi casi di asma tra bambini sono associati all’NO2, prodotto dai veicoli, le centrali elettriche e le industrie, con una stima di 16 milioni di bambini nel mondo affetti da questo sintomo a causa dall’inquinamento da NO2. Ancora, sono 1,8 miliardi i giorni di assenza dal lavoro per malattia associati  all’inquinamento dell’aria da PM2.5, con una perdita economica pari a circa 101 miliardi di dollari all’anno, riporta Adnkronos.

L’Italia non deve fare passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025

“Occorre un contemporaneo cambio di paradigma della mobilità, puntando sul trasporto pubblico e su forme di mobilità meno impattanti – dichiara Minwoo Son, della Campagna Clean Air di Greenpeace Southeast Asia -. Dobbiamo considerare il costo reale dei combustibili fossili, non soltanto per il rapido peggioramento dell’emergenza climatica, ma anche per la salute delle persone”.

Anche l’Italia subisce pesanti conseguente dall’inquinamento atmosferico. “È essenziale che il governo italiano non faccia passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025, come invece l’ultima versione del Pniec sembrerebbe suggerire – commenta Federico Spadini, della Campagna Trasporti di Greenpeace Italia -. E anche i grandi attori privati come banche e assicurazioni devono smettere di elargire finanziamenti ai combustibili fossili”.

Il mondo è sempre più diseguale, anche in Italia si allarga la forbice

Se tra giugno 2018 e giugno 2019 la ricchezza globale risulta in crescita resta comunque fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva. L’1% più ricco nel mondo, sotto il profilo patrimoniale, a metà 2019 deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone. E in Italia il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. In 20 anni, una quota cresciuta del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. È l’allarme lanciato da Oxfam, l’organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in Time to care – Avere cura di noi, pubblicato alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos.

Il patrimonio dell’1% supera quanto detenuto dal 70% più povero

L’anno scorso, inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani sotto il profilo patrimoniale superava quanto detenuto dal 70% più povero. A metà 2019 la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, non sfiorava nemmeno l’1%. Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale. Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane. Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi, riporta Italpress.

Lavorare per tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale dei più ricchi

“In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5,50 dollari al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro – spiega Oxfam -. Con un reddito medio da lavoro pari a 22 dollari al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate, pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale, superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse”, ovvero, il 25,82%.

Una storia di due estremi

 “Il rapporto è la storia di due estremi – commenta Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia -. Dei pochi che vedono le proprie fortune e il potere economico consolidarsi, e dei milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita che da tempo è tutto fuorché inclusiva. Abbiamo voluto rimettere al centro la dignità del lavoro – continua Bacciotti – poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto né contabilizzato, come quello di cura, per ridargli il giusto valore”.

Istat lancia l’allarme: quasi due milioni di giovani italiani “in sofferenza”

I numeri recentemente diffusi dall’Istat sono davvero preoccupanti e riguardano quella che dovrebbe essere la fascia più importate della popolazione, i giovani. Invece i ragazzi italiano non stanno bene, proprio per niente. In base a quanto rileva l’Istituto di Statistica, quasi la metà dei giovani di 18-34 anni (47,8%) evidenzia l’assenza di deprivazione nelle cinque dimensioni del benessere considerate (Salute; Lavoro, Istruzione e formazione; Benessere soggettivo; Coesione sociale; Territorio); un terzo (33,5%) ne ha solo una mentre il 18,7% (quasi 2 milioni di giovani) risulta multi-deprivato, cioè è deprivato in due o più dimensioni del benessere. I dati sono contenuti nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile apnea diffuso dall’Istat.

La condizione dei giovani è peggiorata dal 2012

La multi-deprivazione è più alta tra i giovani adulti di 25-34 anni (20,9% contro 15,2% dei giovani di 18-24 anni) e nel Mezzogiorno (23,9% contro 14,3% al Nord e 18,0% al Centro) -spiega l’Istat. Ancora più grave è l’indicatore che mette in luce come, rispetto al 2012, la condizione dei giovani sia ulteriormente peggiorata. Si registra in calo di quasi  4 punti percentuali la quota di quelli senza alcun tipo di disagio, sono invece aumentati sia i giovani deprivati per una sola dimensione (+2,6 punti percentuali), sia i multi-deprivati (+1,3 punti percentuali). Il peggioramento rispetto al 2012 ha riguardato la dimensione relativa alla Coesione sociale, che include le relazioni sociali e la partecipazione politica (da 17,6% nel 2012 a 24,9%), e le caratteristiche del territorio in cui si vive (da 12,9% a 15,7%); al contrario, migliorano le condizioni per le dimensioni Lavoro e Istruzione (da 22,2% nel 2012 a 19,6%) e Benessere soggettivo (da 11,5% a 7,6%), prosegue l’Istat.

Male il Nord e il Centro, stabile il Sud

Il peggioramento è avvenuto nel Nord e al Centro, dove la quota di giovani senza alcun disagio cala rispettivamente di 8,4 e 4,8 punti percentuali. Come riporta Ansa, nel Mezzogiorno, dove le difficoltà già nel 2012 erano maggiori, la situazione è sostanzialmente stabile (-0,8 punti percentuali). Tre quarti dei giovani multi-deprivati lo sono in due dimensioni, un quinto in tre e un residuale 5% di giovani in 4 o 5 dimensioni del benessere. Le dimensioni che più incidono sulla multi-deprivazione sono quelle relative alla Coesione sociale (il 69,5% dei multi-deprivati sono deprivati in questo dominio), al Lavoro, formazione e istruzione (il 58,1% dei multi-deprivati sono deprivati in questo dominio) e alla dimensione che descrive le caratteristiche del territorio nel quale vivono i giovani (47,3% dei multi-deprivati), conclude l’Istat.

Vola la cassa integrazione, +35,4% di ore in un anno

Aumentano le ore di cassa integrazione su base annua. Da quanto emerge dai dati rilasciati dall’Osservatorio Inps nel mese di ottobre di quest’anno il numero di ore di cassa integrazione autorizzate, tra ordinarie e straordinarie, è stato pari complessivamente a 25,8 milioni. Un numero di ore in aumento del 35,4% rispetto allo stesso mese del 2018, quando le ore ammontavano a 19,1 milioni. In particolare, a ottobre 2019 le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 12,3 milioni, mentre quelle straordinarie sono state 13,5 milioni.

Interventi ordinari, a ottobre 2019, +78,7% ore nel settore Industria, -2,4% Edilizia

Per quanto riguarda le ore di cassa integrazione ordinaria (12,3 milioni a ottobre 2019), l’Istituto rende noto che un anno prima, a ottobre 2018, le ore erano state 7,4 milioni. Di conseguenza, la variazione tendenziale risulta pari a +67,1%. Più in particolare, nel settore Industria la variazione tendenziale è pari a +78,7% e nel settore Edilizia pari a -2,4%. Inoltre, sempre nel mese di ottobre 2019, l’Inps rileva che la variazione congiunturale rispetto al mese precedente ha registrato un incremento pari al 118,3%.

Interventi straordinari, 6,2 milioni di ore autorizzate per solidarietà

Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate a ottobre 2019 è stato pari a 13,5 milioni, di cui 6,2 milioni per solidarietà. Registrando, quindi, un incremento pari al 16,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nel 2018 le ore autorizzate ammontavano infatti a 11,6 milioni. Nel mese di ottobre 2019, rispetto al mese precedente, l’Osservatorio Inps ha registrato inoltre una variazione congiunturale pari al +17,1%, riferisce una notizia Adnkronos.

Gli interventi in deroga ammontano a circa 15 mila ore

Sempre nel mese di ottobre 2019 gli interventi in deroga sono stati pari a circa 15 mila ore autorizzate, registrando un decremento del -81,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. A ottobre 2018 erano state autorizzate circa 79 mila ore. La variazione congiunturale rispetto a settembre, nel mese di ottobre di quest’anno ha registrato quindi un decremento pari al -30,5%.

Inoltre, nel mese di settembre 2019 sono state presentate 223.368 domande di Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego), 6 di mobilità e 1.333 di DisColl (indennità mensile di disoccupazione per lavoratori non subordinati), per un totale di 224.707 domande, riporta QuiFinanza.

Il tutto, per  un incremento pari allo 0,7% rispetto al mese di settembre 2018, quando le domande presentate all’Istituto erano state 223.054.

Le imprese europee dicono sì all’economia circolare

Un sensibile miglioramento delle performance, l’accelerazione sul fronte dell’innovazione delle produzioni, e considerevoli risparmi per le aziende. Sono questi i benefici attesi dalle misure intraprese per la transizione verso una crescita sostenibile. Ovvero, che rispondano alle logiche dell’economia circolare. In Italia quasi il 25% dell’imprese industriali e terziarie ha abbracciato la green economy per superare la crisi e investire sul futuro, perché “uno sviluppo sostenibile non è solo una necessità dal punto di vista etico, sociale, ambientale – commenta Andrea Prete, vicepresidente vicario di Unioncamere -. Ma è anche un’opportunità importante di crescita per le imprese e, più in generale, per l’intero sistema economico”.

“Fare in modo che la sostenibilità si traduca in un’opportunità per le aziende”

“I risultati finora raggiunti – continua il presidente di Eurochambres, Christoph Leitl – mostrano che le Camere di commercio europee sono consapevoli delle proprie responsabilità e desiderose di contribuire alla soluzione delle sfide che ci attendono. Facciamo in modo che la sostenibilità si traduca in un’opportunità per le aziende e supportiamo le regioni resilienti e sostenibili”. Le realtà che hanno aderito mostrano infatti una migliore presenza sui mercati esteri, assumono di più e sono più competitive rispetto alle altre. E “le Camere di commercio italiane insieme alle altre europee – aggiunge Prete – possono fare ancora molto per favorire la crescita delle imprese sotto il segno della sostenibilità”.

Sostenibilità è sinonimo di competitività

Per l’Europa delle imprese, aumentare il riutilizzo, il riciclo, la riparazione e la trasformazione dei prodotti potrebbe ridurre la dipendenza delle risorse della UE, stimolare l’innovazione, contribuire a creare nuovi modelli commerciali, rilanciare posti di lavoro, crescita e competitività. Ma per garantire una transizione di successo verso un modello di economia circolare a livello europeo servirebbe anche abbattere le barriere alla circolazione delle materie prime secondarie, ridurre gli ostacoli normativi in materia di sostanze chimiche, prodotti e rifiuti, e promuovere e sostenere sistemi efficaci di raccolta, separazione e trattamento dei rifiuti al di fuori della UE, in maniera da stimolare la domanda di soluzioni circolari innovative Made in Europe.

I numeri dell’Italia green

Secondo le analisi di Unioncamere e Symbola il nostro Paese vanta una serie di primati sul fronte della green economy. Un’impresa extra-agricola su 4 negli ultimi 5 anni ha investito sulla sostenibilità e l’efficienza, ottenendo vantaggi competitivi in termini di export e innovazione. Inoltre, alla nostra economia green si deve anche il 13% degli occupati complessivi a livello nazionale.

L’Italia poi è leader europeo per dematerializzazione dell’economia: ogni kg di risorsa consumata genera 4 euro di Pil, contro una media Ue di 2,24 euro. E con il 76,9% di riciclo sulla totalità dei rifiuti è il numero uno in Europa.

Per quanto riguarda le emissioni di gas serra, con 569 tonnellate per ogni milione di euro prodotto l’agricoltura italiana produce il 46% di gas serra in meno della media Ue 28, e il minor numero di prodotti agroalimentari con residui di pesticidi (0,48%).

Fra i prodotti Made in Italy nel mirino dei dazi Usa formaggi e salumi

Scattano i dazi Usa contro l’Ue, e l’Italia rischia di pagare un conto di oltre un miliardo, che potrebbe colpire per circa la metà dell’importo il settore agroalimentare.

Lo ha reso noto il dipartimento del Commercio statunitense dopo il verdetto della Wto, che attribuisce agli Stati Uniti il diritto di applicare dazi sui prodotti importati dall’Europa. Si tratta di un importo pari a un terzo dei 21 miliardi minacciati inizialmente dagli Stati Uniti, e se saranno mantenute le stesse priorità l’Italia potrebbe essere il paese più colpito dopo la Francia. A pagare il conto più salato rischia di essere proprio l’agroalimentare, con vini, formaggi, salumi, pasta e olio extravergine di oliva.

Il Parmigiano Reggiano rischia un crollo dei consumi stimato fino al 90%

In pericolo, spiega la Coldiretti, sono soprattutto i formaggi. Questo per le pressioni della lobby dell’industria casearia Usa, che ha chiesto di imporre dazi alle importazioni di formaggi europei al fine di favorire l’industria del falso Made in Italy. Quello americano è, dopo la Germania, il secondo mercato estero per Parmigiano Reggiano e Grana Padano, per i quali la tassa passerebbe da 2,15 dollari a 15 dollari al kg, facendo alzare il prezzo al consumo fino a 60 dollari. A un simile aumento, secondo il Consorzio del Parmigiano Reggiano, corrisponderà inevitabilmente un crollo dei consumi stimato dell’80-90% del totale, riporta Askanews.

Colpiti anche mozzarella, olio extravergine, pasta e Prosecco

Un altro esempio è rappresentato dalla Mozzarella di Bufala Campana Dop, il cui costo negli Usa da 41,3 euro al kg salirebbe a 82,6 euro al kg, nel caso fossero applicati dazi pari al 100% del prodotto. Per l’olio extravergine d’oliva il prezzo salirebbe invece da 12,38 euro al litro a 24,77 euro al litro, mentre la pasta aumenterebbe a 3,75 euro al kg rispetto agli attuali 2,75 euro al kg. Per penne e spaghetti il dazio è in media di 6 centesimi al kg.

In pericolo però c’è pure il Prosecco, il vino italiano più esportato all’estero. Il prezzo negli States volerebbe da 10-15 euro a bottiglia a 20-30 euro a bottiglia.

La disputa Usa-Russia è costata al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni

“L’Unione Europea ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che, come ritorsione, ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi”, afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini.

Finora il tutto è costato al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni, ma ora l’Italia rischia di essere anche tra i Paesi più puniti dai dazi Usa per la disputa tra Boeing e Airbus, di fatto un progetto franco tedesco al quale si sono aggiunti Spagna e Gran Bretagna.