A sette aziende su 10 manca il leader giusto

Il 73% delle aziende è guidato da leader che non hanno gli strumenti per gestire le sfide del futuro, tanto che i responsabili delle risorse umane, se ne avessero l’opportunità, sarebbero pronti a sostituire il team di leader senior. A rilevarlo è una ricerca condotta da Shl, multinazionale della talent innovation, che aiuta le aziende a comprendere meglio il potenziale dei dipendenti per migliorare i propri risultati. La sfida nella sfida, quindi, è scegliere leader adeguati. Ogni organizzazione, se utilizzasse modelli di business intelligence adeguati, potrebbe quindi triplicare la capacità di predire la performance dei propri leader. E trovare il leader giusto per il futuro.

Se la fiducia nei leader emergenti è in declino…

Dalla ricerca, che ha coinvolto circa 9.000 leader e 85 aziende a livello globale, emerge che nonostante gli investimenti sulla leadership incidano per un quarto del budget annuale di Hr, i programmi non generano un miglioramento delle performance lavorative. Il 50% dei leader in nuovi ruoli non ottiene gli obiettivi, e i due terzi non si adattano abbastanza rapidamente da raggiungerli. E la fiducia nei leader emergenti è in declino, riporta Fotogramma.

Del resto, l’ambiente lavorativo è diventato molto più complesso: il 50% dei leader deve ricevere l’approvazione da più persone per arrivare a una decisione e il 52% impiega più tempo per prenderla. Inoltre, il 78% deve lavorare con più persone per portare a termine il lavoro quotidiano, il 61% gestisce team geograficamente sparsi, il 70% deve adattarsi a frequenti cambiamenti organizzativi, e il 63% dipende di più dagli altri per raggiungere gli obiettivi.

…la colpa è anche delle organizzazioni

Se i leader faticano a fronteggiare la maggiore complessità e il cambiamento le organizzazioni non hanno sviluppato nuove strategie di leadership che riflettano meglio il nuovo contesto lavorativo. I piani di successione, peraltro, coprono solo il 25% dei ruoli vacanti. Eppure, la maggior parte delle aziende si aspetta che più del 40% dei propri ruoli cambi significativamente entro 5 anni.

Tale complessità richiede, quindi, una trasformazione radicale del modello di leadership, da un approccio generico e universale a uno più flessibile e specifico.

Focalizzarsi sui profili appropriati al contesto

L’approccio tradizionale prevede che i leader siano selezionati in base a un modello di 8-12 competenze standard, nella convinzione che esista un profilo unico le cui capacità di leadership, considerate universali, portino a una performance efficace in qualsiasi ruolo. Le organizzazioni dovrebbero, invece, focalizzarsi sui profili appropriati al contesto, e basare le decisioni sui dati piuttosto che sull’esperienza e sull’intuizione.

Per aiutare le aziende a scegliere il leader giusto Shl ha lanciato un modello, Leader Edge, derivato psicometricamente, ovvero in grado di collegare i profili di leadership con i contesti organizzativi. Si tratta di uno strumento di business intelligence che aumenta la capacità di predire la performance dei propri leader, associandoli al contesto per cui sono più adatti.

 

Le aziende richiedono capacità 4.0, soprattutto per la gestione dei dati

Le aziende si attrezzano per affrontare i cambiamenti della quarta rivoluzione industriale, e ai neoassunti chiedono di saper gestire e applicare le tecnologie 4.0: nel 2017 un’assunzione su 3 ha infatti richiesto al candidato capacità digitali. Allo stesso tempo però le aziende puntano anche ad aumentare le conoscenze 4.0 delle risorse umane già presenti, e si stanno organizzando per sviluppare corsi di formazione specifici. Tanto che il 30% delle imprese ha già svolto, o intende avviare nei prossimi 12 mesi, percorsi di formazione interni all’azienda. Ovviamente su temi relativi all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Questo è quanto emerge dai test di autovalutazione sulla maturità digitale di oltre 2.800 imprese.

Formazione su big data, analytics e cloud

I dati dei test, effettuati sul portale delle Camere di commercio, sono stati elaborati da Unioncamere tramite il sistema informativo Excelsior. Secondo le rilevazioni, lo scorso anno il 34,2% di oltre 4 milioni di ricerche di personale programmate si è indirizzata verso profili professionali con competenze 4.0. E le aziende che hanno già avviato percorsi formativi interni, riporta Ansa, si sono concentrate principalmente sulle tecnologie per la gestione dei dati. Nel 54 % dei casi i corsi infatti hanno riguardato soprattutto big data, analytics, cloud, mentre solo il 21 % dei casi ha attuato formazione su tecnologie hardware, come la robotica o la stampa 3.D.

Abilità digitali di base richieste al 57,7% dei profili in entrata

Oltre alle competenze 4.0 ai candidati le aziende richiedono innanzitutto le capacità informatiche di base, ritenute caratteristiche ormai imprescindibili per affrontare i cambiamenti prospettati dalla digital transformation, Nel 2017 la competenza che ha registrato la maggiore frequenza di richiesta riguardava proprio l’utilizzo delle tecnologie internet e la gestione degli strumenti di comunicazione visiva e multimediale, pretese dal 57,7% dei profili in entrata. Il 50,9% delle aziende chiede inoltre ai neoassunti la capacità di utilizzare linguaggi matematici e informatici per organizzare e valutare informazioni qualitative e quantitative.

Quasi 33 milioni di euro in voucher per le Pmi 4.0

“Le tecnologie sono un fattore strategico per la crescita, soprattutto delle piccole imprese, ma è importante agire rapidamente”, afferma il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli. Per questo motivo le Camere di commercio, insieme a i Pid (la rete dei punti di impresa digitale realizzata all’interno del Network impresa 4.0), hanno già coinvolto più di 10 mila aziende italiane con eventi informativi e self-assessment. E hanno stanziato quasi 33 milioni di euro in voucher, destinati al processo di “trasfomazione digitale” delle Pmi.

“In prospettiva – aggiunge Tripoli – entro il 2019 contiamo di raggiungere altre 20 mila imprese, e mettere a disposizione ulteriori 12 milioni di euro”.

Impianti di depurazione IWM per l‘ufficio

Bere dell’acqua che sia sempre sicura e controllata è un’esigenza di tutti, e lo è ancora di più quando si tratta dell’acqua che grandi aziende o uffici mettono a disposizione dei propri dipendenti. Sono veramente tante infatti, le realtà appartenenti ad ogni settore a provvedere a fornire liberamente l’acqua da bere ai lavoratori, così che questi possano dissetarsi in qualsiasi momento e senza essere costretti a portare le bottigliette da casa. Anche i problemi legati al costo della fornitura d’acqua sono in realtà oggi superati, se si considera che i moderni dispenser acqua ufficio IWM consentono di prelevare l’acqua direttamente dalla rete, trattandola e purificandola così da renderla veramente piacevole da bere. Se prima le aziende erano infatti “costrette” ad acquistare la costosa acqua dei boccioni per poter offrire questo servizio ai propri dipendenti, oggi è sufficiente uno degli impianti IWM per consentire di utilizzare direttamente l’acqua del rubinetto che, una volta filtrata e trattata, assumerà un buonissimo sapore e sarà veramente salutare.

Ciascuno potrà inoltre personalizzare la propria acqua, bevendola esattamente nella maniera che preferisce: gli impianti IWM consentono infatti di regolare la temperatura dell’acqua, che può essere più o meno fredda o direttamente calda, può essere liscia o gassata e può anche essere accompagnata dai cubetti di ghiaccio. Ciascuno potrà dunque bere l’acqua che preferisce e mantenere l’adeguato livello di idratazione anche durante l’orario di lavoro, il che è ideale anche perché bere molto aiuta a mantenere più alta la concentrazione nonché la produttività. La rete di assistenza IWM è inoltre capillare e ben distribuita su tutto il territorio nazionale, per cui sarà rapidamente fornita assistenza tecnica nel caso sia necessaria, mentre sarà la stessa IWM ad occuparsi delle operazioni di manutenzione ordinaria da apportare nel corso dell’anno, per garantire sempre il perfetto funzionamento dell’impianto.

Primo semestre 2018, record di attacchi informatici

Il 2018 potrebbe battere il primato per numero di crimini informatici: 730 attacchi gravi registrati e analizzati nei primi mesi, per una crescita del 31% rispetto al semestre precedente. I dati provengono dalla nuova edizione del Rapporto Clusit, presentata al Security Summit di Verona. Il Rapporto evidenzia che per numero di attacchi gravi e tipologia il primo semestre 2018 è stato il peggiore di sempre. In particolare, rispetto a una media di 94 attacchi al mese avvenuti nel 2017, questo periodo ha registrato una media mensile di 122 attacchi gravi. Il picco maggiore si è avuto in febbraio, con 139 attacchi. Si tratta del valore mensile in assoluto più alto degli ultimi 4 anni e mezzo. Ad aumentare maggiormente però sono state però le attività riferibili al cyber espionage (+69% rispetto ai sei mesi precedenti).

I settori più colpiti

Sempre nel primo semestre 2018 nel settore Automotive i crimini informatici sono aumentati percentualmente a tre cifre (+200%), in ambito Research/Education del 128% e nell’Hospitability “solo” del 69%. In decisa crescita anche i crimini nei settori Sanità (+62%), nelle Istituzioni (+52%), nei servizi online/Cloud (+52%) e nel settore della consulenza (+50%). La categoria maggiormente colpita in senso assoluto nei primi sei mesi di quest’anno, tuttavia, è quella identificata dagli esperti Clusit come Multiple Targets (18% del totale degli attacchi a livello globale), in aumento del 15% rispetto ai sei mesi precedenti riferisce Askanews (fonte Cyber Affairs).

La logica industriale del Multiple Targets

Il fenomeno del Multiple Targets spiega il numero crescente di attacchi gravi compiuti dallo stesso gruppo di cyber criminali contro organizzazioni dei settori più disparati. E ne evidenzia la logica di tipo “industriale”.

Gli esperti Clusit hanno analizzato anche le tecniche utilizzate dai cyber criminali per colpire i propri bersagli. A crescere maggiormente in percentuale è l’utilizzo di vulnerabilità 0-day, (+140% rispetto agli ultimi sei mesi del 2017), un dato però ricavato da un numero di incidenti noti limitato, e probabilmente sottostimato. Importante anche l’aumento della categoria APT, che segna +48%.

Il più utilizzato è il malware semplice

Tuttavia è il malware semplice il vettore di attacco più utilizzato (40% del totale degli attacchi e +22% nei primi sei mesi 2018). Ransomware e Cryptominers, compresi nella categoria, rappresentano oggi il 43% del malware semplice utilizzato dai cybercriminali. In particolare, i Cryptominers, quasi inesistenti fino al 2016, sono stati utilizzati nel primo semestre dell’anno nel 22% degli attacchi realizzati tramite malware (7% nel 2017), superando di poco i Ransomware (+21%). Questo dimostra la dinamicità degli attaccanti, capaci di creare nuove minacce e cambiare “modello di business” in maniera molto rapida. Negli attacchi sono inoltre sempre molto utilizzate anche le tecniche di Phishing e Social Engineering, +22% nei primi sei mesi del 2018.

Agosto 2018, boom di immatricolazioni auto

Un aumento anomalo, esponenziale, delle immatricolazioni. Agosto ha registrato un vero è proprio boom di immatricolazioni, spiegabile probabilmente con l’entrata in vigore, dal primo settembre, del nuovo sistema europeo di omologazione Wltp, acronimo di Worldwide Harmonized Light Vehicles Test Procedure.

Tanto che negli altri paesi europei non è andata diversamente. In Francia il mese scorso le immatricolazioni sono salite del 40%, con le case automobilistiche transalpine che hanno registrato una crescita esuberante, +22,7% per Psa e +52,4% per Renault. Stessa storia, o quasi, in Germania, dove il mercato complessivo segna un ottimo +24,7%, pari a 316.405 vetture immatricolate nuove. E la musica non cambia in Spagna (+48,7%), né in Gran Bretagna (+23,1%).

La corsa alla targa per immatricolare le ultime vetture con il vecchio sistema

La spada di Damocle del primo settembre, giorno dell’entrata in vigore della nuova procedura d’omologazione, ha pesato quindi sulla testa dei costruttori, che hanno accumulato interi stock di auto nei piazzali. Una quantità di automobili impossibili da immatricolare con le nuove regole. La conseguenza è stata una “corsa alla targa” generale per immatricolare le ultime vetture con il vecchio sistema, e rivenderle successivamente attraverso il sistema delle Km0, riporta Askanews.

 

In Italia la Renaul Clio supera la Fiat Panda

E in Italia? Non ci si può certo lamentare di una crescita del 9,3%, ma di fronte alla lievitazione delle immatricolazioni dei nostri vicini di casa, la crescita italiana rischia di apparire quantomeno timida.

In particolare, è da evidenziare il sorpasso della Renault Clio sulla Fiat Panda, che ha permesso alla piccola francese di conquistare il gradino più alto del podio. Il costruttore italiano ha perciò immatricolato molte meno vetture del previsto.

Un evento anomalo che può essere spiegato con la mancanza di un corretto recepimento della portata della nuova normativa, sottolinea una nota dlel’Aci.

“In Italia il nuovo ciclo di omologazione non è stato recepito correttamente”

“Sembra che la necessità di immatricolare vetture prima dell’avvento del nuovo ciclo di omologazione Wltp non sia stata recepita correttamente in Italia”, spiega Salvatore Saladino, Country Manager di Dataforce Italia. Alla base di questo ci sarebbero varie ipotesi: “Non si può escludere che sia mancata un’adeguata formazione da parte delle Case alla rete di vendita continua Saladino – oppure che stia bollendo in pentola una qualche deroga alla normativa Wltp di cui però non si è avuta ancora nessuna notizia”.

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In Italia è emergenza medici: nei prossimi 5 anni ne mancheranno 11.800

Nei prossimi 5 anni in Italia mancheranno 11.800 medici. Se a oggi possiamo ancora contare su un numero di medici più elevato rispetto agli altri Paesi europei con sistemi sanitari simili, da qui al 2022, tra uscite dal lavoro e numero contingentato di nuovi specialisti, mancheranno all’appello ben 11.803 dottori. E questo anche se si andasse a un totale sblocco del turn over. Anche a causa del fatto che il 35% dei professionisti lascia il lavoro prima dei limiti di età, sia perché sceglie il prepensionamento sia perché sceglie di esercitare la professione privatamente.

Uno specializzando su 4 non opta per il servizio pubblico

Questo è il quadro del fabbisogno medico nelle strutture Asl e gli ospedali tracciato dal Laboratorio Fiaso sulle politiche del personale. A lanciare l’allarme è infatti la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche (Fiaso). Che fa notare come un ulteriore problema sia rappresentato dal fatto che, in entrata, uno specializzando su 4 non opta per il servizio pubblico.
Lo studio è stato presentato in occasione dell’Assemblea annuale della Federazione delle aziende sanitarie pubbliche, ed è stato svolto su un campione rappresentativo di 91 aziende sanitarie e ospedaliere, pari al 44% dell’intero universo sanitario pubblico.
Un medico su tre se ne va per motivi diversi dal raggiunto limite di età

Dall’indagine emerge che un medico su tre lascia il lavoro per motivi diversi dal raggiunto limite di età, riporta Ansa. Le uscite anticipate dei medici dal servizio pubblico, spiega il presidente Fiaso Francesco Ripa di Meana, “hanno varie ragioni, come la paura dell’innovazione organizzativa e tecnologica e di veder cambiare in peggio le regole del pensionamento, oppure il dimezzamento necessario dei posti di primario, che ha finito per demotivare tanti medici a proseguire una carriera oramai senza più sbocchi”.

Come trasformare l’emergenza in opportunità

Le carenze maggiori si registrano per igienisti, patologi clinici, internisti, chirurghi, psichiatri, nefrologi e riabilitatori. Dalla Fiaso giungono però delle proposte per trasformare l’emergenza in “opportunità di miglioramento dei servizi”: ciò, spiega Ripa di Meana, potrebbe essere attuato attraverso “una maggiore valorizzazione delle professioni non mediche, maggiore integrazione tra medici di base, pediatri di libera scelta e medici ospedalieri”.

Un’altra proposta, afferma Ripa di Meana, è impiegare “i medici neo laureati per la gestione dei pazienti post acuzie dopo un affiancamento con tutor esperti”. Innovazioni, rileva, “già in atto in molte nostre Aziende e che possono trasformare in opportunità di miglioramento dei servizi la criticità del fabbisogno di medici nel nostro Paese”.

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La creatività e la ricercatezza di Leon Louis

Già nel 2010, anno in cui Leon Louis ha presentato ufficialmente le sue creazioni al mondo, questo brand in continua crescita ha messo in primo piano l’idea di proporre uno stile semplice e sobrio di ispirazione sartoriale. Parliamo dunque di forme che spesso appaiono come monocromatiche e frugali, frutto del lavoro di una approfondita ricerca di materiali e soluzioni pensate appositamente per ottenere uno stupefacente mix di forme ed invenzioni stilistiche. Le sue origini danesi hanno certamente influito su quell’inconfondibile stile sincero, minimale ma al tempo stesso raffinato che caratterizza ogni sua creazione, che consente a ciascuno di poter vestire in maniera personalizzata tenendo sempre alto il concetto di sartoria di qualità e ricercatezza di forme e soluzioni. L’impronta che i tessuti adottati conferiscono ad ogni capo è probabilmente il segreto dell’appeal che caratterizza ogni prodotto Leon Louis, i quali sono impreziositi dalle sapienti lavorazioni degli artigiani che regalano maggior pregio ad ogni collezione, esaltando finiture e design come il solo intervento di un maestro della lavorazione dei tessuti può fare.

Su revolutionconceptstore.it è possibile trovare tanti dei prodotti che hanno reso le collezioni Leon Louis celebri nel mondo, e tra questi bellissimi bermuda a cavallo basso, giubbini in seta con chiusura centrale a zip, pantaloni di lino a cavallo basso a doppio bottone e con zip trasversale, tuniche asimmetriche con maniche a pipistrello e jeans skinny con chiusura frontale nascosta. È possibile risparmiare sulle spese di spedizione optando per il ritiro della merce prescelta direttamente in negozio, mentre per il pagamento è possibile optare per tutta la comodità e sicurezza offerte da Paypal.  Revolutionconceptstore rende il tuo shopping una esperienza semplice e divertente, offrendoti al tempo stesso la possibilità di scegliere tra tantissimi capi in grado di esaltare il tuo aspetto fisico ed evidenziare parte della tua personalità.

Italiani al trucco: quanto vale il mercato di make up e cosmetici

Le italiane non rinunciano alla bellezza, e il settore della cosmetica è uno dei più resilienti negli anni di crisi. Le aziende italiane producono infatti il 60% del make up e dei prodotti sul mercato. Per il 2017 il fatturato del settore ha toccato gli 11 miliardi di euro (+ 3,6% rispetto al 2016), con un aumento dell’export superiore al 7%, e un consumo interno di 10 miliardi di euro. Per il consumo italiano è stato il triennio 2012-2014 a soffrire, per riprendersi tra il 2015 e il 2017 (+1,4%,  +1,7%). Il che fa stimare anche per il prossimo 2018 un aumento dell’1,9%.

I dati emergono dall’ultimo Beauty Report di Cosmetica Italia, la cinquantesima analisi del settore dei cosmetici, che evidenzia un trend positivo durato tra il 2007 e il 2017, interrotto soltanto nel 2009, con un calo delle esportazioni dell’11,8%.

Creme per viso e corpo, e fondotinta i prodotti più venduti

I prodotti e le creme per viso e corpo, soprattutto lozioni antietà e deodoranti, sono gli elisir di bellezza più venduti. Quasi a pari merito nella classifica dei consumi: rappresentano circa il 17% ciascuno delle vendite del 2017, riporta Ansa.

Tra le vendite di make up il prodotto preferito dalle donne è il fondotinta, che da solo si ritaglia una fetta pari al 55% dei consumi di trucchi per il viso, seguito da fard, mascara e eye-liner. Le consumatrici oggi sono anche attente agli ingredienti dei prodotti acquistati, spesso preferendo quelli green e naturali. Tanto che il mercato bio del make up vale oltre un milione di euro.

Aumentano le vendite online: + 8,7%

La gran parte degli acquisti, per oltre 4 miliardi di euro, avviene tramite la grande distribuzione, segno di un’attenzione al rapporto qualità/prezzo, seguita da profumerie (oltre i 2 miliardi), e farmacie (1,8 miliardi). Le vendite online tramite gli e-commerce sono comunque aumentate dell’8,7%.

Le aziende del settore in Italia “esprimono dati di bilancio positivi e questo non è un caso: è un settore che ha investito in innovazione, welfare e capitale umano”, spiega Anna Maria Roscio responsabile di servizi e prodotti per le imprese di Intesa San Paolo. Una scelta che  ha contribuito a rendere il settore ricco, sostenibile e profittevole.

Il rapporto fra banche e aziende del settor17

L’acquisto o l’aggiornamento di impianti, macchinari e nuove tecnologie produttive rappresentano la prima esigenza per cui le aziende del settore richiedono finanziamenti alle banche nell’ultimo anno, mentre il 13,1% delle aziende intervistate dichiara di non aver bisogno del sostegno da parte del sistema creditizio.

Nonostante questo, diverse aziende beauty da tempo hanno deciso di “aprirsi” anche al canale extrabancario e al mercato finanziario. Il 6% ha già intrapreso questa strada, mentre il 18,4% “ci sta pensando”. L’entrata di un soggetto finanziario nel capitale dell’impresa è valutata in modo complessivamente positivo.

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Credito: +8% le imprese di servizi finanziari in Lombardia

Cresce la richiesta di credito nella regione Lombardia, e le imprese di servizi finanziari in un anno aumentano dell’8%. E in cinque anni addirittura del 45%. Secondo i dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi al primo trimestre 2018, 2017 e 2013, basati sul registro delle imprese, sulle 15 mila imprese di credito attive in Italia 5.419 sono in Lombardia, il 36% del totale nazionale, e 129 mila sono gli addetti, sui 332 mila totali censiti nel Paese. Milano risulta prima città per numero di imprese, seguita da Roma e Torino.

A Milano sono attive 3.844 imprese

La crescita delle imprese finanziarie lombarde (5.419) segna un +7,5% in cinque anni, mentre a livello nazionale la percentuale è del 38,8%. Sempre secondo i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, Milano è la prima città, con 3.844 imprese, seguita da Roma, con 1.412, e Torino, con 896.

In Lombardia, dopo Milano, al secondo posto per numero di imprese c’è Brescia (427 imprese, +7,8% in un anno e +52% in cinque), seguita da Bergamo (339 imprese, +6,9% e +53,4%), e da Monza Brianza, con 220 imprese (+13,4% e +36,6%).

“Il credito sostiene la crescita delle Pmi”

“Il tema del credito rimane una priorità per il nostro sistema economico per sostenere la crescita delle Pmi”, dichiara Ambra Redaelli, Consigliera della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Per questo motivo, la Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in collaborazione con il Consorzio Camerale per il Credito e la Finanza, si sta impegnando a orientare e formare le imprese in materia di finanziamento e sistema delle garanzie, “presentando strumenti di finanza innovativa, come crowdfunding e invoice trading – aggiunge Redaelli – ma anche mettendo in campo concrete misure tradizionali per abbattere il tasso d’interesse e il costo delle garanzie”.

Gli strumenti per rendere più “liquido” l’investimento

L’invoice trading, il dynamic discounting, il reverse factoring, il Dpo management, sono alcune delle soluzioni che rendono più “liquido” l’investimento in capitale circolante, valorizzandone sia il lato attivo sia il lato passivo. Se ne è parlato il 30 maggio scorso presso la Camera di Commercio di Milano, durante l’incontro La gestione efficiente del Circolante, fra FinTech e operatori tradizionali.

Nel corso della tavola rotonda sono stati affrontati i temi dell’analisi della grandezza del capitale circolante, della sua gestione e controllo, nonché degli strumenti e degli elementi a cui prestare più attenzione nella gestione del working capital

Privacy online, questa sconosciuta: l’84% dei siti italiani la ignora

Sebbene dal 25 maggio sia operativo il nuovo Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali, i risultati di una ricerca condotta dall’Osservatorio di Federprivacy evidenziano come buona parte dei più importanti siti web italiani stenti ancora a fare di privacy e sicurezza online virtù. Dalla ricerca, svolta sui principali trecento siti web italiani, è infatti emerso che il 39% di questi, anziché ricorrere a protocolli sicuri con cifratura SSL/TLS, continui a utilizzare connessioni non sicure, che consentono potenzialmente ai malintenzionati di intercettare dati personali o carpire i dati della carta di credito digitati durante un acquisto online.

252 siti su 300 non forniscono i recapiti per l’esercizio dei diritti dell’interessato

Altro elemento rilevato dallo studio, che concorre a frenare il decollo dell’e-commerce made in Italy, è che ben 252 siti sui 300 analizzati (84%), sebbene siano dotati di informativa sulla privacy, non forniscano poi i recapiti per l’esercizio dei diritti dell’interessato, o i dati di contatto del data protection officer. Informazioni, queste, che dal 25 maggio è obbligatorio pubblicare per tutte le realtà che trattano dati su larga scala. O che profilano gli utenti. Una tecnica attiva nell’85% dei siti italiani esaminati, i quali utilizzano cookies di terza parte che servono proprio a memorizzare e tracciare gusti e preferenze online, riferisce Adnkronos.

Una scarsa trasparenza che penalizza anche le stesse aziende

“Se da una parte la maggioranza di questi siti mettono il naso nei dispositivi degli utenti per monitorare i loro comportamenti online, al tempo stesso rende difficile anche solo chiedere delle informazioni su come essi utilizzano tali dati – afferma il presidente di Federprivacy Nicola Bernardi – e questa scarsa trasparenza penalizza paradossalmente non solo i diritti degli interessati ma anche le stesse aziende che finiscono per macchiare la propria reputazione sprecando molte delle opportunità del mercato digitale”.

Creare un web migliore è possibile

Qualcosa in realtà si sta muovendo. Esistono infatti realtà come Ferrero, che ha ottenuto il marchio di qualità Privacy OK in tutti i principali siti web italiani del Gruppo. o Owant,  motore di ricerca che promette di tutelare la privacy dei propri utenti senza tracciarli né con i cookies né con altra tecnica di tracciamento. Anche Federprivacy ha realizzato il proprio sito web utilizzando un protocollo sicuro e senza alcun cookie di profilazione. Con l’auspicio di creare un modello da imitare per dimostrare che creare un web migliore è davvero possibile.

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