Asciugamani elettrici, da opportunità ad esigenza

Qualche anno i proprietari di hotel, ristoranti, palestre o qualsiasi luogo pubblico dove fosse presente un bagno avevano iniziato a valutare l’opportunità di sostituire il sistema di asciugatura delle mani “classico” con salviette usa e getta. La nuova soluzione era rappresentata dai ben più moderni asciugamani elettrici, in grado risolvere in un colpo solo problemi igienici, di sprechi e di ordine del locale bagno.

Con il calo dei prezzi degli asciugamani elettrici, l’attenzione è cresciuta ed abbiamo assistito ad un progressivo abbandono dei dispenser in virtù di apparecchi sempre più performanti ed efficienti: consumi energetici limitati, asciugatura velocissima delle mani e sistemi anti-vandalo evoluti sono tutte caratteristiche che hanno spinto diversi locali ad effettuare il passo. Ma ancora oggi è possibile trovare i dispenser di salviette ovunque, nelle stazioni come nelle palestre, nei ristoranti come negli aeroporti… e questa tendenza deve assolutamente esaurirsi. Se da un lato è comprensibile che bagni situati in luoghi a basso passaggio, con poche persone che quotidianamente hanno la necessità di asciugarsi le mani, non sentano l’esigenza di abbandonare la carta, dall’altro è totalmente inaccettabile che ambienti con migliaia di utilizzatori continuino a sprecarne, creando tra l’altro ambienti spesso sporchi e disordinati.

Perché sosteniamo questo? Perché oggi l’esigenza è quella di concentrarsi sul rispetto che dobbiamo avere per l’ambiente, prima ancora che sugli interessi economici. Produrre carta significa abbattere alberi, abbattere alberi significa stravolgere l’habitat di specie animali e, al tempo stesso, ridurre il polmone verde del nostro pianeta. Ma davvero dobbiamo andare avanti a farlo, per poi vedere la stessa carta sul pavimento del bagno o, peggio, gettata nei lavandini? Tutto questo quando un buon asciugamani elettrico costa poche centinaia di euro, dura anni, ed asciuga ormai con una velocità di pochi secondi.

E non regge la scusa dei consumi elettrici, perché se li paragoniamo ai costi di approvvigionamento della carta non c’è davvero confronto: il risparmio può arrivare anche al 98% su base annuale! Mediclinics è uno dei nostri partner, e commercializza da anni asciugamenti elettrici di assoluta qualità, certificati dalle più severe normative internazionali: a breve, sul loro sito www.mediclinics.it sarà possibile acquistarli online, scegliendo tra una vasta gamma di prodotti: a lama d’aria, tradizionali, con raccolta delle gocce, automatici o a pulsante, con bocchetta e non ecc…

Un motivo in più, visto il nostro consiglio, per soddisfare la vera esigenza: eliminare l’utilizzo della carta, rendendo al tempo stesso il vostro locale più pulito, ordinato ed igienico.

Cala il tasso di disoccupazione: i dati di novembre 2017

Qualche buona notizia sul fronte dell’occupazione, specie quella giovanile. Il tasso di disoccupazione a novembre su base mensile scende all’11,0%, (-0,1 punti percentuali rispetto a ottobre), mentre quello giovanile cala al 32,7% (-1,3 punti). Lo ha appena reso noto l’Istat, l’Istituto nazionale di Statistica. A novembre la stima degli occupati torna a crescere (+0,3% rispetto a ottobre, pari a +65mila). Il tasso di occupazione sale al 58,4% (+0,2 punti percentuali)

I dati su base annua

Scende sia il numero dei disoccupati sia quello degli inattivi. L’analisi su base annua dell’Istat, infatti, rivela che i disoccupati sono -7,8%, -243 mila rispetto l’anno precedente, mentre gli inattivi -1,3%, -173 mila. Sul fronte giovani, a novembre 2017 il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), è pari al 32,7%, in calo di 1,3 punti percentuali rispetto al mese precedente. Tenendo conto anche di questi giovani inattivi, l’incidenza dei disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è invece pari all’8,6% (cioè meno di un giovane su 10 è disoccupato), in calo di 0,3 punti rispetto a ottobre.Il tasso di occupazione dei 15-24enni cresce di 0,5 punti, mentre quello di inattività cala di 0,2 punti.

Situazione peggiore per gli ultracinquantenni

Per le persone più grandi di età, invece, le notizie sono decisamente meno rosee. L’Istat informa che il tasso di disoccupazione cresce su base annua tra gli ultracinquantenni (+0,3 punti percentuali), mentre cala nelle restanti classi di età con variazioni comprese tra -0,3 punti per i 35-49enni e -7,2 punti per i 15-24enni. Anche al netto dell’effetto della componente demografica, l’incidenza dei disoccupati sulla popolazione è in calo tra i 15-49enni, mentre cresce tra gli ultracinquantenni. Il tasso di inattività cresce nell’ultimo anno tra i 15-24enni (+0,9 punti percentuali), rimane stabile nelle classi di età centrali tra 25 e 49 anni, cala tra gli over 50 (-1,8 punti).

Le donne restano le Cenerentole del mercato del lavoro

Le elaborazioni dell’Istat segnalano purtroppo che resistono delle forti differenze fra occupazione femminile e maschile. Il tasso di occupazione maschile su base annua,  per la fascia di età  compresa fra i 15 e i 64 anni, tocca il 67,6%, mentre quello relativo alle signore si ferma al 49,2%. Ancora peggiore il dato relativo agli inattivi nella fascia di età 15-64 anni: 24,6% per gli uomini e addirittura 43,9% per le donne.

Lombardia, da regina del business a campionessa delle vacanze: Milano e dintorni diventano mete turistiche

Che la Lombardia sia, a livello nazionale, l’area d’elezione del business, della moda e del design non sorprende nessuno. Fa invece molto più effetto scoprire che Milano e dintorni siano diventati una vera e propria Mecca del turismo. Un trend che gli operatori economici più attenti non vorranno sottovalutare, specie se operano nei servizi in qualsiasi modo connessi all’accoglienza o alla ristorazione.

Dati da vero record

I numeri sono impressionanti: nel 2016 le presenze di turisti in Lombardia hanno superato i 37 milioni, sulla base delle rilevazioni Istat, e rappresentano il 9,2% delle presenze totali di turisti che hanno scelto il nostro paese. Una forte crescita in questi anni, pari a 8,9 milioni di presenze in più rispetto al 2008 (+50,3% rispetto a +23,3% a livello italiano), con un crescente grado di internazionalizzazione. Le cifre del movimento turistico in regione sono il frutto di una ricerca presentata da Intesa Sanpaolo.

Qualità del servizio e ubicazione gli asset vincenti

La ricerca evidenzia anche quali sino le chiavi dell’exploit turistico lombardo: qualità del servizio e ubicazione spiccano quali principali fattori del successo delle imprese, mentre tra le sfide per il futuro rivestono sempre maggiore importanza la competitività dell’offerta e la necessità di destagionalizzare le presenze. Sempre dall’analisi, emerge come gli alberghi con più stelle e un numero maggiore di camere abbiano i tassi di occupazioni più elevati, probabilmente perché hanno un appeal più efficace nei confronti dei clienti stranieri con una buona capacità di spesa.

Le strutture ricettive investono in qualità: wellness e marketing le priorità

Gli hotel presi in considerazione dall’indagine hanno dichiarato, in larga maggioranza, di aver effettuato investimenti in passato e di voler investire anche in futuro. Tra gli operatori prevale infatti l’ottimismo per il triennio 2018-2020. Nonostante alcuni fattori strutturali di freno agli investimenti quali l’eccesso di burocrazia e le ridotte dimensioni aziendali, si prevede un rafforzamento di fatturato e redditività. Gli investimenti si concentrano principalmente nella riqualificazione delle camere, con una crescente attenzione verso il wellness e il marketing, soprattutto tra le strutture più grandi.

Internet e formazione, abbinata vincente per stare sul mercato

Le imprese turistiche lombarde non sono insensibili ai canali digitali, anzi. Per il 90% degli intervistati, infatti, Internet rappresenta un’opportunità da sfruttare al meglio. Anche la formazione viene percepita come strategica: il 70% della imprese ha affermato di voler investire in formazione professionale, soprattutto in vista del cambio generazionale che nel prossimo quinquennio coinvolgerà ben quattro aziende su dieci.

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Pubblica Amministrazione italiana: il record negativo per il debito verso aziende fornitrici di beni e servizi

Tra le tante eccellenze di casa nostra, c’è un primato che proprio non ci fa onore e che penalizza pesantemente le piccole e medie imprese. “L’Italia ha il record negativo in Europa per il maggiore debito commerciale della Pubblica Amministrazione verso le imprese fornitrici di beni e servizi, pari a 3 punti di Pil, vale a dire il doppio rispetto alla media Ue dell’1,4% del Pil. E nonostante si siano accorciati a 58 giorni i tempi medi di pagamento degli Enti pubblici, in molte aree del Paese rimangono ritardi allarmanti superiori a 100 giorni”. A supportare queste affermazioni forti è un’analisi di Confartigianato sui pagamenti nel 2016 di 6.547 amministrazioni pubbliche per una somma di 115,4 miliardi riferiti a 23,7 milioni di fatture emesse dai fornitori.

Il 62% degli Enti Pubblici non rispetta i tempi di pagamento

Stando alle rilevazioni, il 61,9% degli Enti pubblici non rispetterebbe i termini fissati dalla legge sui tempi di pagamento in vigore dal 2013. A dilatare i tempi oltre i 30 giorni è il 64,8% dei Comuni e il 54,5% degli altri Enti pubblici. Per quanto riguarda il servizio sanitario nazionale, il 46,9% degli enti non salda le fatture entro il termine dei 60 giorni stabiliti dalla legge.

Ma sono davvero numerosi i “lunghi” anche fra gli enti pubblici che gestiscono imposte e contributi: Agenzia delle Entrate, Agenzia del Demanio, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Equitalia, Guardia di finanza, Inps e Inail. Questi enti, rivela Confartigianato, effettuano in media i pagamenti verso i fornitori in 50 giorni, che diventano 91 giorni per l’Agenzia del Demanio e 69 giorni per la Guardia di Finanza.

Il Molise il più lento, la provincia di Bolzano la più puntuale

A livello regionale i maggiori ritardi si verificano in Molise, dove la Pa paga i propri fornitori in 107 giorni. Seguono la Calabria con 98 giorni, la Campania con 83 giorni, la Toscana con 81 giorni e il Piemonte con 80 giorni. Dall’altra parte della classifica, quella con i tempi più stretti, si colloca la Provincia autonoma di Bolzano: qui per la Pa servono in media 36 giorni per saldare i fornitori. Tra le regioni “virtuose” si piazza poi il Friuli Venezia Giulia con 39 giorni, seguita dalla Valle d’Aosta con 41 giorni, Lombardia con 43 giorni, Veneto e Provincia autonoma di Trento a pari merito con 47 giorni.

I miglioramenti non bastano ancora

“Nonostante i miglioramenti ottenuti anche con le continue iniziative di Confartigianato c’è ancora molto da fare per garantire alle imprese il diritto ad essere pagate nei tempi stabiliti per legge. La soluzione è semplice e Confartigianato la indica da tempo: si tratta di applicare la compensazione diretta e universale tra i debiti e i crediti degli imprenditori verso la Pa”, ha concluso il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti.

Brindiamo: il vino torna sulle tavole degli italiani

Le famigli italiane riscoprono il piacere di sedersi a tavola con un bicchiere di vino ad accompagnare i pasti. Dopo qualche tempo in cui i consumi sembravano leggermente rallentati, i nostri connazionali dimostrano una rinnovata affezione verso il vino, a condizione che sia di ottima qualità.

Aumento record degli acquisti

Nel carrello della spesa, quindi, il vino non deve mancare. Nel 2017, infatti, si è registrato una crescita record del +6% da parte delle famiglie. Il merito dell’exploit è principalmente da attribuirsi ai vini Doc (+5%), alle Igt (+4%) e agli spumanti (+6%). Insomma, gli italiani si trattano bene, giustamente, privilegiando prodotti d’eccellenza. I dati emergono da un’ analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ismea, che mette in luce come il vino, dopo essere ritornato protagonista anche nei bar e nei ristoranti, registri un incremento del +3% anche sulle tavole di casa.

Tempo di vendemmia

Le buone notizie per il settore dell’enologia sono stati diffusi da Coldiretti proprio in occasione “del giro di boa della vendemmia, con oltre la metà dell’uva già raccolta” dichiara l’associazione agricola. “Questo cambiamento – spiega ancora la Coldiretti – è il risultato di una profonda svolta verso la qualità nelle scelte di consumo, come dimostra il fatto che a calare sono solo gli acquisti di vini comuni (-4%).”

La classifica dei consumatori mondiali

Sempre in base alle rilevazioni di Coldiretti, risulta che i principali appassionati di vino sono oltreconfine. “Complessivamente con 31,8 milioni di ettolitri di vino consumati nel 2016, gli Usa sono il primo consumatore mondiale, seguiti da Francia (27 milioni di ettolitri), dall’Italia (22,5 milioni di ettolitri), dalla Germania (20,2 milioni di ettolitri e dalla Cina (17,3 milioni di ettolitri)”.

Si beve meno ma si beve meglio

“Gli italiani bevono meno ma bevono meglio. Un vero successo nel tempo della globalizzazione, che premia soprattutto i vini locali. Ma cresce la domanda anche per le produzioni autoctone che, dopo aver rischiato la scomparsa, sono state recuperate e rilanciate: dal Pecorino al Primitivo, dal Pignoletto alla Ribolla Gialla e Traminer”a aggiunge ancora Coldiretti.

Vino italiano protagonista all’estero

L’analisi Coldiretti si conclude evidenziando che “Il vino italiano trionfa anche all’estero, dove ha registrato un nuovo record dell’export, con un aumento dell’8% rispetto allo scorso anno quando aveva totalizzato 5,6 miliardi di euro. Un’ ottima notizia in un anno difficile per la vendemmia che nel 2017 sarà tra le più scarse dal dopoguerra a causa del maltempo e siccità”.

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Sicurezza sul lavoro? Area 81 ci dà qualche dritta.

Diego Panzeri ci fornisce il suo contribito in tema sicurezza sul lavoro, ed in particolare in ambito corsi primo soccorso aziendale.

E’ obbligatorio il Corso di Primo Soccorso per i lavoratori? chi deve farlo in Azienda? e per chi svolge lavori all’aperto è comunque necessario?

Anche se ormai ciascuno possiede un minimo di conoscenza in fatto di primo soccorso (cosa fare o non fare, chi chiamare), il Datore di Lavoro deve comunque assicurarsi che i propri lavoratori abbiano ricevuto una formazione sufficiente ed adeguata anche in relazione alle attività lavorative. Il datore di lavoro deve infatti comportarsi come un buon padre di famiglia, considerando i lavoratori come fossero i suoi figli, e indicando loro gli accorgimenti o gli interventi specifici relativi all’attività specifica svolta. Capite bene che un intervento di primo soccorso in una falegnameria (ipotizzando un rischio di taglio) sarà ben diverso da quello attuabile in un ristorante (rischio ustione).

Per questo motivo la formazione di primo soccorso, obbligatoria per tutte le aziende, non si limita ad infondere ai lavoratori conoscenze generiche sugli organi e apparati umani ma serve soprattutto per dare ai lavoratori precise indicazioni comportamentali attuabili in caso di emergenza. Il rischio di farsi male o di accusare un malore è in ogni ambiente lavorativo, sia internamente all’azienda, sia all’aperto, ovunque ci sia un lavoratore. Il datore di lavoro deve individuare un numero minimo di persone che, adeguatamente formate, possano attuare un primo soccorso per sè stessi o per i colleghi, fino all’arrivo del personale qualificato (ambulanza, automedica).

Quanti lavoratori devono partecipare al corso di primo soccorso?

L’art. 37 del Decreto Legislativo 81 del 2008 parla di lavoratori incaricati, omettendo il numero degli addetti designati al primo soccorso.

Questo perchè il numero di persone da formare deve essere deciso dal Datore di Lavoro in funzione del numero dei lavoratori totali, ai rischi aziendali, alle condizioni di lavoro e in base all’organizzazione del lavoro (es. turni). L’importante è che in ogni fase di lavoro ci sia almeno uno o piu’ addetti in grado di gestire un eventuale soccorso. Si consiglia, se possibile, di individuare sempre almeno un paio di persone per garantire la copertura in caso di assenza dell’unico addetto oppure perchè una sola persona potrebbe essere insufficiente per l’attuazione delle manovre di rianimazione o per il coordinamento dei soccorsi.

Quanto dura il corso di Primo Soccorso? Si puo’ fare online tramite fad (formazione a distanza)?

 Il Decreto Ministeriale 388 del 2003 introduce contenuti e durata della formazione per gli addetti al Primo Soccorso. Le aziende, in base al rischio, sono classificate in tre categorie, per ciascuna della quali però la formazione non scende sotto le 12 ore (16 per le attività a rischio alto), prevedendo una parte pratica di 4 ore (esercitazioni manuali anche tramite manichino per la simulazione della rianimazione).

Ogni addetto riceve poi aggiornamento della formazione ogni 3 anni di almeno 4 ore orientate soprattutto agli aspetti pratici. Dovendo apprendere nozioni pratiche sia durante il corso intero sia in occasione degli aggiornamenti non è possibile ricevere la formazione a distanza tramite e-learning.

Ci sono sanzioni in caso di mancata formazione degli addetti al primo soccorso?

Nel caso in cui non sono stati designati o formati un numero adeguato di addetti al primo soccorso il Datore di Lavoro puo’ andare incontro ad arresto da 2 a 4 mesi oppure appenda da € 1.315 a € 5.699,20

I figli secondogeniti sono più ribelli. Ecco perché

Oggi nasce il nostro nuovo blog… Un altro? E a che serve? Boh, credo a nulla, ma ormai è nato, cosa facciamo lo sopprimiamo? Partiamo con un articolo che vorrei definire “cazzeggio”…

Chi l’ha detto che i secondogeniti sono i figli più “facili”, perché magari si ha già l’esperienza di chi li ha preceduti? Niente di più falso. I figli minori sono invece quelli più piantagrane, capricciosi e ribelli. Addirittura, potrebbero avere pure qualche problema con la giustizia. E non è un pettegolezzo: lo afferma la scienza, attraverso un’autorevole ricerca scientifica condotta negli Stati Uniti e in Europa. L’indagine, guidata dal prestigiosissimo Mit, ha preso in esame due mondi e due stati davvero diversi, ovvero i secondogeniti residenti in Florida e in Danimarca.

Indagine su due milioni di fratelli

Complessivamente, i ricercatori hanno esaminato oltre due milioni di persone – di entrambi i sessi, con un fratello o una sorella maggiore – nate tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Di questo gigantesco campione, gli analisti hanno registrato ogni aspetto: età, la provenienza dei genitori, lo stato sociale, ma soprattutto le sospensioni a scuola e i guai con la giustizia. Nonostante le distanze, i risultati ottenuti in Danimarca e Florida sono stati simili. Il verdetto? I secondogeniti, rispetto ai loro fratelli maggiori, sono più inclini a sviluppare comportamenti ribelli e a mettersi nei guai, a partire dalla scuola. E’ emerso che, in Danimarca come in Florida, i secondi nati hanno maggiori probabilità rispetto ai primogeniti di avere comportamenti problematici: dal 20 al 40%. A incidere sulla probabilità è anche il sesso: se maschio questa aumenta.

La colpa? I secondi ricevono meno attenzioni 

“I secondogeniti tendono ad avere meno attenzioni materne rispetto ai fratelli maggiori. Pertanto, in aggiunta al fatto che i primogeniti godono di un’attenzione esclusiva fino all’arrivo del secondo nato, abbiamo scoperto che l’arrivo di quest’ultimo potenzialmente può estendere l’investimento dei genitori nella prima infanzia del primo” spiegano i ricercatori.

Primogeniti “viziati” da mamma e papà

Non si tratta però di una differenza nell’educazione, ben proprio di una diversa modalità di attenzione rivolta ai figli dai genitori. Con i primogeniti, mamma e papa sarebbero molto più inclini all’incoraggiamento e allo stimolo, così da costruire un futuro che si spera brillante. Con i secondi, i genitori sarebbero più permissivi e meno rigidi, ma – proprio perché c’è già stata un’esperienza con il primi figlio – assumerebbero comportamenti più leggeri e addirittura rischiosi  sia durante la gravidanza sia nei primi anni di vita del bambino. Infine, “I primogeniti hanno modelli di comportamento, che sono gli adulti. I secondi o i figli a venire poi hanno modelli che sono bambini piccoli leggermente irrazionali, i loro fratelli maggiori” precisano gli studiosi.

La Stampa su Forex di Litoseritarga

Hai mai sentito parlare della stampa su forex? Se non sai ancora cos’è fai bene a cercare della informazioni su di essa, perché può rivelarsi davvero utile per il tuo lavoro. In particolare, stiamo parlando di una stampa effettuata su appositi pannelli di forex, materiale particolarmente leggero e resistente ad azioni che implichino una certa usura meccanica. E’ un materiale di colore bianco e grazie all’alta adesione degli inchiostri garantisce un’ottima resa cromatica, motivo per il quale viene impiegato per la stampa diretta. E’ inoltre un prodotto che offre grande resistenza al fuoco, il che lo rende particolarmente adatto non solo per utilizzi all’esterno (insegne, totem, cartellonistica pubblicitaria), ma può dunque essere impiegato anche all’interno dei nostri locali. Se opportunamente trattati con laminazioni UV inoltre, i prodotti hanno una resistenza ancora maggiore nei confronti degli agenti esterni e non si ossidano, il che li rende per forza di cose perfetti anche per un impiego di tipo pubblicitario in città, ad esempio. Litoseritarga è un’azienda che fa della stampa su forex uno dei prodotti di spicco della sua produzione, ed è in grado di soddisfare qualsiasi tipo di esigenza del cliente. Dai cartelloni pubblicitari agli allestimenti per negozi, dalla scenografia teatrale alle insegne, la stampa su forex ben si presta a qualsiasi tipo di impiego (grazie anche all’estrema leggerezza del PVC) e grazie a Litoseritarga sarà possibile dare forma alle soluzioni che hai da sempre in mente per la tua attività commerciale. Sfruttando l’ampia versatilità e adattabilità del forex potrai ottenere ottime soluzioni in grado di aiutarti a rafforzare il tuo brand e presentare i tuoi prodotti in maniera invitante e d’effetto. Contatta adesso Litoseritarga per richiedere informazioni al numero 0238203433, o se preferisci la mail puoi scrivere direttamente all’indirizzo di posta elettronica info@litoseritarga.it

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