Dal 2022 il limite all’uso di denaro contante sarà di 999,99 euro

Scatta limite all’utilizzo dei contanti: dal 1° gennaio 2022 la cifra massima utilizzabile per chi vorrà pagare ancora in modo ‘tradizionale’ passa da duemila euro a 999,99 euro. Un nuovo limite che non si applica solo alle vendite, ma anche a qualsiasi altro passaggio di denaro tra soggetti diversi, come donazioni e prestiti. Ma cosa succede in caso di prelievi con il bancomat e versamenti in banca?
Il limite mensile ai prelievi è fissato a 10.000 euro, ma ‘vale’ solo per società e imprenditori.  Questo perché, secondo Laleggepertutti.it, il presupposto su prelievi e versamenti in banca è che “non c’è alcun trasferimento della proprietà del denaro: l’istituto di credito è un semplice depositario. È come se i soldi non uscissero mai dalla disponibilità del relativo titolare”. 

I controlli scattano solo su versamenti di contanti sul conto corrente

“I controlli fiscali – continua Laleggepertutti.it – scattano solo sui versamenti di contanti sul conto corrente, sia bancario o postale. Questo perché l’articolo 32 del Testo Unico sulle Imposte sui redditi stabilisce che tutti i movimenti in entrata sul conto si presumono redditi salvo prova scritta contraria. Il contribuente quindi si trova dinanzi a una scelta tutte le volte in cui versa contanti o riceve un bonifico: o ‘denuncia’ tale somma nella propria dichiarazione dei redditi, andando così a pagare le tasse ma non rischiando nulla, oppure deve essere pronto a difendersi da un’eventuale richiesta di chiarimenti”.
Questa difesa deve essere rivolta a dimostrare che la somma versata o incassata è il frutto di redditi esentasse, come donazioni o risarcimenti, o già tassata alla fonte, come una vincita al gioco.

Segnalazione obbligatoria alla Uif se il prelivo supera 10.000 euro mensili 

Quando la somma prelevata in contanti è ingente, continua Laleggepertutti, “potrebbe succede che la banca chieda chiarimenti al proprio cliente circa la destinazione del denaro”, che dovrà autocertificare per quali spese verranno utilizzati i contanti. È poi prevista una segnalazione obbligatoria alla Uif (l’Unità di informazione finanziaria) quando i prelievi, nell’arco dello stesso mese complessivamente superano 10.000 euro. Ciò vale anche se si tratta di prelievi frazionati in più operazioni di importo inferiore. La segnalazione viene fatta non per una questione fiscale ma per un controllo sulle attività illecite, quindi, non scatteranno controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate.

I controlli sono previsti solo per imprenditori e società

I controlli sui prelievi non sussistono per la generalità dei contribuenti, sono invece previsti per imprenditori e società. Per questi ultimi esiste il tetto di 1.000 euro giornalieri e comunque di 5.000 euro mensili. Al di sotto di questi importi non si rischia nulla. Superato invece tale tetto, l’Agenzia delle Entrate pretende la dimostrazione della destinazione della somma, e in caso di assenza di prove, avvia il recupero a tassazione del denaro che si presume destinato a investimenti in nero.

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Le imprese lombarde attive superano i valori pre-crisi Covid

Il numero di imprese registrate all’anagrafe delle Camere di Commercio lombarde in un anno sale a 959.861, l’1,2% in più, mentre le posizioni attive arrivano a 823.609 (+1,5%). I valori hanno quindi recuperato i livelli pre-crisi, superando anche le percentuali che avevano caratterizzato l’ultimo decennio per le imprese attive. Si tratta dei numeri emersi dal report sulla demografia di impresa in Lombardia nel terzo trimestre 2021 di Unioncamere Lombardia. L’espansione del tessuto imprenditoriale lombardo prosegue infatti anche nel terzo trimestre dell’anno in corso. Secondo il report di Unioncamere l’andamento positivo è legato a vari fattori, e al loro impatto nel periodo di emergenza sanitaria sulle dinamiche della natimortalità.

Una tendenza confermata nel terzo trimestre 2021

Di fatto nel 2021 le iscrizioni si sono rapidamente riportate sui livelli pre-Covid, mentre le cessazioni sono rimaste su valori inferiori, anche per il protrarsi delle misure di sostegno da parte delle istituzioni che hanno di fatto disincentivato le chiusure. Questa tendenza è confermata nel terzo trimestre 2021, che registra un numero di iscrizioni (10.632) in linea rispetto allo stesso periodo del 2019, e un numero di cancellazioni (7.193) che risulta invece ancora inferiore di circa 2 mila movimenti. Al contrario, durante il 2020 le misure di contenimento della pandemia avevano comportato un forte calo, sia delle iscrizioni sia delle cessazioni, con una diminuzione più marcata sugli ingressi che aveva determinato un abbassamento dello stock.

Variazioni positive anche nelle attività di alloggio e ristorazione

I principali contributi alla crescita del numero di imprese attive provengono dai servizi (+3,1% su base annua) e dalle costruzioni (+2,3%), ma variazioni positive si riscontrano anche nelle attività di alloggio e ristorazione (+0,8%) e nel commercio (+0,5%). Per quanto riguarda i servizi, si tratta della conferma della progressiva terziarizzazione dell’economia, fenomeno in corso da molti anni, mentre per l’edilizia l’incremento è frutto del periodo favorevole che il settore sta attraversando dopo una lunga crisi. La ripresa delle costruzioni è correlata all’inversione di tendenza registrata nel 2021 dalle imprese artigiane (+0,5%; terzo segno positivo consecutivo), dove il comparto edile rappresenta il 40%.

La tenuta del tessuto imprenditoriale lombardo

“La ripresa in corso ha riacceso la voglia di fare impresa in Lombardia, anche in settori, come l’edilizia e l’artigianato, reduci da lunghi anni di crisi, e questi dati sono indubbiamente positivi – dichiara il presidente di Unioncamere Lombardia, Gian Domenico Auricchio -. Non è per ora possibile misurare il pieno impatto dell’emergenza sanitaria sul tessuto imprenditoriale lombardo, che grazie alle misure di sostegno non ha ancora avuto l’emorragia di imprese che si è temuta da più parti”.

Gaming, in Italia il comparto vale 2,2 miliardi di euro: ma può fare molto di più

Altro che semplicemente giochi. Quello del gaming è un settore strategico per l’Italia: nel 2020 le vendite di videogiochi nel nostro Paese hanno raggiunto i 2,2 miliardi di euro, con un incremento del 21,9% sull’anno precedente. In Italia il settore conta 160 aziende con 1.600 dipendenti, che generano un fatturato di 90 milioni di euro. Questo è un settore che riunisce talenti, creatività e innovazione e ha ampi margini di sviluppo. Le possibilità del compito sono emerse con chiarezza dalla ricerca “Il valore economico e sociale dei videogiochi in Italia” realizzata dal Censis in collaborazione con IIDEA – Italian Interactive Entertainment Association – l’associazione che rappresenta l’industria dei videogiochi in Italia. Secondo le previsioni del Censis, infatti, investendo entro cinque anni 45 milioni di euro (l’importo erogato da Pnrr in platform financing), il fatturato delle aziende italiane del settore potrebbe aumentare a 357 milioni di euro nel 2026. Un intervento simile creerebbe 1.000 posti di lavoro per i giovani entro cinque anni e porterebbe un totale di 360 milioni di euro di investimenti privati, oltre che un’importante quota di gettito fiscale.  

Un comparto ricco di potenzialità

Gli italiani credono nelle potenzialità del settore. Nella ricerca, il 59,4% degli intervistati ha affermato che il comparto può creare molte nuove opportunità di lavoro, soprattutto a vantaggio dei giovani. Il talento e la creatività degli sviluppatori italiani farebbero dei videogame degli ambasciatori del Made in Italy nel mondo per il 57,9% degli intervistati, mentre per il 54,2% (percentuale che sale al 58,9% tra i laureati), lo sviluppo del settore potrebbe contribuire alla ripresa economica del Paese. Ma perchè piacciono così tanto i videogiochi? Per il 71,6% degli italiani (e l’85,9% dei giovani), sono divertenti e permettono di intrattenersi in modo piacevole; per il 68,2% (fino all’82,1% tra i giovani) sono attraenti perché ispirano e trasmettono emozioni. Il 60,8% pensa che siano intuitivi e facili da usare e il 52% (70,9% per i giovani e 58,6% per i laureati) aiutano a sviluppare nuove competenze, come risolvere problemi o prendere decisioni.

Una risposta sociale a diversi bisogni

“I risultati di questa indagine mettono in luce in maniera evidente la percezione versatile del mondo del gaming, considerato non più soltanto come fenomeno di intrattenimento e di gioco, ma anche come una risposta sociale ai bisogni delle persone, una soluzione innovativa per la didattica, una base di confronto e di scambio relazionale”, ha detto Marco Saletta, presidente di IIDEA. “La pandemia ha certamente accelerato questa nuova personalità dei videogiochi, ora occorre supportarne la crescita, sia sotto il profilo tecnologico, sia verso un modello di intrattenimento a trazione sociale, mettendo al centro la forte interattività relazionale tra le persone”. 

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Industria 4.0, nel 2020 raggiunge il valore di 4,1 miliardi di euro

Nel 2020 il mercato italiano dell’Industria 4.0 ha raggiunto un valore di 4,1 miliardi di euro ed è cresciuto dell’8%. Una crescita trainata soprattutto dalle tecnologie IT, che rappresentano l’85% della spesa contro il 15% della spesa in tecnologie OT (Operational Technologies). Anche se la crescita del mercato è stata inferiore alle previsioni formulate nel 2019 (+20%), è stata ugualmente molto positiva, se si considera che le stime effettuate durante il primo lockdown delineavano un calo del 5%. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Transizione Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno online ‘L’Industria 4.0 in un mondo che cambia’.

Gli investimenti si concentrano in progetti di Internet of Things

Gli investimenti delle imprese manifatturiere si concentrano prevalentemente in progetti di connettività e acquisizione di dati (IoT), che valgono 2,4 miliardi di euro e il 60% della spesa, e negli Industrial Analytics, con 685 milioni e il 17% del mercato. Il resto della spesa in soluzioni 4.0 si suddivide fra Cloud Manufacturing (390 milioni, 8%), servizi di consulenza e formazione (275 milioni, 7%), Advanced Automation (215 milioni, 5%), Additive Manufacturing (92 milioni, 2%) e Advanced Human Machine Interface (57 milioni, 1%)

Nel 2021 ulteriore accelerazione della spesa fra +12% e +15%

Le previsioni per il 2021 indicano un’ulteriore accelerazione della spesa, a un tasso compreso fra +12% e +15%, superando i 4,5 miliardi di euro, spinta in particolare da Cloud Manufacturing (+25-30%), Advanced Automation (+15-20%) e Advanced HMI (+12-18%), mentre si stimano incrementi meno sostenuti per Industrial IoT (+9-14%), Advanced Analytics (+12-16%) e Additive Manufacturing (+6-12%). Continua poi la crescita dei servizi, per i quali si prevede un aumento del 10-15%.

Sono circa 1.400 le applicazioni utilizzate dalle imprese manifatturiere

Quanto alle applicazioni, sono circa 1.400 le applicazioni di Industria 4.0 utilizzate dalle imprese manifatturiere, il 28% in più rispetto al 2019. Le più diffuse sono le soluzioni di Industrial IoT, pari a un quarto del totale (380, +31%), spesso combinate con algoritmi di Analytics e AI. Seguono le tecnologie Advanced HMI, come i wearable e le interfacce uomo-macchina per acquisire e veicolare dati in formato visuale, vocale e tattile (286, +15%), Advanced Automation (241, +5%), cioè i sistemi di produzione automatizzati come i robot collaborativi, Industrial Analytics, le applicazioni più in crescita (200, +39%), focalizzate sulla previsione delle prestazioni degli assetti industriali e dei processi produttivi, Cloud Manufacturing (140, +33%), utilizzate soprattutto per il monitoraggio e la diagnostica degli impianti industriali da remoto, e Additive Manufacturing (125, +30%), nota anche come Stampa 3D e diffusa principalmente nei settori automotive e aerospaziale.

Il Climate Change torna al primo posto nella classifica dei rischi emergenti

Nonostante la crisi sanitaria mondiale dovuta al Covid-19, il cambiamento climatico torna a essere il rischio più temuto dai cittadini di tutto il pianeta. Al secondo posto, e in aumento, si posiziona il rischio per la sicurezza informatica, che negli Stati Uniti sta diventando la prima preoccupazione. 
Il cambiamento climatico torna a occupare la prima posizione nella classifica dei principali rischi emergenti nel mondo. Le società però sono ancora troppo impreparate per affrontare queste sfide. Lo rivela l’ottava edizione del Future Risks Report di AXA.

In Africa il Covid-19 rimane la principale preoccupazione

Lo studio internazionale Future Risks Report di AXA misura e classifica l’evoluzione della percezione in merito ai principali rischi emergenti nel mondo, tenendo in considerazione sia il punto di vista degli esperti di gestione del rischio sia quello dell’opinione pubblica. Il sondaggio è stato realizzato in collaborazione con Ipsos ed Eurasia Group, la società di consulenza di analisi geopolitica. I rischi legati al cambiamento climatico tornano quindi a occupare il primo posto tra i 10 principali rischi emergenti nel mondo. La consapevolezza riguardo il Climate Change è più alta in Europa, mentre si posiziona al terzo posto in Asia e Medio Oriente, e al quarto in Africa, dove il Covid-19 rimane la principale preoccupazione.

La sicurezza informatica è al primo posto negli Stati Uniti

In un contesto segnato dall’accelerazione della trasformazione digitale e dall’esplosione del numero di attacchi informatici, lo studio conferma però anche una forte preoccupazione per la sicurezza informatica. Questo rischio infatti si posiziona al primo posto negli Stati Uniti e al secondo posto in tutte le altre aree geografiche. Quanto ai rischi relativi a pandemia e malattie infettive, che lo scorso anno si erano classificati al primo posto, è sceso al terzo posto nella classifica degli esperti, ma resta la preoccupazione più alta del grande pubblico, la cui quotidianità è ancora segnata dalla crisi sanitaria.
La pandemia da Covid-19 ha avuto infatti un impatto duraturo sulla sensazione di vulnerabilità e i rischi per la salute: oltre il 70% degli intervistati afferma di essere preoccupato per i rischi di malattie infettive, malattie croniche e per l’impatto dell’esposizione a lungo termine a sostanze tossiche.

Un approccio collettivo e globale è l’unico modo per proporre soluzioni efficaci

In generale, l’indagine rivela un basso livello di fiducia nella capacità dei Governi di affrontare questi rischi.  D’altronde, di fronte a rischi sempre più complessi, oltre il 55% degli intervistati ritiene che un approccio collettivo e globale sia il modo più appropriato per proporre soluzioni efficaci.

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Bella, buona e sana: così è la nuova colazione degli italiani

Cambiano i tempi, cambiano le mode: anche a tavola. Almeno per quanto riguarda la prima colazione degli italiani, che da tradizionale sta diventando sempre di più healthy. E non solo: diviene anche bella da vedere, oltre che sana da consumare, perché – specie per le nuove generazioni – deve essere fotogenica e instagrammabile. Per l’insieme di tutte queste ragioni, riporta Ansa, si sta assistendo a un vero e proprio boom degli yogurt e dei ‘latti’ alternativi, a base vegetale, vegani, light o iperproteici. Dopo la moda del latte di soia, il mondo yogurt-latte alternativi ai derivati a quelli vaccini si affolla. Su YouTube e sul web si trovano un’infinità di ricette arricchite di cereali, frutta fresca, frutta secca, per piatti che ricordano il pokè, ma tutto è coniugato con la prima colazione, magari vegana e sana.

I sostituti del latte piacciono sempre di più

Come evidenzia una ricerca di mercato globale di Euromonitor International, sono i sostituti del latte la categoria in più rapida crescita nel settore dei prodotti lattiero-caseari, con un valore di 10 miliardi di dollari a livello mondiale ed un aumento del 16% nel biennio 2020-2021. Secondo l’analisi, “le bevande alla soia stanno perdendo terreno a causa della scarsa percezione dell’ingrediente da parte dei consumatori, tuttavia altre bevande senza latte ma che gli somigliano come quello di mandorle, avena, noci di cocco e perfino piselli, hanno stimolato l’innovazione con il mercato”. Il fenomeno in Italia cresce addirittura del 50% e latti non a base di soia sono in aumento del 172% negli ultimi cinque anni.

“Il Covid-19, ha reso la dieta un punto focale per molte persone”

“I consumatori hanno sempre dato la priorità alla salute e al benessere nel settore lattiero-caseario ma la pandemia ha intensificato la sua attenzione nel 2020. Il rischio aggiuntivo rappresentato dall’obesità e da altre condizioni di salute con Covid-19, ha reso la dieta un punto focale per molte persone” commentano gli analisti Euromonitor che prevedono una ulteriore crescita del mercato e l’arrivo di ulteriori ingredienti come piselli, ceci e fave, ricchi di proteine, anche miscelati con avena o cocco. “Più avanti, ci si aspettano anche ‘latti’ alle lenticchie d’acqua o alle alghe e i prodotti lattiero-caseari coltivati, vegani, saranno la scelta più popolare delle colazioni tra 10 anni”, concludono gli autori del sondaggio. Tanto che nei nostri supermercati tali prodotti occupano sempre più spazio sugli scaffali, con latti di ogni tipo. 

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Previdenza, gli investimenti welfare all’88,9%

La pandemia non ha fatto paura agli investitori, tanto che il patrimonio complessivo degli investitori istituzionali italiani si è addirittura consolidato a 953,8 miliardi di euro totali (198 per la sola previdenza complementare), pari a quasi il 58% del PIL nazionale. Lo riferisce l’Ottavo Report “Investitori istituzionali italiani: iscritti risorse e gestori per l’anno 2020” a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. 

Anche i rendimenti in terreno positivo

Nonostante tutte le difficoltà legate all’emergenza sanitaria da oltre un anno a questa parte, anche i rendimenti restano positivi, a fronte di un forte calo registrato dai mercati finanziari, in particolare azionari, nel primo semestre 2020: tra i migliori, +3,6% per le Fondazioni di origine Bancaria e +3,1% per i fondi pensione negoziali. Per gli investitori istituzionali, soprattutto per i fondi pensione, restano ampi i margini di incremento per gli investimenti in economia reale. Rilevata in particolare la necessità di favorire il reinvestimento di una maggiore quota del TFR confluito ai fondi pensione nel sistema produttivo.

Su il settore welfare

Nonostante le ricorrenti crisi finanziarie degli ultimi anni e la crisi mondiale innescata dalla pandemia da Covid-19, il patrimonio degli investitori istituzionali che operano nel welfare contrattuale (fondi pensione negoziali, preesistenti e forme di assistenza sanitaria integrativa), delle Casse Privatizzate e delle Fondazioni di origine Bancaria è aumentato dai 142,85 miliardi di euro del 2007 ai 269,84 miliardi di euro del 2020, con un incremento dell’88,9%. In percentuale del PIL, il patrimonio di questi soggetti è quindi pari al 16,3% e, includendo anche il welfare privato (Compagnie di Assicurazione del settore vita, rami I, IV e VI, fondi aperti e PIP), tale rapporto aumenta al 57,8%. Quello che emerge dal Report è quindi il ritratto di un Paese che negli anni è riuscito a consolidare il proprio mercato istituzionale, raggiungendo ormai una dimensione rilevante. Tanto che “dal punto di vista dei rendimenti, nonostante il cigno nero che si è abbattuto sui mercati finanziari, nel 2020 tutti gli investitori istituzionali hanno realizzato buone performance, anche se inferiori a quelle del 2019” riferisce il rapporto ripreso da Italpress. “In particolare, le Fondazioni di origine Bancaria segnano un +3,6% (6,5% nello scorso anno), seguite dai fondi pensione negoziali con un +3,1% (7,2% nel 2019), dai fondi aperti con +2,9%, dai fondi preesistenti con il 2,6% e dalle gestioni separate con +1,4%; in negativo di 0,2% solo le unit linked. Risultati ancora più apprezzabili se confrontati con i “rendimenti obiettivo” TFR, inflazione e media quinquennale del PIL, che si sono attestati rispettivamente all’1,2%, -0,2% e 2%”.

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Turismo italiano, con l’estate 2021 mette il turbo

I nostri connazionali che quest’estate hanno scelto di trascorrere le vacanze nel nostro Paese sono stati in totale 23 milioni, contro i 17 milioni del 2020 e i 18 milioni dell’estate 2019, l’anno precedente la pandemia.
Tra luglio e agosto 2021 il numero di italiani in vacanza nel Bel Paese ha battuto ogni record. E con loro hanno villeggiato in Italia anche sei milioni di turisti stranieri, anche se molti meno rispetto alle estati precedenti la pandemia, sicuramente in numero decisamente più numeroso del previsto. Si tratta di un dato favorito probabilmente anche dagli effetti positivi del “green pass”, il passaporto vaccinale, ma in ogni caso è un risultato che all’inizio della stagione sembrava del tutto inatteso. Insomma, durante i mesi di luglio e agosto di questa seconda estate segnata dal Covid il turismo italiano ha messo finalmente il turbo.

I vacanzieri privilegiano le strutture alberghiere: 15 milioni di pernottamenti

A rilevarlo è una indagine di CNA Turismo e Commercio, condotta tra gli associati alla Confederazione di tutto il Paese. Per quanto riguarda la ricettività, dall’indagine emerge che con 15 milioni di arrivi a essere privilegiate dai vacanzieri italiani nei due mesi estivi di luglio e agosto sono state le tradizionali strutture alberghiere, mentre le strutture extra-alberghiere ne hanno totalizzati otto milioni. Tra queste, in testa risultano i campeggi nelle loro varie declinazioni.

Tutto esaurito per le spiagge italiane, parzialmente rilanciate le città d’arte 

Se gli stranieri quest’anno hanno parzialmente rilanciato le città d’arte, che rimangono però ancora molto toccate dagli effetti della pandemia, sono state le località balneari a fare la differenza, complice anche il gran caldo della stagione. Il tutto esaurito ha infatti segnato le spiagge da un capo all’altro del Bel Paese, in misura significativa grazie agli imprenditori che hanno offerto alla clientela stabilimenti all’avanguardia, anche per quanto riguarda la tutela della salute.

Isole minori Covid-free non più meta del turismo di ‘nicchia’ 

Per quanto riguarda il turismo balneare, l’indagine di CNA Turismo e Commercio rileva come quest’anno le isole minori siano uscite dal turismo di ‘nicchia’. Forse merito del richiamo importante di Procida, l’isola del golfo di Napoli, prossima capitale italiana della cultura, ma soprattutto delle campagne vaccinali che le hanno rese Covid free. E più in generale delle politiche attente alla sostenibilità ambientale seguite nel corso degli anni in questi veri e propri gioielli al largo delle nostre coste.

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Con la pandemia è nato un nuovo media, la radiovisione

Sono più di 41 milioni gli italiani che seguono programmi radiofonici, e di questi, 27 milioni utilizzano anche dispositivi alternativi all’apparecchio tradizionale e all’autoradio. Sono numeri che dimostrano che la radio è riuscita a rigenerarsi nel tempo, ibridandosi con gli altri media e sintonizzandosi sui nuovi stili di vita. La radio, insomma, è riuscita a conservare il suo valore tradizionale adattandosi ai tempi, e oggi accompagna la vita di fasce di pubblico trasversali per età, condizione economica e status sociale. Durante il primo lockdown il 30,5% degli italiani si è informato almeno una volta al giorno sulla pandemia attraverso la programmazione radiofonica. Nella forzata reclusione casalinga poi il 30% dei radioascoltatori ha dedicato più tempo all’ascolto in casa rispetto al periodo pre-Covid.

Vince la modalità simulcast crossmediale

I dati sull’ascolto medio giornaliero nel secondo semestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 sono chiari: a fronte di un calo del numero di ascoltatori dall’autoradio, dovuto alle limitazioni alla mobilità, e di una tenuta dell’apparecchio tradizionale, crescono tutti gli altri device. Nell’ultimo anno gli spettatori dei canali televisivi della radio in un giorno medio sono aumentati dell’8%.  La radiovisione è una realtà in crescita, che sta vivendo un vero e proprio boom grazie alla modalità simulcast crossmediale, cioè alla possibilità di fruire dei contenuti radio contemporaneamente su qualsiasi dispositivo.  Sono circa 19 milioni gli italiani che seguono programmi radiofonici in formato video attraverso uno schermo (tv, smartphone, pc).

La visual radio non è un fuoco di paglia

La visual radio non è un fuoco di paglia, destinato a spegnersi dopo la pandemia, ma è fortemente in sintonia con le aspettative degli italiani. Il 52% dichiara che vorrebbe avere sempre di più la possibilità di fruire dei contenuti radiofonici su device diversi anche in formato video. E il 50% di chi segue la radiovisione la trova piacevole, il 27,5% coinvolgente, il 24% innovativa. Oggi quello che conta non è l’apparecchio radio in sé, ma i contenuti, di cui gli utenti vogliono poter fruire attraverso qualsiasi device, in ogni luogo, in qualsiasi momento, per intero o a spezzoni, in diretta e on demand. Il 59% degli italiani associa alla radio determinate trasmissioni che seguirebbe anche su device diversi dall’apparecchio tradizionale.

Il passaggio dal mezzo ai contenuti è compiuto

Il passaggio dal mezzo alla piattaforma di contenuti fruibili in ogni luogo e da ogni device è ormai compiuto. E la crossmedialità non si discute. L’89% degli italiani è convinto che la partita degli ascolti si vinca sul piano della qualità dei contenuti e dei programmi proposti e non su quello degli apparecchi che li veicolano. L’87% pensa che la multicanalità sia la logica evoluzione dei cambiamenti intervenuti negli stili di vita e nelle modalità di consumo della popolazione. E il 72% vuole poter seguire i contenuti radio in qualsiasi momento della giornata e in ogni luogo, a prescindere dal device utilizzato. 

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Casa, nel post Covid gli italiani la vogliono così

Comoda, accogliente, multifunzione, tecnologica. Con spazi verdi e aree per il lavoro. E pazienza se non è vicina al luogo di lavoro, tanto c’è lo smartworking. Ecco l’identikit – in pochissime parole – della casa perfetta degli italiani dopo la pandemia, come emerge da Casa Doxa, l’Osservatorio nazionale sugli italiani e la casa di BVA Doxa relativamente ai principali cambiamenti in atto nella società, realizzato tra aprile e maggio 2021 intervistando online oltre 7 mila famiglie del Belpaese. L’aspetto che più sorprende è che una larghissima fetta di nostri connazionali – circa due milioni in più – dopo l’esperienza dei lockdown e delle limitazioni ha deciso di cercare una nuova soluzione abitativa entro i prossimi quattro anni. Nel 2019 questa percentuale era del 22%, nel 2021 si arriva al 26%, pari ad un incremento di 2 milioni di persone. E proprio il lockdown è il fattore alla base di questo desiderio: il 53% di chi ha intenzione di cambiare casa nel prossimo quadriennio dichiara infatti che l’esperienza delle chiusure che si sono alternate per tutto il 2020 e l’inizio del 2021 ha fatto maturare questa scelta. 

Verde e vicini simpatici le priorità nella scelta

Cambiano anche moltissimo le priorità nei desiderata degli italiani. Oggi i “must-have” per la nuova casa sono soprattutto spazi verdi, come giardini e terrazzi dove stare a contatto con la natura, che diventano fondamentali per il 67% dei rispondenti (+9% rispetto al 2019). Ma aumenta anche il valore del buon vicinato (importante per 3 italiani su 5), che si è dimostrato prezioso in tempi di isolamento sociale con l’impossibilità di frequentare amici e parenti. Meno significativo è invece il “peso” della vicinanza dell’abitazione al luogo di lavoro: lo smartworking, ormai prassi abituale per moltissimi lavoratori, ha scardinato questa necessità mentre restano prioritari la vicinanza ai trasporti pubblici (55%) e la presenza di un garage o di un posto auto (65%).

Sostenibilità e salubrità fra le quattro mura

L’emergenza sanitaria ha anche acceso i riflettori su tematiche quali la sostenibilità e la salubrità, ad esempio la mobilità sostenibile. Per il 37% degli italiani, la presenza di colonnine elettriche rappresenta un driver di scelta. Nell’ambito domestico, sostenibilità e salubrità sono ormai due paradigmi: quasi la totalità degli italiani reputa importanti questi concetti se associati alla loro casa, e proprio l’esperienza pandemica appena vissuta ha contribuito a fare impennare la loro centralità. 

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