Gli italiani spendono 303 euro l’anno per Internet e voce

Quanto costa oggi avere una linea fissa domestica? Secondo Facile.it la spesa media per chi oggi opta per una linea voce con connessione Internet ADSL o Fibra è pari a poco più di 303 euro l’anno. E se invece si intende rinunciare a Internet e si sceglie la sola linea voce con chiamate illimitate? In questo caso, il prezzo è pari a 232 euro l’anno. Ma è possibile anche scegliere un unico operatore per la linea fissa e il cellulare.
“Negli ultimi anni è cresciuta l’offerta di promozioni che associano alla linea di casa anche quella mobile – ha spiegato Mario Rasimelli, Managing Director Utilities di Facile.it -. Scegliendo un unico operatore per fisso e mobile è possibile in alcuni casi ridurre notevolmente l’importo della bolletta, e per la sola telefonia fissa, il costo può addirittura scendere al di sotto dei 200 euro l’anno”.

Sono più di 26,5 milioni gli italiani che hanno ancora il telefono fisso in casa

Molti lo considerano un oggetto di altri tempi, eppure secondo l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, sono più di 26,5 milioni gli italiani che hanno ancora il telefono fisso in casa. Guardando all’uso che i nostri connazionali fanno del telefono fisso, l’indagine ha scoperto che oggi la sua funzione è almeno parzialmente, cambiata, o addirittura invertita rispetto a quella del telefono cellulare.

Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa per ragioni di sicurezza

“Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa principalmente per ragioni di sicurezza in caso di emergenza (41%), o come mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi (28%) – continua Rasimelli -. Insomma, un tempo i contatti stretti erano gli unici cui davamo il numero di cellulare, oggi sono i soli che possono raggiungerci anche quando il nostro smartphone è spento”.

Si elimina il fisso principalmente per ragioni economiche
Analizzando le risposte su base socio-demografica emerge che il telefono fisso è presente in misura maggiore nelle case degli over 65 (78%) mentre, a livello territoriale, i più affezionati sono risultati essere i residenti al Sud e nelle Isole (64%). Cosa invece ha determinato la scelta di quei 17 milioni che hanno rinunciato a filo e cornetta? Nel 59% dei casi hanno scelto di eliminare il fisso per ragioni economiche, nel 45% per sostituirlo col cellulare e nel 19% dei casi per non essere disturbati a casa dai call center.

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Mutui, l’età media dei richiedenti scende a 37 anni e mezzo

Oggi gli under 36 che richiedono un mutuo rappresentano una quota fondamentale del mercato immobiliare. Nei primi 3 mesi dell’anno il 51% del totale delle domande di finanziamento è stata presentata infatti da un under 36, un valore in netto aumento rispetto allo stesso periodo del 2021, quando questa fascia rappresentava il 32% della richiesta totale. Ma nel primo trimestre 2022 l’età media degli aspiranti mutuatari è scesa a 37 anni e mezzo, mentre appena 12 mesi fa chi presentava domanda di finanziamento aveva in media 41 anni. Secondo l’analisi di Facile.it e Mutui.it, nel sostenere la domanda di mutui da parte dei giovani, è stato fondamentale il Fondo di Garanzia Prima Casa.

Due under 36 su tre hanno approfittato del Fondo Prima Casa

Dall’analisi di Facile.it, nel primo trimestre due richiedenti under 36 su tre hanno chiesto un finanziamento cercando di approfittare della garanzia statale. Data la nuova situazione, oggi vengono ridefiniti anche i principali valori economici legati al mercato dei mutui.
In media, nel primo trimestre 2022, chi si è rivolto a un istituto di credito ha cercato di ottenere 141.021 euro (+3% su base annua), mentre il valore degli immobili oggetto di mutuo è calato a 194.248 euro (-8%). L’LTV (rapporto tra valore del mutuo e valore dell’immobile) è salito al 78% (era il 70% dodici mesi fa), e i piani di ammortamento si sono allungati da 23 a 25 anni.

Sale a 26 anni la durata del finanziamento

Secondo l’analisi di Facile.it, nel primo trimestre dell’anno il 77% delle domande di finanziamento raccolte online era per l’acquisto della prima casa, +17% rispetto al 2021. In media, chi si è rivolto a un istituto di credito per comprare l’abitazione principale aveva poco più di 35 anni.
Nei primi tre mesi del 2022 l’importo medio richiesto per l’acquisto dell’abitazione principale è pari a 146.319 euro (in linea con lo scorso anno) da restituire in 26 anni (erano 25 anni nel 2021). Il valore medio dell’immobile oggetto di mutuo è sceso a 187.250 euro (-8%), mentre l’LTV ha raggiunto l’83% (era il 76%).

Aumentano i tassi di interesse

Analizzando l’offerta bancaria emerge che questa prima parte dell’anno, anche a causa del complesso scenario internazionale, è stata caratterizzata da un aumento generalizzato dei tassi di interesse, in particolare, di quello fisso. Secondo le simulazioni di Facile.it per un mutuo da 126.000 e LTV al 70% da restituire in 25 anni, i Taeg fissi disponibili oggi online partono dal’1,71%, con una rata mensile di 507 euro: 41 euro in più al mese rispetto allo scorso anno. Con queste condizioni, chi chiede oggi un mutuo a tasso fisso paga, per tutta la durata del finanziamento, circa 12.300 euro in più di interessi rispetto a un anno fa. Più stabile la situazione per i tassi variabili, con indici che partono dallo 0,82% e una rata di 461 euro.

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Aziende italiane, ancora troppe PMI non utilizzano sistemi di backup

Sono ancora tantissime le imprese italiane che non si sono dotate di sistemi di backup per tenere al sicuro i propri dati, proteggendoli anche dai rischi del cybercrime. Addirittura sarebbe un’azienda su quattro a non avere nessun sistema, sebbene 7 aziende su 10 siano siano vittime di una perdita di dati. Tra l’altro, quel 27% di piccole e medie imprese che non si è ancora dotato di sistemi per la conservazione e la salvaguardia dei dati sale al 43% tra le sole piccole imprese. Numeri importanti, contenuti nell’indagine BVA Doxa per Aruba S.p.A., il principale cloud provider italiano nei servizi di data center, web hosting, e-mail, PEC e registrazione domini, sul tema della conservazione e della sicurezza dei dati nelle PMI italiane, in occasione del World Backup Day. 

Solo il 73%ha una soluzione di backup

Solo il 73% delle aziende intervistate ha dichiarato di disporre di una soluzione di backup, dato che scende al 57% quando si parla di piccole imprese e che sale ad un più incoraggiante 87% quando ci si interfaccia con le medie imprese. Tra quanti utilizzano soluzioni di backup in azienda, il 62% dei rispondenti ne dispone da oltre 5 anni ma è solo il 3% ad essersene dotato nel corso del 2021, sintomo che l’accelerazione della digital transformation registrata nel corso degli ultimi due anni non ha determinato un aumento in parallelo della attenzione alla conservazione dei dati e alla propria sicurezza digitale.
In dettaglio, è il 57% delle aziende intervistate a disporre di un backup in cloud, ossia la soluzione grazie alla quale i file vengono criptati e sincronizzati in tempo reale sui server del data center che ospita il servizio, rendendo il backup pienamente sicuro. Riguardo al cloud backup, le piccole imprese risultano a sorpresa più virtuose: è il 60% ad esserne dotato a fronte del 54% delle medie imprese.

Una perdita che costa

L’assenza di sistemi di conservazione appare ancora più incomprensibile scoprendo che 7 aziende su 100 hanno sperimentato una perdita di dati e per il 34% di queste la causa scatenante è riconducibile proprio ad un sistema di backup inefficace o non adeguato. In media, le aziende coinvolte da una perdita di dati hanno subito un downtime di quasi 2 giorni ed il 43% di queste non saprebbe quantificare economicamente i danni causati dall’incidente. La metà degli intervistati, invece, dichiara in modo netto che la perdita di dati ha causato un rallentamento sul lavoro (52%) e delle conseguenze economiche seppur non facilmente quantificabili (43%).
Interessante, infine, notare come i manager intervistati non mostrino una ferma attitudine alla sicurezza digitale neanche nella propria sfera privata: solo il 58% di questi riferisce di disporre privatamente di una soluzione di backup e nel 27% dei casi si tratta di una soluzione di backup su supporto fisico come un hardware esterno o una chiavetta USB. La motivazione principale di chi non ne fa uso? Per 9 italiani su 10 non rappresenta una necessità.

Il futuro del lavoro? Per i dipendenti IT è meglio la libertà che una promozione 

Quale sarà il futuro del lavoro? Risponde a questo quesito il sondaggio annuale Everywhere Workplace che ha coinvolto esperti globali su questo tema, intervistando oltre 6.100 impiegati e professionisti IT per rilevare le valutazioni dei dipendenti sui mesi passati, sul presente e sul domani. La ricerca è presentata da  Ivanti, fornitore della piattaforma di automazione Neurons che rileva, gestisce, protegge e supporta gli asset IT dal cloud all’edge. In particolare il report mette in luce come le priorità dei dipendenti stiano continuando a cambiare con il 71% degli intervistati che preferirebbe lavorare da qualsiasi luogo piuttosto che ricevere una promozione. Nonostante la crescente diffusione del lavoro da remoto, il 10% degli intervistati riscontra un effetto negativo sulla propria condizione di salute.

Più difficoltà per le donne che per gli uomini

Il 70% delle donne che lavorano nell’IT hanno segnalato di aver riscontrato effetti negativi, a livello psicologico, legati al lavoro da remoto, contro il 30% degli uomini, appartenenti allo stesso settore. In aggiunta, molti dipendenti avvertono la perdita di contatto interpersonale con i propri colleghi (9%), aggiungendo di lavorare più ore rispetto a quando erano in ufficio (6%). Il report ha anche mostrato un ulteriore divario di genere: il 56% delle donne intervistate ha affermato come il lavoro da remoto abbia influenzato negativamente la loro salute mentale, rispetto al 44% degli uomini. Mentre il 52% delle donne riferisce di aver perso il contatto interpersonale con i colleghi, rispetto al 47% degli uomini.

I possibili modelli di lavoro 

Guardando ai potenziali modelli di lavoro futuri, la ricerca evidenzia che il 42% dei dipendenti preferisce modalità di lavoro ibride (+5% dall’ultimo studio). Il 30% dei medesimi opta invece per lavorare da casa in modo permanente (-20% dall’ultimo studio), dimostrando la volontà di interagire nuovamente con i propri colleghi. Nonostante i diversi benefici legati al lavoro da remoto, tra i quali il risparmio di tempo negli spostamenti (48%), un migliore equilibrio tra vita privata e professionale (43%) e un orario di lavoro più flessibile (43%), si sono verificati alcuni svantaggi. Infatti, il 49% degli intervistati afferma di essere stato influenzato negativamente dal lavoro a distanza a causa di una scarsa interazione con i colleghi (51%), della mancanza di collaborazione e comunicazione (28%), del rischio di rumore di fondo e di alcune distrazioni (27%). “La pandemia ha introdotto un cambiamento enorme nelle modalità e nei luoghi di lavoro” ha commentato Jeff Abbott, CEO di Ivanti. “L’elemento vantaggioso è certamente nella progressiva implementazione dell’automazione per attività e compiti quotidiani. In questo modo le aziende possono ottimizzare l’equilibrio tra vita-lavoro dei propri team IT e di sicurezza, prevenendo le violazioni dei dati e migliorando le esperienze dei dipendenti”.

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TikTok aumenta la durata dei video a 10 minuti

Presto gli utenti di TikTok potranno caricare sulla piattaforma filmati che durano fino a 10 minuti. Il limite precedente era stato aggiornato in estate, quando TikTok aveva portato a 3 minuti il tempo massimo iniziale di 60 secondi, a sua volta ampliato dai 15 secondi fissati al lancio dell’app.
Si tratta di un salto in avanti che equivale a una sfida del social cinese ai big del settore, come YouTube e Instagram.
“Pensiamo sempre a nuovi modi per portare valore alla nostra community e arricchire l’esperienza dei tiktoker – spiega l’azienda in una nota -. L’anno scorso abbiamo introdotto video più lunghi, dando agli utenti più tempo per creare e divertirsi su TikTok”.

Nel 2021 TikTok sorpassa Google come servizio online più visitato

Secondo la società informatica Cloudfare, che analizza il traffico web a livello globale, l’anno scorso TikTok aveva sorpassato Google come servizio online più visitato dagli utenti.
“Oggi confermiamo la possibilità di caricare video della durata massima di 10 minuti – continua TikTok -. Una novità che speriamo possa liberare ancora più possibilità creative per i nostri iscritti in tutto il mondo”.
L’annuncio mette quindi TikTok sullo stesso piano di YouTube, che nel 2021 ha raccolto 28,8 miliardi di dollari di entrate pubblicitarie. Dal canto suo Meta, che controlla Instagram, si è ispirata proprio a TikTok per lanciare nuovi formati video. Dall’arrivo dei Reels, nel 2020, l’app ha implementato diverse funzionalità prese in prestito alla concorrenza, come la funzione Remix, che permette di affiancare i propri video a quelli dei creator più gettonati del momento, riporta Ansa.

“Dare ai creator un nuovo modo per portare valore e arricchire l’esperienza”

Lo scopo di ampliare fino a 10 minuti la durata dei video è quello di dare più spazio ai creator per tutorial e contenuti educativi. La nuova feature è già stata testata e verrà integrata nell’app con uno dei prossimi aggiornamenti, previsto a breve.
Lo scopo, secondo quanto dichiarato da un portavoce dell’azienda al sito specializzato TechCrunch, è infatti quello di “dare ai creator un nuovo modo per portare valore alla nostra comunità e arricchire l’esperienza TikTok. Già l’anno scorso – spiegano dal social network – abbiamo dato alla nostra comunità più tempo per creare ed essere intrattenuti su TikTok, e oggi siamo entusiasti di iniziare a implementare la possibilità di caricare video fino a 10 minuti, che speriamo possano scatenare ancora più possibilità creative per i nostri utenti in tutto il mondo”.

Una sfida a YouTube

I video di 10 minuti su Tik Tok sono un chiaro segnale di come il social network cinese voglia rafforzare la concorrenza ai competitor, soprattutto YouTube, riporta quotidiano.net.
Le clip più lunghe, infatti, consentiranno agli utenti di postare contenuti come tutorial di cucina, beauty, contenuti educativi e tutti i video che necessitano di più tempo.
Finora i tiktoker erano infatti costretti a postare più clip in sequenza, con il rischio che qualcuno dei follower non riuscisse a seguirli fino in fondo.

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Aumentano gli attacchi alle email aziendali. Più mirati e su larga scala

Nell’ultimo trimestre del 2021 Kaspersky ha sventato più di 8.000 attacchi alle email aziendali (Business E-mail Compromise, BEC), che hanno raggiunto il picco nel mese di ottobre con un totale di 5.037 attacchi. Secondo Verizon, questo tipo di frode è stato il secondo attacco di social engineering più comune del 2021. Gli attacchi BEC sono schemi di frode che consistono nell’impersonare il membro affidabile di un’azienda. Nel corso del 2021, i ricercatori di Kaspersky hanno inoltre analizzato il modo in cui i truffatori creano e diffondono le email false, scoprendo che gli attacchi tendono a rientrare in due categorie: quelli su larga scala (BEC-as-a-Service) e quelli estremamente mirati (BEC mirati).

Due categorie di email falsse: BEC-as-a-Service e BEC mirati

Gli attacchi BEC-as-a-Service si basano su un meccanismo molto semplice, in modo da poter raggiungere un numero più alto di vittime. Per riuscirci, gli attaccanti inviano in massa messaggi non particolarmente sofisticati da account di posta elettronica gratuiti. Altri criminali propendono per strategie più avanzate, gli attacchi BEC mirati, che colpiscono una casella di posta intermedia ottenendo l’accesso alla mail di quel dato account. Successivamente, una volta trovata una corrispondenza adatta nella casella di posta elettronica compromessa della società intermediaria (questioni finanziarie o problematiche tecniche relative al lavoro), continuano la corrispondenza con la società presa di mira impersonando l’azienda intermediaria. Spesso l’obiettivo è quello di persuadere la vittima affinché invii denaro o installi un malware.

Una delle tecniche di ingegneria social più diffusa

Questa tipologia di attacco si è rivelata particolarmente efficace, ragion per cui non è una tecnica sfruttata solamente da ‘piccoli’ criminali alla ricerca di facili guadagni.
“Al momento gli attacchi BEC sono tra le tecniche di ingegneria social più diffuse – spiega Roman Dedenok, security expert di Kaspersky -. La ragione è semplice: i truffatori usano questi schemi perché funzionano. Dal momento che sempre meno persone cascano nella trappola delle finte email di massa, i truffatori hanno incominciato a raccogliere attentamente i dati sulle loro vittime per poi servirsene per guadagnarsi la loro fiducia. Alcuni di questi attacchi vanno in porto proprio perché i cybercriminali riescono a trovare con facilità i nomi e i ruoli lavorativi dei dipendenti, così come le liste dei contatti in open access”.

Si prevede l’emergere di nuovi metodi di truffa

“Le email restano il principale canale di comunicazione usato dalla maggior parte delle aziende – aggiunge Oleg Gorobets, Senior Product Marketing Manager di Kaspersky -. Tuttavia, man mano che lo smart working e l’archiviazione nel cloud diventano la nuova quotidianità, insieme all’aumento di una scarsa ‘igiene digitale’ prevediamo l’emergere di nuovi metodi di truffa, che sfrutteranno queste lacune nella sicurezza aziendale – puntualizza Gorobets -. Servirsi di una soluzione di sicurezza specifica e di una tecnologia ben collaudata e supportata da dati efficaci sulle minacce e algoritmi di machine learning può aiutare a fare la differenza”.

Luce e gas, come risparmiare e tutelare l’ambiente

Sappiamo tutti che negli ultimi mesi i costi di luce e gas hanno registrato degli aumenti davvero significativi, che peseranno e non poco sul budget delle famiglie italiane. Come fare dunque per tagliare, anche solo un po’, le voci in bolletta? In occasione della Giornata internazionale del risparmio energetico l’Enea ha pubblicato una sorta di manuale pratico in 20 punti con indicazioni sia per risparmiare, sia per tutelare l’ambiente.

Semplici comportamenti quotidiani

Bastano infatti alcuni comportamenti quotidiani per risparmiare fino al 10% sulla bolletta: ad esempio spegnere le luci e il riscaldamento quando usciamo di casa, non aprire le finestre se c’è il termo acceso e spegnere il pc se non lo usiamo. Importante anche non eccedere con la temperatura nell’abitazione, ovvero oltre i 20 gradi.
Fra le mosse più efficaci per tagliare consumi (e spese) le lampadine a Led, con le quali si può ottenere un risparmio energetico di circa l’85%. Anche gli elettrodomestici di elevata classe energetica sono un antidoto efficace al caro-energia: la differenza di spesa fra la classe energetica elevata e quella più bassa arriva fino al 40%.

Abbattere i costi del riscaldamento

Per pagare meno il gas destinato al riscaldamento e l’elettricità, l’Agenzia consiglia di seguire alcune semplici pratiche. Ad esempio è utile schermare le finestre durante la notte con persiane, tapparelle o tende per ridurre la dispersione di calore e a spegnere gli stand-by: infatti, quelle che sembrano innocue lucine possono pesare fino al 10% sulla bolletta se lasciate accese tutto il tempo. “Per questo è bene usare appositi dispositivi come gli standby stop – spiega Nicolandrea Calabrese, responsabile Laboratorio Enea di Efficienza energetica negli edifici e sviluppo urbano – Ma sono possibili azioni ancora più incisive come la manutenzione degli impianti, il check-up dell’immobile (la diagnosi energetica), il controllo e la regolazione costante della temperatura degli ambienti fino a interventi più strutturali per migliorare la coibentazione. Un intervento, questo, per il quale sono previsti diversi incentivi che lo rendono economicamente più sostenibile”.

Gli errori da evitare

Fra gli errori da evitare, dimenticarsi di sbrinare frigo e congelatore: se accumulano troppo ghiaccio i consumi corrono; allo stesso modo, attenzione ai panni stesi ad asciugare sul radiatore o il divano davanti al termosifone e alle luci accese quando si esce da una stanza. Altre soluzioni taglia-spesa riguardano il tipo di caldaia: i modelli a condensazione consentono di risparmiare fino al 22% di gas metano rispetto a quelli tradizionali (in un appartamento di 130 metri quadri) mentre le valvole termostatiche sui radiatori consentono di ottenere un risparmio di circa il 13% del consumo di gas metano.

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Cybersecurity, cercasi professionisti della sicurezza informatica 

Secondo il Data breach investigation report 2021 di Verizon i criminali informatici presentano un fronte di attacco in costante evoluzione.
“Nel frattempo – spiega Nasrin Rezai, senior vice president e chief information security officer di Verizon -, il settore deve affrontare un altro problema: i professionisti della sicurezza informatica sono molto richiesti, ma scarseggiano e questa mancanza di risorse influisce sul modo in cui possiamo rispondere e mitigare gli attacchi”.

Il Cybersecurity workforce study (Isc) indica che la carenza di talenti nel settore della sicurezza informatica globale riguarda oltre 4 milioni di persone.
“È dunque arrivato il momento di ricordare l’importanza di implementare norme di sicurezza informatica – sottolinea Rezai – e di risolvere la carenza di talenti che affligge questo settore”.

Ricalibrare i requisiti e implementare programmi di apprendistato

“Un modo per affrontare il problema è allargare e ricalibrare i requisiti quando si tratta di assumere risorse, e implementare programmi di apprendistato e formazione per chi non ha intrapreso un tradizionale percorso di studi in ambito tecnologico – suggerisce Rezai -. Sebbene molti problemi di sicurezza possano essere mitigati dall’intelligenza artificiale e dal machine learning, molte attività possono essere risolte solo dalle persone. I giovani cyber defender, che lavorano al fianco di veterani esperti, possono portare una nuova prospettiva mentre ricevono una preziosa formazione sul lavoro”.

Servono curiosità, capacità di risolvere problemi e pensare fuori dagli schemi

Dare priorità all’esperienza pratica rispetto ai diplomi “è un altro modo per attrarre candidati validi – sottolinea Rezai -. Curiosità, capacità di risolvere problemi e pensare fuori dagli schemi sono abilità di cui bisogna tenere conto durante l’analisi dei curriculum”.
Ma sono tre, secondo Rezai, “le cose da fare per far crescere il numero dei talenti in questo settore”. Innanzitutto, ripensare la strategia di assunzione: in pochi hanno iniziato un percorso formativo pensando di voler diventare un cybersecurity expert. “Sebbene molte università abbiano cominciato a offrire lauree e certificazioni nell’ambito della sicurezza IT, il settore è ancora relativamente nuovo e il numero delle risorse è ancora limitato – continua Rezai -. Per ampliarlo bisogna utilizzare un linguaggio nuovo”. E tenere in considerazione che anche i candidati con esperienza fuori dal campo tecnologico possono fornire nuove prospettive e idee innovative.

Abbattere il divario di genere e puntare sulla formazione in azienda

Occorre poi fare di più in termini di diversity. “Il divario di genere in ambito stem inizia molto presto e per questo perdiamo decine di potenziali cyber-defender donne, perché le ragazze non sono incoraggiate a scegliere programmi o attività tecnologiche. Un divario simile esiste anche per le minoranze più svantaggiate”, afferma ancora Rezai.
La terza ‘cosa da fare’ è offrire formazione sul posto di lavoro. Il miglioramento delle competenze e la riqualificazione sono infatti la chiave per colmare il divario di digital skill e di opportunità per i lavoratori che non hanno competenze tecniche o una laurea quadriennale.

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Le regioni più bio d’Italia? Toscana, Marche e Friuli Venezia-Giulia

Toscana, Marche e Friuli Venezia-Giulia sono le tre regioni più bio d’Italia, seguite da Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna. Lo attesta una ricerca sulla filiera bioeconomica italiana elaborata da SRM, Centro Studi legato al gruppo Intesa Sanpaolo. La ricerca prende in considerazione l’impronta bioeconomica, ovvero l’importanza sul Pil regionale, dei settori completamente bio (agroalimentare, legno, carta e idrico) e di quelli parzialmente bio (chimica, mobili, farmaceutica, abbigliamento, moda, gomma e plastica, elettricità e rifiuti), dove l’output finale deriva solo in parte da prodotti di origine organica. L’impronta bioeconomica insieme al livello di transizione bioeconomica, cioè il passaggio, attraverso l’innovazione tecnologica, da produzione parzialmente bio a totalmente bio, stabiliscono la graduatoria delle regioni bio elaborata da SRM.

Lazio, Liguria e Valle d’Aosta le meno bio

Dopo il primo gruppo di regioni caratterizzato da un’impronta bio e un livello di transizione bioeconomica più elevati, segue un secondo gruppo, distinto da un’impronta bio elevata con un più basso livello di transizione bioeconomica (Abruzzo, Puglia, Basilicata, Trentino Alto-Adige, Molise, Sardegna e Calabria).
Questi primi due gruppi, a parità di impronta bioeconomica, si contraddistinguono per un diverso livello di transizione sul quale incide anche la dimensione innovativa del sistema produttivo, che risulta maggiore nel primo gruppo (media Regional Innovation Scoreboard: 116,6 vs 95). Il terzo gruppo, con un’ancora più bassa impronta bio dell’economia e con livelli di transizione tecnologica variabili, comprende Campania, Lombardia, Piemonte e Sicilia, mentre agli ultimi posti si piazzano Lazio, Liguria e Valle d’Aosta.

Il valore aggiunto della bioeconomia italiana è di circa 100 miliardi di euro

Molte di queste regioni, come ad esempio Lombardia, Campania e Lazio, si caratterizzano per una maggiore diversificazione produttiva rispetto alle regioni delle rispettive macroaree e una più articolata e variegata specializzazione industriale, che possono penalizzarle nella valutazione del reale ruolo nella bioeconomia. Il valore aggiunto della bioeconomia italiana è di circa 100 miliardi di euro e impiega oltre due milioni di addetti. Con questi valori l’Italia è fra i Paesi in Europa a più alta incidenza della bioeconomia all’interno del sistema economico, il 6,4% in termini di valore aggiunto e quasi l’8% per l’occupazione.

La filiera agro-alimentare è l’attività più rilevante della Bioeconomia

Dall’analisi territoriale, il Nord Est è la prima area del Paese per valore aggiunto realizzato dalla filiera bioeconomica (29,6 miliardi). Segue il Nord Ovest (28,3 miliardi), il Mezzogiorno (24,4) e il Centro (19,3). Prendendo in considerazione gli addetti, la prima area è quella meridionale, con circa 732mila occupati, il 36,5% del dato nazionale.
La filiera agro-alimentare rappresenta l’attività più rilevante della Bioeconomia in tutte le aree geografiche, e soprattutto nel Mezzogiorno, dove il peso del valore aggiunto della filiera arriva quasi al 79% (Italia: 62%) e quello degli addetti all’85,7% (Italia: 70%). Le regioni meno performanti sono quelle che debbono maggiormente impegnarsi nel processo di transizione bioeconomica dei settori parzialmente bio, e tra queste si collocano diverse realtà meridionali.

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Prima colazione tra cattive abitudini e buoni propositi per il nuovo anno

Spesso gli italiani si trovano in difficoltà a conciliare i tempi mattutini troppo stretti con la preparazione e il consumo di una prima colazione sana ed equilibrata, che però rientra tra i buoni propositi del 2022 per oltre tre quarti dei nostri concittadini (76%). Lo conferma Everli, il marketplace della spesa online, che svela le abitudini degli italiani in tema di colazione casalinga. Sebbene 9 italiani su 10 la consumino abitualmente, secondo l’indagine, la mancanza di tempo sembra essere particolarmente influente nel determinare le ‘cattive abitudini’ in fatto di colazione. Infatti, quasi 1 su 5 (18%) la consuma abitualmente in piedi e il 14% dedica al primo pasto della giornata meno di 5 minuti.

Cosa si mangia a colazione?

Se la settimana può essere caotica, oltre la metà degli italiani (52%) sabato e domenica dedica più tempo alla colazione, la consuma da seduto (19%) e la prepara in maniera più curata (12%). Sebbene il caffè rappresenti un must per il 52%, molti preferiscono tè (35%), latte (19%), succo di frutta (17%) e spremute (8%). E per quanto riguarda la scelta del cibo, la colazione dolce vince su quella salata.
Sono pochissimi i sostenitori di affettati (2%) e formaggi (1%), mentre i più optano per i più tradizionali biscotti (55%), fette biscottate (15%) e brioches (13%).

Le parole chiave del 2022: calma e ingredienti salutari

Oltre al problema dei tempi, anche la preparazione del primo pasto mette in crisi gli italiani di prima mattina. Il 15% pensa di essere manchevole nella capacità di associare correttamente cibi e bevande, mentre il 12% pensa di scegliere alimenti non sufficientemente sani.
In media, è solo 1 italiano su 4 (25%) a fare una colazione sana ed equilibrata, mentre il 60% crede di avere un buon margine per migliorare questo aspetto. Non stupisce quindi che tra i buoni propositi per il 2022 la maggior parte dichiara di voler mangiare con più calma (42%), assemblare in modo più healthy cibi e bevande (15%), introdurre nuovi prodotti più salutari (12%) e dedicare più tempo alla preparazione del cibo (10%).

Bastano solo 10 minuti, un tavolo e una sedia

Secondo la dottoressa Egle Giambra, nutrizionista di MioDottore, i due aspetti fondamentali da tenere a mente quando si tratta di fare una colazione equilibrata e sana sono proprio il tempo e la combinazione di cibi e bevande che consenta di iniziare la giornata con il corretto apporto nutrizionale.
“Il tempo per la colazione è senz’altro un tema caldo – spiega la dottoressa Giambra – infatti, la maggior parte degli italiani preferisce fare colazione rapidamente o prendere solo un caffè, magari per guadagnare qualche minuto in più di sonno. Tuttavia, è stato osservato che concedersi una colazione ‘calma’ di almeno 10 minuti, può fare la differenza”.
Tanto che una ricerca del BMJ Open dichiara che ingurgitare cibo velocemente aumenta fino al 42% in più il rischio di obesità e diabete.

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