Quanto costa l’inquinamento atmosferico? 8 miliardi di dollari al giorno

Quattro milioni e mezzo di morti premature stimate ogni anno, e un costo di 2.900 miliardi di dollari, equivalenti al 3,3% del Pil mondiale, pari a 8 miliardi di dollari al giorno. Queste le stime del prezzo pagato annualmente dal Pianeta a causa dell’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili. Una situazione critica anche per l’Italia, dove sembra che il costo dell’inquinamento atmosferico da carbone, petrolio e gas sia ogni anno di circa 56mila morti premature e 61 miliardi di dollari. È quanto emerge da Aria tossica: il costo dei combustibili fossili, il rapporto di Greenpeace Southeast Asia e Crea (Centre for Research on Energy and Clean Air) per valutare il costo globale dell’inquinamento atmosferico legato a questo tipo di combustibili.

Una minaccia globale sempre più grave

L’inquinamento atmosferico è una minaccia globale sempre più grave, ma sono sempre di più le soluzioni disponibili e accessibili, spiega Greenpeace. E molte delle soluzioni all’inquinamento atmosferico sono anche soluzioni ai cambiamenti climatici. L’utilizzo di energia rinnovabile e i sistemi di trasporto che fanno affidamento su energia pulita non solo riducono l’inquinamento atmosferico, ma hanno anche un ruolo centrale nel mantenere l’aumento della temperatura globale entro la soglia di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Il limite indicato dalla scienza per evitare le conseguenze peggiori dell’emergenza climatica.

Il prezzo pagato dalla salute dei bambini

La Cina continentale, gli Stati Uniti e l’India sostengono i costi più elevati dell’inquinamento dell’aria causato dai combustibili fossili, pari rispettivamente a 900, 600 e 150 miliardi di dollari all’anno. Circa 40mila bambini al di sotto dei 5 anni, soprattutto nei Paesi a più basso reddito, muoiono ogni anno a causa dell’esposizione a PM2,5. E ogni anno circa 4 milioni di nuovi casi di asma tra bambini sono associati all’NO2, prodotto dai veicoli, le centrali elettriche e le industrie, con una stima di 16 milioni di bambini nel mondo affetti da questo sintomo a causa dall’inquinamento da NO2. Ancora, sono 1,8 miliardi i giorni di assenza dal lavoro per malattia associati  all’inquinamento dell’aria da PM2.5, con una perdita economica pari a circa 101 miliardi di dollari all’anno, riporta Adnkronos.

L’Italia non deve fare passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025

“Occorre un contemporaneo cambio di paradigma della mobilità, puntando sul trasporto pubblico e su forme di mobilità meno impattanti – dichiara Minwoo Son, della Campagna Clean Air di Greenpeace Southeast Asia -. Dobbiamo considerare il costo reale dei combustibili fossili, non soltanto per il rapido peggioramento dell’emergenza climatica, ma anche per la salute delle persone”.

Anche l’Italia subisce pesanti conseguente dall’inquinamento atmosferico. “È essenziale che il governo italiano non faccia passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025, come invece l’ultima versione del Pniec sembrerebbe suggerire – commenta Federico Spadini, della Campagna Trasporti di Greenpeace Italia -. E anche i grandi attori privati come banche e assicurazioni devono smettere di elargire finanziamenti ai combustibili fossili”.

Il mondo è sempre più diseguale, anche in Italia si allarga la forbice

Se tra giugno 2018 e giugno 2019 la ricchezza globale risulta in crescita resta comunque fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva. L’1% più ricco nel mondo, sotto il profilo patrimoniale, a metà 2019 deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone. E in Italia il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. In 20 anni, una quota cresciuta del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. È l’allarme lanciato da Oxfam, l’organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in Time to care – Avere cura di noi, pubblicato alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos.

Il patrimonio dell’1% supera quanto detenuto dal 70% più povero

L’anno scorso, inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani sotto il profilo patrimoniale superava quanto detenuto dal 70% più povero. A metà 2019 la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, non sfiorava nemmeno l’1%. Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale. Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane. Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi, riporta Italpress.

Lavorare per tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale dei più ricchi

“In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5,50 dollari al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro – spiega Oxfam -. Con un reddito medio da lavoro pari a 22 dollari al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate, pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale, superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse”, ovvero, il 25,82%.

Una storia di due estremi

 “Il rapporto è la storia di due estremi – commenta Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia -. Dei pochi che vedono le proprie fortune e il potere economico consolidarsi, e dei milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita che da tempo è tutto fuorché inclusiva. Abbiamo voluto rimettere al centro la dignità del lavoro – continua Bacciotti – poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto né contabilizzato, come quello di cura, per ridargli il giusto valore”.

Istat lancia l’allarme: quasi due milioni di giovani italiani “in sofferenza”

I numeri recentemente diffusi dall’Istat sono davvero preoccupanti e riguardano quella che dovrebbe essere la fascia più importate della popolazione, i giovani. Invece i ragazzi italiano non stanno bene, proprio per niente. In base a quanto rileva l’Istituto di Statistica, quasi la metà dei giovani di 18-34 anni (47,8%) evidenzia l’assenza di deprivazione nelle cinque dimensioni del benessere considerate (Salute; Lavoro, Istruzione e formazione; Benessere soggettivo; Coesione sociale; Territorio); un terzo (33,5%) ne ha solo una mentre il 18,7% (quasi 2 milioni di giovani) risulta multi-deprivato, cioè è deprivato in due o più dimensioni del benessere. I dati sono contenuti nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile apnea diffuso dall’Istat.

La condizione dei giovani è peggiorata dal 2012

La multi-deprivazione è più alta tra i giovani adulti di 25-34 anni (20,9% contro 15,2% dei giovani di 18-24 anni) e nel Mezzogiorno (23,9% contro 14,3% al Nord e 18,0% al Centro) -spiega l’Istat. Ancora più grave è l’indicatore che mette in luce come, rispetto al 2012, la condizione dei giovani sia ulteriormente peggiorata. Si registra in calo di quasi  4 punti percentuali la quota di quelli senza alcun tipo di disagio, sono invece aumentati sia i giovani deprivati per una sola dimensione (+2,6 punti percentuali), sia i multi-deprivati (+1,3 punti percentuali). Il peggioramento rispetto al 2012 ha riguardato la dimensione relativa alla Coesione sociale, che include le relazioni sociali e la partecipazione politica (da 17,6% nel 2012 a 24,9%), e le caratteristiche del territorio in cui si vive (da 12,9% a 15,7%); al contrario, migliorano le condizioni per le dimensioni Lavoro e Istruzione (da 22,2% nel 2012 a 19,6%) e Benessere soggettivo (da 11,5% a 7,6%), prosegue l’Istat.

Male il Nord e il Centro, stabile il Sud

Il peggioramento è avvenuto nel Nord e al Centro, dove la quota di giovani senza alcun disagio cala rispettivamente di 8,4 e 4,8 punti percentuali. Come riporta Ansa, nel Mezzogiorno, dove le difficoltà già nel 2012 erano maggiori, la situazione è sostanzialmente stabile (-0,8 punti percentuali). Tre quarti dei giovani multi-deprivati lo sono in due dimensioni, un quinto in tre e un residuale 5% di giovani in 4 o 5 dimensioni del benessere. Le dimensioni che più incidono sulla multi-deprivazione sono quelle relative alla Coesione sociale (il 69,5% dei multi-deprivati sono deprivati in questo dominio), al Lavoro, formazione e istruzione (il 58,1% dei multi-deprivati sono deprivati in questo dominio) e alla dimensione che descrive le caratteristiche del territorio nel quale vivono i giovani (47,3% dei multi-deprivati), conclude l’Istat.

Vola la cassa integrazione, +35,4% di ore in un anno

Aumentano le ore di cassa integrazione su base annua. Da quanto emerge dai dati rilasciati dall’Osservatorio Inps nel mese di ottobre di quest’anno il numero di ore di cassa integrazione autorizzate, tra ordinarie e straordinarie, è stato pari complessivamente a 25,8 milioni. Un numero di ore in aumento del 35,4% rispetto allo stesso mese del 2018, quando le ore ammontavano a 19,1 milioni. In particolare, a ottobre 2019 le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 12,3 milioni, mentre quelle straordinarie sono state 13,5 milioni.

Interventi ordinari, a ottobre 2019, +78,7% ore nel settore Industria, -2,4% Edilizia

Per quanto riguarda le ore di cassa integrazione ordinaria (12,3 milioni a ottobre 2019), l’Istituto rende noto che un anno prima, a ottobre 2018, le ore erano state 7,4 milioni. Di conseguenza, la variazione tendenziale risulta pari a +67,1%. Più in particolare, nel settore Industria la variazione tendenziale è pari a +78,7% e nel settore Edilizia pari a -2,4%. Inoltre, sempre nel mese di ottobre 2019, l’Inps rileva che la variazione congiunturale rispetto al mese precedente ha registrato un incremento pari al 118,3%.

Interventi straordinari, 6,2 milioni di ore autorizzate per solidarietà

Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate a ottobre 2019 è stato pari a 13,5 milioni, di cui 6,2 milioni per solidarietà. Registrando, quindi, un incremento pari al 16,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nel 2018 le ore autorizzate ammontavano infatti a 11,6 milioni. Nel mese di ottobre 2019, rispetto al mese precedente, l’Osservatorio Inps ha registrato inoltre una variazione congiunturale pari al +17,1%, riferisce una notizia Adnkronos.

Gli interventi in deroga ammontano a circa 15 mila ore

Sempre nel mese di ottobre 2019 gli interventi in deroga sono stati pari a circa 15 mila ore autorizzate, registrando un decremento del -81,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. A ottobre 2018 erano state autorizzate circa 79 mila ore. La variazione congiunturale rispetto a settembre, nel mese di ottobre di quest’anno ha registrato quindi un decremento pari al -30,5%.

Inoltre, nel mese di settembre 2019 sono state presentate 223.368 domande di Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego), 6 di mobilità e 1.333 di DisColl (indennità mensile di disoccupazione per lavoratori non subordinati), per un totale di 224.707 domande, riporta QuiFinanza.

Il tutto, per  un incremento pari allo 0,7% rispetto al mese di settembre 2018, quando le domande presentate all’Istituto erano state 223.054.

Le imprese europee dicono sì all’economia circolare

Un sensibile miglioramento delle performance, l’accelerazione sul fronte dell’innovazione delle produzioni, e considerevoli risparmi per le aziende. Sono questi i benefici attesi dalle misure intraprese per la transizione verso una crescita sostenibile. Ovvero, che rispondano alle logiche dell’economia circolare. In Italia quasi il 25% dell’imprese industriali e terziarie ha abbracciato la green economy per superare la crisi e investire sul futuro, perché “uno sviluppo sostenibile non è solo una necessità dal punto di vista etico, sociale, ambientale – commenta Andrea Prete, vicepresidente vicario di Unioncamere -. Ma è anche un’opportunità importante di crescita per le imprese e, più in generale, per l’intero sistema economico”.

“Fare in modo che la sostenibilità si traduca in un’opportunità per le aziende”

“I risultati finora raggiunti – continua il presidente di Eurochambres, Christoph Leitl – mostrano che le Camere di commercio europee sono consapevoli delle proprie responsabilità e desiderose di contribuire alla soluzione delle sfide che ci attendono. Facciamo in modo che la sostenibilità si traduca in un’opportunità per le aziende e supportiamo le regioni resilienti e sostenibili”. Le realtà che hanno aderito mostrano infatti una migliore presenza sui mercati esteri, assumono di più e sono più competitive rispetto alle altre. E “le Camere di commercio italiane insieme alle altre europee – aggiunge Prete – possono fare ancora molto per favorire la crescita delle imprese sotto il segno della sostenibilità”.

Sostenibilità è sinonimo di competitività

Per l’Europa delle imprese, aumentare il riutilizzo, il riciclo, la riparazione e la trasformazione dei prodotti potrebbe ridurre la dipendenza delle risorse della UE, stimolare l’innovazione, contribuire a creare nuovi modelli commerciali, rilanciare posti di lavoro, crescita e competitività. Ma per garantire una transizione di successo verso un modello di economia circolare a livello europeo servirebbe anche abbattere le barriere alla circolazione delle materie prime secondarie, ridurre gli ostacoli normativi in materia di sostanze chimiche, prodotti e rifiuti, e promuovere e sostenere sistemi efficaci di raccolta, separazione e trattamento dei rifiuti al di fuori della UE, in maniera da stimolare la domanda di soluzioni circolari innovative Made in Europe.

I numeri dell’Italia green

Secondo le analisi di Unioncamere e Symbola il nostro Paese vanta una serie di primati sul fronte della green economy. Un’impresa extra-agricola su 4 negli ultimi 5 anni ha investito sulla sostenibilità e l’efficienza, ottenendo vantaggi competitivi in termini di export e innovazione. Inoltre, alla nostra economia green si deve anche il 13% degli occupati complessivi a livello nazionale.

L’Italia poi è leader europeo per dematerializzazione dell’economia: ogni kg di risorsa consumata genera 4 euro di Pil, contro una media Ue di 2,24 euro. E con il 76,9% di riciclo sulla totalità dei rifiuti è il numero uno in Europa.

Per quanto riguarda le emissioni di gas serra, con 569 tonnellate per ogni milione di euro prodotto l’agricoltura italiana produce il 46% di gas serra in meno della media Ue 28, e il minor numero di prodotti agroalimentari con residui di pesticidi (0,48%).

Fra i prodotti Made in Italy nel mirino dei dazi Usa formaggi e salumi

Scattano i dazi Usa contro l’Ue, e l’Italia rischia di pagare un conto di oltre un miliardo, che potrebbe colpire per circa la metà dell’importo il settore agroalimentare.

Lo ha reso noto il dipartimento del Commercio statunitense dopo il verdetto della Wto, che attribuisce agli Stati Uniti il diritto di applicare dazi sui prodotti importati dall’Europa. Si tratta di un importo pari a un terzo dei 21 miliardi minacciati inizialmente dagli Stati Uniti, e se saranno mantenute le stesse priorità l’Italia potrebbe essere il paese più colpito dopo la Francia. A pagare il conto più salato rischia di essere proprio l’agroalimentare, con vini, formaggi, salumi, pasta e olio extravergine di oliva.

Il Parmigiano Reggiano rischia un crollo dei consumi stimato fino al 90%

In pericolo, spiega la Coldiretti, sono soprattutto i formaggi. Questo per le pressioni della lobby dell’industria casearia Usa, che ha chiesto di imporre dazi alle importazioni di formaggi europei al fine di favorire l’industria del falso Made in Italy. Quello americano è, dopo la Germania, il secondo mercato estero per Parmigiano Reggiano e Grana Padano, per i quali la tassa passerebbe da 2,15 dollari a 15 dollari al kg, facendo alzare il prezzo al consumo fino a 60 dollari. A un simile aumento, secondo il Consorzio del Parmigiano Reggiano, corrisponderà inevitabilmente un crollo dei consumi stimato dell’80-90% del totale, riporta Askanews.

Colpiti anche mozzarella, olio extravergine, pasta e Prosecco

Un altro esempio è rappresentato dalla Mozzarella di Bufala Campana Dop, il cui costo negli Usa da 41,3 euro al kg salirebbe a 82,6 euro al kg, nel caso fossero applicati dazi pari al 100% del prodotto. Per l’olio extravergine d’oliva il prezzo salirebbe invece da 12,38 euro al litro a 24,77 euro al litro, mentre la pasta aumenterebbe a 3,75 euro al kg rispetto agli attuali 2,75 euro al kg. Per penne e spaghetti il dazio è in media di 6 centesimi al kg.

In pericolo però c’è pure il Prosecco, il vino italiano più esportato all’estero. Il prezzo negli States volerebbe da 10-15 euro a bottiglia a 20-30 euro a bottiglia.

La disputa Usa-Russia è costata al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni

“L’Unione Europea ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che, come ritorsione, ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi”, afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini.

Finora il tutto è costato al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni, ma ora l’Italia rischia di essere anche tra i Paesi più puniti dai dazi Usa per la disputa tra Boeing e Airbus, di fatto un progetto franco tedesco al quale si sono aggiunti Spagna e Gran Bretagna.

I dati medici rubati sul web valgono poco

Nel deep web i database dei dati sanitari sensibili valgono poche centinaia di dollari, e salvo rari casi, non superano i 2.000 dollari. E se sono numerosi i database in vendita sul deep web dal momento del furto alla vendita delle informazioni possono passare anche anni. Lo rende noto il rapporto di FireEye, azienda specializzata in sicurezza informatica, Beyond Compliance: Cyber Threats and Healthcare. Il rapporto cita una lunga lista di esempi, tra cui i 1.700 dollari richiesti per 6,8 milioni di dati medici di cittadini indiani, oppure i 1.500 dollari per i quasi 130mila record di pazienti australiani, con tanto di numeri di carta di credito. Il resto delle scoperte documentate da FireEye si aggira tra i 200 e i 500 dollari.

4,31 gigabyte di dati di pazienti statunitensi offerti a 2.000 dollari

Tra gli esempi riportati nel report c’è anche quello registrato da FireEye il 28 gennaio scorso. Un numero imprecisato di informazioni legate a una struttura sanitaria canadese, contenenti dati per gli accessi degli amministratori, nomi dei server e indirizzi Ip, è stato venduto a 5.500 dollari. Pochi giorni dopo, il 21 febbraio, sono apparsi 4,31 gigabyte di dati di pazienti statunitensi, offerti a 2.000 dollari.

Il settore sanitario è il terzo al mondo per numero di attacchi reiterati 

Nel report si evidenzia anche la natura degli attacchi hacker che porta alla violazione di sistemi legati all’ambito medico. Principalmente, la frequenza maggiore di attacchi è legata a interessi economici, cioè all’intenzione di rivendere appunto le informazioni. Si tratta quindi di intrusioni mirate verso strutture che ospitano o sulle quali passano i dati sensibili dei pazienti, e di solito, si tratta di reti poco protette. Dal report emerge però come il crescente utilizzo di strumenti medici connessi alla rete porti inevitabilmente a una maggiore sfida per la sicurezza. E infatti, si legge nel documento, il settore sanitario è il terzo al mondo per numero di attacchi reiterati in seguito a una prima violazione andata a buon fine.

Gli attacchi provengono in gran parte dalla Cina

Un’altra motivazione è legata allo spionaggio. Si tratta di attività meno frequenti, ma che hanno un forte impatto per le organizzazioni sanitarie. Secondo quanto emerge dal report di FireEye, gli attacchi provengono in gran parte dalla Cina e sono effettuati con lo scopo di acquisire illegalmente ricerche mediche, e grandi quantità di dati per favorire operazioni di intelligence, riporta Adnkronos. Dal Paese asiatico l’interesse, sottolinea FireEye, è soprattutto rivolto alle informazioni che riguardano ricerche mediche sul cancro.

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Vacanze italiane, un terzo del budget destinato alla tavola

Per gli italiani, mangiare bene è una priorità, anche in vacanza. Lo dimostrano gli ultimi dati di Coldiretti-Ixè che, a seguito di un’analisi, dimostrano che le spese per la tavola rappresentano un terzo del budget destinato alle ferie 2019. Insomma, gran parte del “tesoretto” per le agognate vacanze è stato destinato per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche. D’altronde, non è una sorpresa: l’analisi Coldiretti-Ixè rivela che per il 19% dei nostri connazionali è proprio la tavola la principale motivazione di scelta del luogo di villeggiatura, mentre per il 55% è tra i criteri tra cui optare per una meta piuttosto che un’altra.  

I conti in tasca ai vacanzieri

La spesa media degli italiani in vacanza si è attestata a 779 euro, il 5% in più del 2018, e di questi il 30% è stato “bevuto e mangiato”. Il 36% dei vacanzieri  – sottolinea la Coldiretti – ha consumato pasti principalmente al ristorante durante la vacanza, il 12% in agriturismi, anche se uno su tre (il 33%) ha mangiato nelle case di proprietà o in affitto e non manca chi ha scelto paninoteche, fast food, cibi di strada e pranzi al sacco. In ogni caso – precisa la Coldiretti quasi tre italiani su quattro (72%) in vacanza lontano da casa preferiscono consumare prodotti tipici del posto a chilometri zero per conoscere le realtà enogastronomiche del luogo. In sintesi, l’enogastronomia ha un fortissimo appeal, in particolare quella legata alla tradizione locale.

Cibo anche come souvenir

“L’enogastronomia vince anche tra i souvenir” spiega una nota di Coldiretti “con il 42% dei turisti che ha scelto proprio un prodotto tipico da riportare a casa o regalare a parenti e amici come ricordo della propria villeggiatura, magari acquistati in frantoi, malghe, cantine, aziende, agriturismi o mercati degli agricoltori dove è possibile trovare prodotti locali a chilometri zero direttamente dai produttori e ottimizzare il rapporto prezzo/qualità”. Tra le specialità più acquistate vince il vino, davanti a formaggi, salumi e olio extravergine d’oliva.

“L’Italia è il solo Paese al mondo che può contare primati nella qualità, nella sostenibilità ambientale e nella sicurezza della propria produzione agroalimentare che peraltro ha contribuito a mantenere nel tempo un territorio con paesaggi di una bellezza unica” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “il buon cibo insieme al turismo e alla  cultura rappresentano le leve strategiche determinanti per un modello produttivo unico che ha vinto puntando sui valori dell’identità, della biodiversità e del legame territoriale”.

Talenti digitali sognano la fuga all’estero

I digital expert italiani sognano di fuggire all’estero, o vorrebbero trovare un impiego in una grande impresa che offra opportunità di formazione, e un buon equilibrio fra lavoro e vita privata. L’Italia si colloca al decimo posto fra le destinazioni più attraenti per i digital expert, col 10% delle preferenze, preceduta da Usa (40%), Germania (31%), Canada (27%) Australia (24%), Regno Unito (24%), Svizzera (15%), Francia (15%), Spagna (12%) e Giappone (11%). Si tratta dei risultati del Report Decoding Digital Talent di Boston Consulting Group, che ha indagato le preferenze su mobilità e lavoro di circa 27mila talenti digitali provenienti da 180 paesi.

Londra la città più ambita

Il 67% dei talenti italiani con elevate competenze ed esperienza nel digitale, come le capacità di data mining, programmazione e sviluppo web, digital marketing, digital design, sviluppo di applicazioni mobile, intelligenza artificiale, lavoro in modalità agile e robotica, vorrebbe trasferirsi all’estero. Mentre più in generale, per i digital experts globali, le città più ambite sono Londra (24%), New York (19%) e Berlino (18%). Per trovare una città italiana, bisogna scendere fino alla 28a posizione, occupata da Roma.

L’identikit del digital expert

Otto talenti digitali su dieci hanno una laurea o titolo di studio superiore, contro il 67% dei non esperti digitali. Le competenze più diffuse sono quelle di data mining (36%), programmazione e sviluppo web (28%), sviluppo di applicazioni mobile (25%) e digital marketing (25%), seguite da digital design (20%), modalità di lavoro agile (18%), robotica e automazione (16%), intelligenza artificiale e machine learning (14%). Poco più di quattro su dieci non ricoprono alcun ruolo manageriale (41%), il 29% appartiene al lower management, il 21% al middle management, e il 9% al top management.

I dieci fattori che determinano la scelta del Paese in cui trasferirsi

Nonostante il digitale sia comunemente associato alle startup, riferisce Adnkronos, queste sono soltanto in quarta posizione nelle preferenze dei talenti digitali, che invece vorrebbero principalmente lavorare in grandi imprese, o come lavoratori in proprio o in una Pmi. I dieci fattori più rilevanti quando si tratta di scegliere il Paese in cui trasferirsi per lavoro sono il buon equilibrio fra lavoro e vita privata, le opportunità di formazione e lavoro, le possibilità di fare carriera, i buoni rapporti con i colleghi, lo stipendio, una buona relazione con il proprio manager, la stabilità finanziaria del datore di lavoro, e la possibilità di svolgere un lavoro interessante. Ma anche sentirsi apprezzati per il proprio lavoro, magari in un ambiente professionale innovativo e creativo.

Hotel a Monza con SPA in camera

Quanti si spostano per lavoro nella zona di Monza e della Brianza in generale, desiderano solitamente usufruire di una struttura che consenta loro di raggiungere comunque Milano in un arco di tempo piuttosto breve. Over motel è un motel Brianza ben posizionato e che consente effettivamente di raggiungere il centro del capoluogo lombardo giusto in un paio di minuti d’auto. Inoltre qui gli ospiti hanno veramente la possibilità di poter riposare appieno tra un impegno di lavoro e l’altro, considerando che tutto all’interno delle camere è studiato per concedere il massimo del relax agli ospiti, incluso sia l’allestimento che tutto quel che riguarda i comfort quali il wi-fi gratuito in camera, aria condizionata e il riscaldamento, il phon per il bagno e la cassetta di sicurezza, ad esempio. Inoltre, i signori ospiti possono anche decidere di regalarsi una piacevolissima esperienza all’interno della spa della quale le migliori camere dispongono,  per regalarsi diversi trattamenti quali l’idromassaggio, l’hammam e tanti altri servizi ancora realmente in grado di accrescere il livello del benessere percepito.

La struttura dispone infine del parcheggio gratuito che prevede box privati con ingresso antistante l’accesso della propria camera, dunque davvero il massimo della comodità per questo hotel di recente apertura che è già il preferito da parte di tantissime delle persone che per motivi di lavoro si spostano tra la Brianza e Milano. Inoltre, l’allestimento della camera su richiesta è personalizzabile sulla base di alcuni pacchetti tra i quali i clienti possono scegliere, e che servono a rendere l’ambiente ad esempio più romantico in occasione di un evento particolare da festeggiare o per un anniversario che merita di essere celebrato in maniera speciale. Per informazioni sui diversi tipi di allestimenti disponibili, nonché sulle promozioni del momento e prenotazioni, è possibile contattare il recapito telefonico 0395973862.